Considerato uno dei pontefici più significativi delXV secolo[1][2][3][4] per via delle sue doti diplomatiche, dell'alta dignità del magistero pontificio e della sua energia espressa nella difesa della cristianità dalla minaccia turca rappresentata daMaometto II, Pio II fu anche uno dei più importantiumanisti della sua epoca per via della sua profonda conoscenza della cultura classica e della sua abilità nel saper cogliere gli aspetti fondamentali dei generi letterari del mondo latino e greco.
Autore dei celebriCommentarii, ricalcati sul modellocesariano, in cui narra in terza persona la propria vita, Pio II fu il fondatore della città diPienza e un indefesso sostenitore della supremazia papale contro ogni forma diconciliarismo, dando così una forte impronta autocratica all'istituzione pontificia e ricusando così totalmente il suo medesimo passato di fautore di una limitazione dei poteri del sommo pontefice. Per i suoi scritti giovanili filoconciliari, per più di tre secoli il suo nome è stato incluso nell'Indice dei libri proibiti.
Enea Silvio Bartolomeo Piccolomini[5] nacque a Corsignano (l'odiernaPienza), primo dei diciotto figli[N 1] di Silvio Piccolomini, di nobile famiglia decaduta ed esiliata in seguito ai contrasti con la famiglia senese deiTolomei[6], e di Vittoria Forteguerri, quest'ultima di famigliapistoiese[7]. La famiglia aveva scelto questo nome per via di un loro avo di nomeGiulius Piccolominis Amideis, imparentato con la famiglia degliAmidei diFirenze. Per l'asserita discendenza degli Amidei dallagens Iulia, decisero di chiamare il primogenito Enea Silvio, in onore diEnea, figlio diVenere, che della gens Iulia era il leggendario capostipite[8]. Ebbe un'educazione di prim'ordine, essendo stato seguito in gioventù da Mattia Lupia e Andrea de' Billi[9]. Nel 1423[10] fu mandato dalla famiglia all'Università di Siena per studiarediritto[11], ma alle lezioni assistette malvolentieri, preferendo dedicare le proprie energie allo studio dei classici latini e greci (in particolar modoPlatone,Cicerone,Seneca), alle bravate con gli amici e alla passione per le donne[12][13]. Nel 1429 per volontà paterna fu inviato a perfezionare gli studi a Firenze, ove poté frequentare umanisti qualiFrancesco Filelfo,Leonardo Bruni ePoggio Bracciolini[6].
Il Concilio di Basilea e la causa conciliarista (1431-1445)
Dopo aver conseguito la laurea, il giovane Piccolomini si stabilì aSiena come docente, ma nel 1431 accettò il posto di segretario diDomenico Capranica,vescovo di Fermo, che si trovava allora in viaggio per ilConcilio di Basilea e in polemica contro il nuovopapa Eugenio IV, che intendeva non riconoscergli la nomina a cardinale[6][14]. Arrivato aBasilea nel 1432[15], il giovane Piccolomini mostrò la sua abilità politica e diplomatica servendo Capranica e diversi altri signori e figurando tra i dodici scrittori dei brevi apostolici[16]. Nel 1435 venne inviato dal cardinaleNiccolò Albergati[17], legato di Eugenio al concilio, prima adArras per pacificare francesi e borgognoni in guerra fra di loro (iltrattato di Arras)[18]; poi in missione segreta inScozia pressoGiacomo I, missione durante la quale ebbe due figli illegittimi[12]. Piccolomini visitò l'Inghilterra oltre alla Scozia, in un viaggio costellato di pericoli e vicissitudini di cui lasciò un prezioso resoconto[19]. Nel frattempo il Concilio di Basilea cominciò a manifestare in modo più violento le tendenzeconciliariste elaborate durante ilConcilio di Costanza. Papa Eugenio IV, preoccupato, decise di trasferire la sede ufficiale del Concilio aFerrara (1437), ove poteva tenere più sotto controllo l'operato dei Padri conciliari[20]. Buona parte dei padri rifiutò la decisione di Eugenio, dando origine al cosiddetto «piccolo scisma d'Occidente». Piccolomini, benchélaico, fu nominato funzionario del Concilio nel 1436[6][21] e, dopo l'aperta rottura avvenuta nel 1437, passò dalla parte dei conciliaristi svolgendo missioni aStrasburgo,Costanza,Francoforte eChambéry[22]. Nell'autunno del 1439 appoggiò l'elezione dell'exduca di Savoia Amedeo VIII (antipapa col nome diFelice V)[6], del quale divenne segretario particolare[23], e nel 1440 scrisse ilLibellus dialogorum de generalis concilii authoritate, vero e propriopamphlet a difesa dell'autorità conciliare[24].
