
Film 2024 |Drammatico,V.M. 14279 min.
| Anno | 2024 |
| Genere | Drammatico, |
| Produzione | Italia |
| Durata | 279 minuti |
| Regia di | Damiano D'Innocenzo,Fabio D'Innocenzo |
| Attori | Filippo Timi,Gabriel Montesi,Carlotta Gamba,Federico Vanni,Simon RizzoniTommaso Sacco,Rocco Marazzita. |
| Uscita | giovedì 11luglio 2024 |
| Tag | Da vedere 2024 |
| Distribuzione | Vision Distribution |
| Rating | Consigli per la visione di bambini e ragazzi:V.M. 14 |
| MYmonetro | 3,50 su 16 recensioni tracritica,pubblico e dizionari. |
Regia diDamiano D'Innocenzo,Fabio D'Innocenzo. Una serieDa vedere 2024 conFilippo Timi,Gabriel Montesi,Carlotta Gamba,Federico Vanni,Simon Rizzoni.Cast completo GenereDrammatico, -Italia,2024, Uscita cinemagiovedì 11luglio 2024 distribuito daVision Distribution. Consigli per la visione di bambini e ragazzi:V.M. 14 -MYmonetro 3,50 su 16 recensioni tracritica,pubblico e dizionari.STAGIONI: 1 - EPISODI: 6
Ultimo aggiornamento martedì 8 ottobre 2024
Un poliziotto è alla caccia di uno spietato omicida seriale, soprannominato Dostoevskij. La serie ha ottenuto 2 candidature aDavid di Donatello, In Italia alBox OfficeDostoevskij ha incassato nelle prime 11 settimane di programmazione91,1 mila euro e 50,1 mila euro nel primo weekend.
![]() 3,50/5 | MYMOVIES 3,00 |
CRITICA 3,68 |
PUBBLICO 3,81 |
CONSIGLIATO SÌ |
Enzo Vitello è un poliziotto che vive profondi tormenti causati soprattutto dal difficile rapporto con la figlia Ambra da lui abbandonata da tempo e pericolosamente avviata sulla via della tossicodipendenza. Il suo lavoro lo obbliga a confrontarsi con un serial killer, che lui e i suoi colleghi hanno soprannominato Dostoevskij perché dopo gli omicidi lascia messaggi con riflessioni sul senso della vita. Apparentemente non esistono moventi per le uccisioni e le vittime non offrono elementi per creare collegamenti tra di loro. Enzo assume su di sé la responsabilità di catturare Dostoevskij quasi come un'ossessione dettata forse da una inconfessabile vicinanza di pensiero.
I fratelli D'Innocenzo affrontano la serialità senza falsi pudori e con la consapevolezza di stare andando controcorrente.
Al Festival di Cannes 2023 è stato presentato un documentario,Room 999 diretto daLubna Playoust, che riproponeva ciò cheWim Wenders aveva fatto 40 anni prima conChambre 666. Cioè chiedere ad alcuni registi presenti al festival di dire liberamente la loro sul futuro del cinema e della comunicazione audiovisiva in generale.
Albert Serra in quell'occasione ha sottolineato come oggi le sceneggiature delle serie non vengano lette ma piuttosto 'analizzate'. Aggiungeva che se entro la terza pagina e, a seguire, entro la sesta non fossero accaduti due avvenimenti di impatto le suddette sceneggiature non avrebbe passato il vaglio delle piattaforme o delle Pay tv. Di fronte a questo passaggio dei D'Innocenzo alla serialità c'è da apprezzare che, sia loro che la produzione, non si siano piegati a queste forche caudine della novelization globalizzata offrendo, a chi voglia coglierla, un'opportunità differente.
Se si guarda alla sinossi si potrebbe pensare che gli elementi di base per una detection tradizionale ci siano. In effetti ci sono ma vengono trattati in maniera non solo autoriale (chi conosce il cinema dei fratelli ci ritrova le atmosfere e i temi che sono a loro più vicini) ma anche con l'intento di chiedere a chi guarda di scavare nell'abisso (più o meno profondo) delle coscienze. Certamente in quella del protagonista Enzo ma anche degli altri personaggi, principali e non. La dote che sin dal loro primo film hanno manifestato è quella di penetrare nel degrado degli animi, dei pensieri, dei luoghi, degli spazi non per il compiacimento dell'orrido (sono distanti anni luce dalla saga diSaw basata invece solo su quello). Le loro discese nel sottosuolo (in questo sono dostoevskiani da sempre) sono finalizzate ad un discorso fondamentalmente morale che si avvale della descrizione di un'umanità tanto spietatamente realistica da trasfigurarsi in simbolica.
