Teofilo (fl.XII secolo) è stato unmonaco cristianotedesco, vissuto probabilmente nelXII secolo nell'arearenana. Fu l'autore deltrattatoDe diversis artibus oDiversarum artium Schedula, unricettario che rappresenta una sorta dienciclopedia del sapere tecnico del medioevo nel campo dell'arte e dell'artigianato, presentato per la prima volta in termini di chiarezza e divulgazione.
Per qualcuno la sua figura coinciderebbe con quella diRuggero di Helmarshausen, anche se tale identificazione rimane controversa.
Di lui si ignorano le vicende biografiche anche se alcuni commentatori pensano possa trattarsi diRoger di Helmarshausen[1],artigiano orafobenedettino di qualche rilevanza.
Neimanoscritti dell'opera che ci sono pervenuti è definitoTheophilus presbyter. Alcuni accenni nel testo fanno pensare a un monacobenedettino[2]. Fu poco conosciuto dopo ilRinascimento; solo dopo il1774, con la prima edizione a stampa da parte delLessing, si riaccese l'interesse per il trattato da lui composto: illiber de diversis artibus ("libro sulle varie arti"). Successive ristampe, culminate nell'edizione critica dell'Ilg (1874), mantennero costante l'interesse su questa raccolta, fondamentale per la storia delle tecniche artistiche delMedioevo.
Nonostante l'apparizione, già dal1781, delle prime traduzioni in lingue moderne, tale opera è stata tradotta e pubblicata integralmente initaliano solo nel2000 da Adriano Caffaro.
Ilricettario di Teofilo è composto da tre libri, ciascuno con un prologo che costituisce un'introduzione teologica e morale (non tecnico-professionale)[3]. Nel prologo generale Teofilo dichiara di aver fatto riferimento alla sua esperienza diretta, in base a quanto egli ha "visto e sentito" (cioè praticato, ma anche trasmesso da altri), infatti dimostra spesso una notevolissima padronanza e competenza nelle materie trattate.
Il primo libro (38 ricette) riguarda lapittura su parete,su tavola e supergamena (miniatura) e, in particolare, la preparazione dipigmenti,colle,foglia d'oro einchiostro, compreso l'inchiostro d'oro. Solo scorrendo i titoli delle ricette (per esempioLa preparazione dei colori per i corpi nudi oIl colore grigio da applicare agli occhi) si vede come il sapere sia inquadrato verso applicazioni ben precise, con una destinazione dei pigmenti a effetti ben mirati. Per la prima volta viene indicata lapittura a olio ("procedimento lungo e noioso") e la pittura sustagno.
Nel secondo libro (31 ricette) è affrontato il mestiere delvetraio e viene trattata la preparazione delle grandivetrate colorate tipiche dellecattedrali deltempo. Sono descritte la preparazione della fornace, delle componenti delvetro, la realizzazione di vasi e bottiglie, laterracotta invetriata, iminerali da usare per ottenere particolaricolori, i processi difusione e taglio del vetro, gli interventi di riparazione sugli oggetti vitrei danneggiati, la produzione e il montaggio di vetrate, compresi i listelli di piombo e i rinforzi di ferro.
Il terzo ed ultimo libro (96 ricette) descrive il lavoro delfabbro e dell'orefice. Oltre alle istruzioni per l'allestimento dettagliato di unlaboratorio, sono affrontate le tecniche di fusione deimetalli e delleleghe (oro,argento,rame,ferro,ottone, ecc.) e didoratura.Sono fornite istruzioni sulla costruzione diorgani ad aria ecampane tramite fusione acera persa. Negli ultimi capitoli sono infine fornite notizie sull'intaglio dell'avorio e la preparazione digemme eperle, compresa la foratura.
Teofilo è il primo autore a dedicare una spiegazione degli attrezzi del mestiere e di come costruirli: si tratta anche di un importante passo in avanti nel campo dell'epistemologia, in quanto per la prima volta nel medioevo gli strumenti di lavoro sono concettualmente separati e autonomi dalle mani degli artefici.
Il numero dimanuali antichi di tecnica artistica giunti fino ai nostri tempi è immensamente esiguo rispetto alla quantità dei monumenti pervenutici. I procedimenti di realizzazione ci sarebbero quindi sconosciuti senza di essi e questo potrebbe generare difficoltà anche nella comprensione delle opere stesse.