L'imperatore Federico III, in un dipinto diHans Burgkmair. Alla corte dell'arciduca d'Austria il futuro pontefice rimase per diversi anni, stringendo amicizia col sovrano
Visto lo scarso seguito che Felice V riuscì a ottenere, Piccolomini trovò un pretesto per entrare, nel 1442, alla corte dell'imperatore Federico III[13][21] e abbandonare così l'antipapa al suo destino[15]. In virtù delle sue eccellenti doti retoriche e della sua vasta cultura, venne nominatopoeta laureato nella dieta di Francoforte del 1443[6] e ottenne il patrocinio del cancelliere dell'imperatore,Kaspar Schlick. Nei tre anni vissuti a corte, Piccolomini, nominato segretario dell'imperatore[16], scrisse due tra le sue opere più significative: la commediaChrisis nel 1443 e la celebre novellaHistoria de duobus amantibus nel 1444[6], che ebbe un importante influsso sulla produzione letteraria successiva[25].
Nel 1445, all'apice della gloria politica e letteraria, Piccolomini contrasse una grave malattia che lo spinse, una volta guarito, a cambiare radicalmente vita[21]. Il suo carattere era stato fino ad allora quello di un facile uomo di mondo, senza pretesa di dirittura morale o di coerenza politica. Incominciò a essere più regolare nel primo aspetto e nel secondo adottò una linea definita, facendo pace con Roma e venendo nominato canonico dellacattedrale di Trento[26]. Secondo lo studioso e filosofoEugenio Garin, la scelta per cui Piccolomini decise di ritornare all'obbedienza romana e ricusare l'esperienza conciliarista sarebbe da attribuire, oltre allo scarso seguito di Felice V, anche all'avanzata turca che, con labattaglia di Varna del 1444,9 aveva annientato gli eserciti cristiani neiBalcani: solo l'unità con il romano pontefice avrebbe potuto far sì che i popoli cristiani si riunissero sotto un'unica bandiera per bloccare la minaccia islamica[27].
Essendo stato inviato in missione a Roma nel 1445 da parte di Federico III, con lo scopo apparente di indurre Eugenio a convocare un nuovo concilio, venne assolto dalle censure ecclesiastiche e fece ritorno inGermania con il compito di assistere il papa[6][28]. Assolse efficacemente a tale compito, ravvicinando con accorta diplomazia la corte papale di Roma e gli elettori imperiali tedeschi; ebbe anche una parte importante nel compromesso col quale, nel 1447, il morente Eugenio accettò la riconciliazione offerta dai principi tedeschi, lasciando senza supporto il concilio e l'antipapa[21]. Enea per quel tempo aveva già preso i voti: consacratosuddiacono nel 1446 a 41 anni, fu ordinatopresbitero il 4 marzo 1447 aVienna[15].
Il nuovopapa Niccolò V era un umanista e un amico personale del Piccolomini[29]. Entrato nelle grazie del nuovo pontefice, Piccolomini percorse una rapida carriera ecclesiastica: fuvescovo di Trieste dal 19 aprile 1447[15] fino al 23 settembre 1450[30][31], quando fu nominatovescovo di Siena, carica che ricoprì fino all'elezione pontificia[6], e non senza tribolazioni: l'appartenenza del Piccolomini a un'antica famiglia magnatizia caduta in disgrazia e l'ambiguità dello stesso Piccolomini nelle trattative con le autorità cittadine lo resero presto inviso ai senesi e tale iniziale diffidenza si trasformò in seguito in aperta ostilità nel 1456, dopo che ebbe ricevuto ilcappello cardinalizio, quando gli fu negato l'ingresso in città[6].
Il presule fu però impegnato anche in missioni diplomatiche per conto della Santa Sede. Niccolò V, sapendo dei buoni rapporti che intercorrevano tra il Piccolomini e Federico d'Asburgo (e della sua ottima conoscenza dellalingua tedesca), lo inviò, insieme con il cardinaleNicola Cusano, come ambasciatore alla corte imperiale per negoziare il matrimonio di Federico con la principessaEleonora d'Aviz; Piccolomini combinò le nozze (celebrate per procura nel 1450), ottenendo anche la stipula di un concordato che ristabiliva i rapporti fra Chiesa e Impero[32]. Nel 1451 intraprese una missione inBoemia, dove concluse un soddisfacente accordo con il capo deglihussiti,Giorgio di Podebrady[33]; l'anno dopo ricevette Federico a Siena e lo accompagnò a Roma, dove l'imperatore sposò "ufficialmente" Eleonora e venne incoronatoRe dei Romani (9 marzo) e poiImperatore del Sacro Romano Impero il 19 marzo[6]. Fu l'ultimo imperatore a essere incoronato a Roma[34].
Il 1453 fu un anno traumatico per l'intero Occidente cristiano: il 29 maggioCostantinopoli, ultimo baluardo del cristianesimo davanti alla minaccia turca ed erede dell'Impero romano,cadde nelle mani di Maometto II. L'avvenimento fu particolarmente sentito negli ambienti umanistici e quindi anche dal vescovo Piccolomini[35] che, spinto dall'emozione, scrisse ilDialogus, trattato dialogico in cui si riflette sia sull'autorità morale del papato, sia sulla necessità di unacrociata volta a frenare l'avanzata ottomana[36], necessità replicata anche neiCommentarii:
(latino)
«Conventu iam pleno cum prelati ecclesiarum et principes Christiani multi adessent, contione in pretorio civitatis advocata Aeneas vice imperatoris verba fecit, quibus in expugnatione Constantinopolitana quantum detrimenti Christiana res publica accepisset, et quantum instaret periculum, nisi Turchorum conatibus occurreretur plane dilucideque monstravit, capiendaque publice arma pro communi utilitate suasit...»