Nel buio delle coscienze (la notte è l'elemento dominante), nelle sofferenze subìte o inflitte si trova la materia prima di un pavesiano mestiere di vivere che il killer porta all'ennesima potenza sia sul piano dell'azione che su quello della riflessione. I D'Innocenzo sceneggiatori non si limitano però a 'mostrare'. Vogliono capire le pulsioni, anche le più socialmente abbiette, dei loro personaggi facendole progressivamente emergere. Non occorrono cliffhanger che facciano attendere l'episodio successivo. Quando ci sono (perché ci sono) non sono finalizzati alla classica strategia dell'attesa ma piuttosto all'esigenza di alimentare la narrazione con nuovi elementi inattesi.
Filippo Timi si carica sulle spalle Enzo Vitello e ci costringe ad accompagnarlo, con il peso delle sue ossessioni e con i tempi necessari per leggergli dentro, in un percorso che, grazie alle scelte di una regia capace di leggere e far emergere ogni singolo dettaglio, non può essere abbandonato. Carlotta Gamba (già figlia con un alone di mistero inAmerica latina) mostra come si possa passare dal personaggio di Beatrice inDante diPupi Avati a un'Ambra chiusa in se stessa ma anche capace di esplosioni che mescolano rabbia e dolore. Tutti gli interpreti, da quelli più importanti ai minori, aderiscono con efficacia al progetto che offre l'occasione per verificare come i D'Innocenzo proseguano, senza ripensamenti o compromessi, nella descrizione di vite perdute forse dal giorno della venuta al mondo oppure a causa di pulsioni, di deprivazioni sociali e culturali o, anche, di cattivi maestri. Sono Manolo, Mirko, Bruno, Massimo, Enzo e Dostoevskij, vittime e carnefici di se stessi.
Enzo Vitello è un poliziotto con molti demoni da esorcizzare, una figlia, Ambra, cha ha abbandonato anni prima e che si rifiuta di rivolgergli la parola, e un arcinemico: il serial killer soprannominato Dostoevskij perché lascia accanto alle sue vittime la descrizione scritta degli ultimi istanti di vita delle persone che ha ucciso. Trovare Dostoevskij è impresa difficile perché non c'è nessun nesso apparente fra le sue vittime, nessuna modalità di uccisione reiterata e nessun movente. Ma catturarlo è un'ossessione per Enzo, che ha a che fare con la percezione di se stesso come di "non una persona buona". Per raggiungere il suo scopo il poliziotto attraversa paesaggi desolati e incontra figure solitarie lungo un percorso pieno di false piste e segnali fuorvianti, mentre una nuova recluta, Fabio Buonocore, puntuale e meticoloso, pare intento a mettere in ridicolo i suoi sforzi. In parallelo, Enzo cerca di ritrovare un dialogo con Ambra, preda di un cocktail pericoloso di droghe, farmaci e delinquenza.
Dostoevskij è la prima serie in cui si cimentano i gemelli Damiano e Fabio D'Innocenzo, occupandosi di soggetto, sceneggiatura e regia.
Fin dalla prima scena sono evidenti il loro impegno e l'attenzione ai dettagli, e il fantasma dello scrittore russo che dà il titolo alla serie permea il loro lavoro, che va a stanare demoni, memorie del sottosuolo, delitti e castighi, umiliati e offesi. E la messinscena è ricca di atmosfera e visivamente bellissima. Ma ci sono due problemi. Il primo riguarda il formato della serialità, perché la vicenda raccontata dai D'Innocenzo, nonostante abbia tutte le carte in regola per beneficiare dei meccanismi narrativi della detection, non riesce a costruire quei "traini" che dovrebbero trasportare gli spettatori di puntata in puntata, e diluisce la tensione necessaria per sopravvivere alle varie puntate di un whodunit.
Questo rischia di valere anche per la visione sul grande schermo prevista dalla distribuzione perDostoevskij: due film da sala che avevano come centro narrativo le lungaggini nel cercare di catturare un serial killer, ovveroZodiac eMemories of Murder, si "limitavano" l'uno a 157, l'altro a 131 minuti, mentreDostoevskij si dilunga per cinque ore, insistendo su ogni immagine e creando un effetto ipnotico che però fatica a tener viva la curiosità di scoprire chi è il colpevole. L'autorialità della regia non dovrebbe andare a scapito dei meccanismi del racconto seriale: ad esempio nel passato recenteAnna oWe Are Who We Are, pur rimanendo fortemente autoriali, conservavano un rispetto formale delle scansioni richieste dalla drammaturgia televisiva di lunga durata. Per non parlare di una serie seminale comeTwin Peaks.
