Il termine è entrato nel linguaggio giuridico durante le trattative per lapace di Vestfalia del 1648, allo scopo di indicare il passaggio di beni e territori dallaChiesa cattolica a istituzioni civili; l'espressione è poi stata adottata daldiritto canonico per indicare il ritorno alla vita laica da parte di membri del clero.
Nel 1803 con la primamediatizzazione legata alReichsdeputationshauptschluss vennero privati della propria sovranità iprincipi ecclesiastici delSacro Romano Impero e molte abbazie vennero addirittura soppresse.
Nel XIX secolo l'espressione è passata a indicare il processo di progressiva autonomia delle istituzioni politico-sociali e della vita culturale dal controllo e dall'influenza della religione. In questa accezione, che fa della secolarizzazione uno dei tratti salienti dellamodernità,[2] il termine ha perso la sua originaria neutralità e si è caricato di connotazioni di valori di segno opposto, designando per alcuni un positivo processo di emancipazione, per altri un processo degenerativo di desacralizzazione che apre la strada alnichilismo.[3]
Nel saggioL'epoca della secolarizzazione (1970) il filosofo cattolicoAugusto Del Noce sostiene che l'inizio della secolarizzazione coincide con la sospensione della fase rivoluzionaria delmarxismo.Antonio Gramsci fu protagonista di una rivoluzione intellettuale e morale che riconobbe l'influsso dellasovrastruttura (folklore, letteratura e religione) sulla struttura economica. Ciò contribuì alla diffusione di ideali libertini e borghesi fra le varie classi sociali, ideali imbevuti diilluminismoateo e discientismoprogressista. Si creò così la cosiddetta "società opulenta" focalizzata sugli impulsi individuali, sulconsumismo di massa e sul presente, nell'attesa ottimistica dei prodotti della scienza e della tecnica.[4]