Le prime testimonianze scritte relative alla letteratura tecnica ci sono giunte da tradizionegreco-egiziana (ilpapiro di Leida edi Stoccolma) che sembra avere influenzato profondamente lamanualisticalatina. Questa fu distrutta completamente per ordine diDiocleziano, turbato dal rischio che glialchimisti riuscissero veramente a produrreoro mettendo in pericolo le stremate finanze dell'impero romano. Si sono salvati alcuni testimoni indiretti di questa tradizione: il trattatoCompositiones ad tingenda ("composizioni per tingere") delmanoscritto di Lucca 490 (VIII secolo), l'operaDe coloribus et artibus romanorum ("sui colori e le arti dei romani") delIX secolo di un certoEraclio e laMappae clavicula.
Quello di Teofilo fu il primo ricettario quasi scevro da elementi iniziatici e magico-chimici, improntato a una chiara esposizione di sapore pratico, concreto edempirico; sin dalla sua prima diffusione venne considerato come una sorta dienciclopedia delle arti (diremmo oggi diarte eartigianato) cristiane del Medioevo. Alcuni mettono in connessione la chiarezza di Teofilo con quella del contemporaneoUgo di San Vittore.
Posteriori a Teofilo sono invece l'anonimoDe arte illuminandi (sull'arte della miniatura) e ilLibro dell'arte diCennino Cennini.
In tanta praticità dei procedimenti descritti da Teofilo destano una certa sorpresa alcune inaspettate concessioni al mondo dellasuperstizione e della magia, in particolare le ricette che prevedono l'uso di sangue di caprone e quella del cosiddetto "oro spagnolo".
Nel libro terzo la ricetta XX si indicano alcuni metodi per temprare il ferro arroventato o per ammorbidire ilcristallo (sinonimo allora didiamante): alcune ricette prevedono l'uso a tali scopi dell'urina di caprone, alimentato per alcuni giorni solo aedera, o dell'urina di un ragazzino dai capelli rossi, o del sangue caldo di caprone.
Questi riferimenti si trovano anche in ricette simili nellaMappae Clavicula e inEraclio, ma Teofilo si poteva essere avvalso anche di fonti più antiche, comePlinio il Vecchio (Naturalis historia XXXVII, 59) e accenni diSant'Agostino eIsidoro da Siviglia. AncheTito Livio riferisce comeAnnibale ordinasse di bagnare conaceto le pietre delleAlpi affinché fosse più facile aprire un varco: poi attraverso i passaggi e le sostituzioni tipiche della trasmissione orale, si trovano analoghi passi su materiali organici ammorbidenti in tanti altri autori medievali, con riferimento all'aceto stesso, al latte di capra, all'urina fino al sangue di caprone stesso.
Va comunque detto che in Teofilo, oltre alla ricetta per ammorbidire il cristallo con sangue di caprone caldo, ne esiste anche una che consiglia molto semplicemente di arroventare lo scalpello prima di usarlo (II, 17): una dimostrazione quindi la coesistenza di diversi livelli di conoscenza e di influssi della tradizione orale e di quella pratica.
Se la credenza del sangue di caprone è talvolta considerata uno scivolone nella realistica applicabilità delle ricette di Teofilo, la ricetta 47 del libro III, su come creare l'"oro spagnolo", è indicata come una sconcertante caduta nel basso folclore, così singolare che alcuni hanno ipotizzato (erroneamente) che si trattasse di un'aggiunta estranea al corpo dell'opera. Intanto l'accezione allaSpagna moresca ha fatto pensare a un'originealchemica della ricetta, essendo il mondo arabo la fonte nel medioevo della trasmissione del sapere alchemico ellenistico.
Guardando al testo della ricetta si legge come per creare l'orospagnolo servano delrame rosso,sangue umano,aceto e polvere dibasilisco. L'autore quindi si dilunga su come creare il basilisco, secondo un procedimento indicato come opera deipagani:
(riassunto dalla traduzione di P. Galloni,Il sacro artefice, Laterza, Bari 1998)
Non è possibile dare una spiegazione razionale, secondo la nostra mentalità, a questa ricetta, ma in fondo non è neanche necessario volerla ridurre ai nostri schemi mentali, piuttosto è più interessante valutare quali conoscenze e qualehumus culturale avevano portato a rendere plausibile una credenza del genere ai tempi di Teofilo.