Dostoevskij invece sembra procedere per accumulo: di tagli di montaggio, angolazioni di ripresa, primissimi piani, virtuosismi formali, non luoghi "hoppereschi", fluidi corporei, sonorità stranianti, incessante voce fuori campo (già letale inThe Killer diFincher), dialoghi letterari, frasi ad effetto e particolari raccapriccianti. Un immaginario che sembra attingere ai capisaldi d'oltreoceano (oltre aLynch, i Coen diBlood Simple, ilWenders diParis, Texas o serie comeTrue Detective) nonostante la vicenda sia ambientata nel Lazio, e racconta un corpo di polizia molto lontano dalle nostre forze dell'ordine (che probabilmente non usano vocaboli come "temperatura emotiva" e "stronzone").
In positivo ci sono invece l'ottima mano di regia dei D'Innocenzo al netto dell'accumulo e del grand-guignol, la recitazione intensa di Filippo Timi che "tiene" lo schermo per tutta la durata della serie, alcuni cammei (in primis quello di Leonardo Lidi nei panni di un Cannavaciuolo di periferia con molti demoni dostoevskijani), la bella fotografia diMatteo Cocco, le scenografie diRoberto De Angelis e l'inquietante tappeto sonoro di Michael Wall e Antonio Barba.
Presentata in anteprima alla Berlinale,Dostoevskij ha già attirato molta attenzione. Prodotta da Sky Studios e Paco Cinematografica, la prima serie dei fratelli D’Innocenzo sarà distribuita – e qui la prima sfiziosa “anomalia” –nelle sale cinematografiche italiane in due parti da Vision Distribution,dall’11 al 17 luglio, prima di approdare sullapiattaforma Sky. Atto primo e atto secondo, con tanto d’intervallo:Dostoevskijsi presenta come una serie per il cinema o un film serializzato, confondendo già all’atto della sua distribuzione i limiti formali dei due mezzi.
Fusi sono, anche,i generi coinvolti: con una narrazione che si sposta dal thriller poliziesco all’esistenzialismo, fino a spingersi ai limiti dell’horror, la serie esplora le profondità dell’animo umano attraverso un’estetica visiva cupa e desolante. La storia di Enzo Vitello, un poliziotto tormentato che si confronta con un serial killer enigmatico, si sviluppa su più livelli, offrendo una critica sociale incisiva e una meditazione sulla morte, impedendo allo spettatore di riconoscere l’eroe addirittura come antieroe, spingendo al limite il ruolo del protagonista e trasformandolo in antagonista, anzi in anti-antagonista. Vediamo come.
La narrazione epistolare
La serie si distingue per il suo formato narrativo epistolare, che diventa il fulcro della sua trama.Un serial killer, soprannominato Dostoevskij per via del suomodus operandi, lascia lettere dettagliate accanto alle sue vittime descrivendo i loro ultimi istanti, riflettendo sulla morte e sull’inconsistenza della vita, soppesando ogni parola in un complesso esercizio linguistico volto a giustificare un profondo senso di nichilismo. Il protagonista, Enzo Vitello, interpretato stupendamente daFilippo Timi, sviluppa un’ossessione per queste lettere, trovando in esse un’eco del proprio tormento interiore.
Questo scambio epistolare crea un legame ambiguo tra cacciatore e preda, trasformando ogni omicidio in una meditazione sulla condizione umana in bilico tra la vita e la morte. Le lettere diventano uno strumento narrativo, elemento caratterizzante di questa “serie ibrida”, forse l’unico in grado di conferirle il titolo di serie e rispecchiandosi, così, nella ripetitività degli omicidi. Una “serialità trasversale”, quindi, che permette agli autori di esplorare profondamente i temi esistenziali della serie, offrendouna riflessione sulla natura della vita e della morte attraverso il filtro di una mente disturbata.
Il formato epistolare aggiunge un ulteriore livello di intimità tra i due personaggi principali, Vitello e Dostoevskij, inizialmente descritti come eroe e antagonista. Questa intimità, creata dalla serialità delle lettere, permette ai caratteri dell’uno di permeare quelli dell’altro. Nonostante ciò, non si tratta di attribuire elementi positivi all’antagonista, bensì di comprendere le origini della sua follia, né di assistere alla trasformazione dell’eroe in cattivo: Vitello non incarna né i caratteri dell’eroe classico, né quelli dell’antieroe contemporaneo; scopriamo semmai un personaggio con comportamenti quasi emulativi. I fratelli D’Innocenzo, tramite l’intimità epistolare, trasformano così il protagonista da eroe/anti-eroe a una sorta di secondo antagonista, attraverso la convergenza dei due personaggi. Dostoevskij e Vitello sono Beauregard e Nessuno: così comeHenry Fonda incarnava l’eroe del western classico che faceva i conti con l’anti-eroicoTerence Hill inIl mio nome è nessuno, così l’enigmatico Dostoevskij deve fronteggiare una forza pari e contraria, e certamente più potente, nell’anti-antagonista incarnato daFilippo Timi, nel quale i confini tra bene e male sono quelli tra protagonista e antagonista, e in entrambi i casi vengono dapprima sfumati e infine annullati, così come quelli tra cinema e serialità.
I fratelliDamiano eFabio D’Innocenzo affrontano l’esperienza della serialità conservando intatto lo spirito che ha animato i loro film. La serie Sky OriginalDostoevskij ideata, scritta e diretta dai fratelli D’Innocenzo, sarà presentataoggi in anteprima mondiale alla 74ª edizione del Festival Internazionale del Cinema di Berlino, nella sezione Berlinale Special, poi arriverà prossimamente al cinema con Vision Distribution. La storia è ambientata in un lasso di terra scarno e inospitale, dove il poliziotto Enzo Vitello, uomo dal buio passato, è ossessionato da “Dostoevskij”, killer seriale che uccide con una peculiarità: accanto al corpo l'omicida lascia sempre una lettera con la propria desolante e chiarissima visione del mondo, della vita e dell’oscurità che Vitello sente risuonare al suo interno.
Avete girato, in modo ormai abbastanza inusuale, in Super 16 millimetri...
Il cinema è fatto di atmosfera più che di tutti gli altri elementi cioè di quello che non è verbalizzabile. Volevamo delle immagini che avessero dentro una malinconia. A Sky inizialmente erano sorpresi ma hanno deciso di fidarsi. Temevano anche di dover usare luci addizionali mentre abbiamo tolto l'illuminazione. A noi piace essere fuori moda. Questo non vuol dire essere fanatici. I film precedenti li abbiamo girati in digitale.
Il passaggio alla serialità come è avvenuto?
Subito dopo aver vistoNils Hartmann, ci propose di fare una serie per Sky. Noi ci lavorammo, aveva già un titolo,Il proprietario, ed era un horror . Avevamo però ancora bisogno di rimanere un po’ nell’ambito delle due ore. Quando siamo tornati all’idea della serie abbiamo pensato inizialmente e fondamentalmente a come volevamo chiuderla. Volevamo che il nero fosse davvero nero e che ogni elemento di scena fosse letto come se ci si trovasse in prossimità di lasciarlo per sempre.
Come è stato il rapporto con Sky?
La libertà che ci è stata data non ha eguali. Hanno compreso quello che volevamo fare e c’è stata una grande coerenza da parte di tutti. Nel bene e nel male la serie è nostra e non ci sono stati interventi da parte della produzione per chiederci cambiamenti, né in fase di scrittura né in quella di montaggio.
Il passaggio dalle due ore alle sei e quindi anche ad un rapporto molto più prolungato con attori e maestranze sul set, quanti cambiamenti vi ha richiesto?
Noi ci siamo formati su autori di racconti e romanzi brevi ma abbiamo poi saputo apprezzare anche libri di mille pagine. Le nostre sceneggiature sono molto precise tanto che sui nostri set gli attori sono bravi a sembrare naturali ma non improvvisano nulla. Però volevamo essere ’impauriti’ per rimanere creativi. Abbiamo quindi cambiato tutta la troupe. Come quando a scuola arrivavano nuovi compagni. Un esempio: il direttore della fotografia non aveva mai girato in pellicola, così come noi. Abbiamo così costruito insieme un processo di ricerca.
Il titolo c’era già dall’inizio? Non rischiate che si pensi che si tratti di un film biografico sul grande autore russo?
AmavamoDostoevskij già da ragazzi. Lo trovavamo più vicino di tanti autori contemporanei. Per quanto riguarda il rischio che si faccia confusione l’idea ci piace. Amiamo la confusione.
Il serial killer lascia sui cadaveri I lunghi messaggi a stampatello. I poliziotti lo hanno soprannominato Dostoevskij. Fin qui tutto bene. Un critico volonteroso si lancia in una spiegazione: "Lo chiamano così per le lettere piene di dettagli macabri lasciati sulle vittime" come se "Delitto e castigo" indugiasse su squartamenti sanguinari. I poliziotti, più svegli e acculturati (così risultano dalla [...]Vai alla recensione »