Per quanto riguarda ilbasilisco Teofilo s'inserisce nelle testimonianze che vanno daPlinio il Vecchio, passando perIsidoro da Siviglia, fino adAlberto Magno, mentre il tema dell'uovo di gallo si trova inBeda. Teofilo tale completamente sulle caratteristiche letali dell'animale, forse sottintendendo come nella buia cella sotterranea lo sguardo venefico del "re dei serpenti" sia inefficace. Il passaggio dell'uovo covato da una rana si trova nellaPhysica diHildegarda di Bingen, vissuta nella zona renana, dove in genere viene collocato anche Teofilo.
Le prime segnalazioni circa la leggenda della cenere di basilisco da utilizzare nella sintesi dell'oro da altri metalli invece non trova precedenti e sarà invece ripresa e sviluppata nel secolo successivo daAlberto Magno e daBartolomeo Anglico.
Ma Teofilo risale a un secolo prima di questi scritti, per cui viene da domandarsi se allora Teofilo conoscesse l'alchimia e se fosse stato il primo in Europa ad aver attinto da fonti alchemiche perdute prima che iniziassero a circolare le prime traduzione di testi alchemiciellenistici tramandati attraverso le fonti arabe. Secondo gli studiosi Halleux e Opsomer Teofilo sarebbe stato in possesso almeno di un frammento di testo alchemico, azzardando un collegamento tra Ruggero di Helmarshausen (cioè Teofilo stesso),Wibaldo di Stavelot, abate diStavelot inVallonia dove Teofilo avrebbe soggiornato, e lascuola salernitana, tramite il precedente incarico di Wibaldo qualeabate di Montecassino, nel1137. Presso la scuola medica salernitana si conoscevano almeno due leggende sul basilisco, più o meno contemporanee a Teofilo: la prima diBernardo Provinciale, che indica l'erbaruta come protezione dal basilisco, la seconda, sempre tramandata da Bernardo, indica come ilvescovoAlfano di Salerno avesse ucciso un basilisco con quell'erba e che in seguito tutto ciò che veniva sfregato con la polvere di basilisco si trasformasse in oro. In definitiva la seconda parte della ricetta delDe auro hyspanico sarebbe frutto di contatti con l'Italia meridionale tramite Wibaldo.
Il sangue[4] poi nella sintesi alchemica compare invece già dallopseudo-Avicenna (De anima), mentre inMichele Scoto (Ars alchimiae) si trova l'uso del sangue di ragazzo dai capelli rossi, ma per la preparazione dell'elisir di lunga vita, non dell'oro. I nati con i capelli rossi nel medioevo erano uomini dalla fama sinistra, in quanto si ritenevano frutto di relazioni illecite e concepimenti durante ilciclo mestruale. I capelli rossi erano legati, in molte leggende e tradizioni popolari, ai traditori (comeGiuda,Gano di Maganza,Mordred), o altre classi di reietti (ebrei, donne adultere,eretici,lebbrosi); essi inoltre venivano talvolta messi all'indice come persone segnate da uno sfrenato desiderio sessuale che gli avvicinava alle bestie: per esempio nella fiaba dell'L'uomo di ferro deifratelli Grimm, un selvaggio fabbro dai capelli rossi è il custode delle ricchezze aurifere di un bosco stregato.
L'immagine infine dei rospi che covano uova trova riscontro nelcorpus leggendario di questi animali, che lo vedono connesso al fattore materno, in particolare all'utero femminile, come dimostrano alcuni ex voto ritrovati in santuari dell'area germanica e tedesca; nell'iconografia deisette vizi capitali si incontra anche l'immagine di un rospo che succhia unavagina: per esempio sul portale di epocaromanica della chiesa diMoissac, l'anonimo scultore ha raffigurato una donna accanto al diavolo con i due seni che si prolungano in serpi e con un rospo al posto della vulva. Inoltre in alcune credenze si trova il rospo comevelenoso, di conseguenza egli stesso immune ai veleni. La connessione del rospo con le arti magiche è d'altronde ben documentata in numerose aree del mondo: dai funghi-rospo allucinogeni (come l'Amanita mappa o l'Amanita muscaria), al rospo-mago, messo per esempio in relazione alle capacità divinatorie degliaruspici, che proprio dalla radice "rospo" prenderebbero il nome.
In definitiva quindi Teofilo in questa ricetta avrebbe incorporato inconsapevolmente un brano alchemicoalla deriva nel sapere europeo medievale, e lo avrebbe collocato in un contesto completamente estraneo all'alchimia, arricchito però da rimandi a una fitta rete di suggestioni del sapere tradizionale si stampo orale.
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