(italiano)
«Essendo il convegno [di Ratisbona] già pieno di molti prelati e di principi cristiani, convocata l'assemblea nel pretorio della città Enea per conto dell'imperatore [Federico III] fece un discorso, in cui [diceva] quanto nella caduta di Costantinopoli la Cristianità avesse raccolto una sconfitta e quanto incalzasse il pericolo, se non ci si contrapponesse agli attacchi dei Turchi; e lo dimostrò in modo piano e lucido, persuase a prendere pubblicamente le armi per la comune salvezza...»
Nell'agosto 1455 Enea Piccolomini tornò a Roma con un'ambasciata per proferire l'obbedienza della Germania al nuovo papa,Callisto III[37]; consegnò inoltre al pontefice le raccomandazioni dell'imperatore e delre d'UngheriaLadislao V per la sua nomina a cardinale (la nomina non si fece a causa della determinazione del papa a promuovere prima un suo nipote; così dovette aspettare fino all'anno successivo). Piccolomini ottenne invece il vescovato diWarmia (inPolonia)[38]. Il 17 dicembre 1456 Piccolomini fu finalmente nominato cardinale[6], portò a compimento laHistoria Frederici III imperatoris (1452-1458) e abbozzò alcuni trattati dal sapore internazionale, quali ilDe Europae laCosmographia[39].
Callisto III morì il 6 agosto 1458; il 10 agosto i cardinali entrarono inconclave: otto erano italiani, cinque spagnoli, due francesi, uno portoghese, due greci[40].
Pintoricchio,Pio II, incoronato pontefice, entra in San Giovanni in Laterano, particolare tratto dal ciclo d'affreschi dellaLibreria Piccolomini della cattedrale di Siena
Il vescovo diRouen, il potenteGuillaume d'Estouteville, sembrava certo di essere eletto[6]. Il Piccolomini lo contrastò efficacemente attraverso la sua arte, energia ed eloquenza[41]. Egli frustrò le speranze del rivale ricordando i rischi della nomina di un cardinale francese al soglio pontificio[40], giacché quegli avrebbe certamente riportato la sede pontificia adAvignone, assoggettandola agli interessi d'Oltralpe, come denuncia neiCommentarii:
(latino)
«Aut ibit in Galliam pontifex Gallus, et orbata est dulcis patria nostra splendore suo, aut manebit inter nos, et serviet regina gentium, Italia, extero domino, erimus mancipia Gallicae gentis. Regnum Siciliae ad Gallos perveniet, omnes urbes, omnes arces Ecclesiae possidebunt Galli. Callistus admonere te potuit, quo sedente nihil Cathelani non occuparunt. Expertus Cathelanos experiri Gallos cupis? Cito poenitebit expertum! Videbis Collegium Gallis plenum, neque ab illis amplius eripietur papatus. Adeone rudis es, ut non intelligas hoc pacto perpetuum imponi iugum nationi tue?»
(italiano)
«O il pontefice francese [andrà] lì in Francia, e la dolce patria nostra sarà defraudata del suo splendore, o rimarrà tra noi e servirà l'Italia, la regina delle genti, o la porrà sotto il dominio straniero e noi saremo schiavi dei Francesi. Il regno di Sicilia giungerà nelle mani dei Francesi e costoro tutte le città, tutte le realtà ecclesiali le possederanno. Callisto ti poté ammonire mentre lui sedeva [ossia era papa, n.d.t.] che i Catalani non occuperanno nulla. Messo alla prova, vuoi che i Catalani mettano alla prova i Francesi? Presto ti pentirai di ciò! Vedrai il Sacro Collegio pieno di Francesi, e il papato non si sottrarrà da quelli. O forse a tal punto sei ignorante, che non comprendi che un giogo perpetuo è imposto con questo patto alla tua nazione?»
Ancora neiCommentarii, inoltre, Pio II descrisse il Conclave in termini molto duri riguardo alla condotta morale dei cardinali, impegnati nella simonia o in altre pratiche al cui centro stava proprio il d'Estouteville:
(latino)
«Convenere apud latrinas plerique cardinales, eoque loco tanquam abdito et secretiori pacti inter se sunt, quonam modo Vilhelmum pontificem eligerent, scriptisque et iuramentis se astrinxerunt. Quibus ille confisus mox sacerdotia, magistratus et officia promisit, ac provincias partitus est. Dignus locus, in quo talis pontifex eligeretur!! Nam fedas coniurationes ubi convenientius ineas, quam in latrinis?»
(italiano)
«Una gran quantità di cardinali si riunirono nelle latrine e là, come in luogo convenientemente segreto e appartato, si accordarono sul modo di eleggere Guglielmo [di Estouteville] e si impegnarono per scritto e con giuramento. Allora Guglielmo, fidandosi, cominciò subito a promettere cariche, magistrature ed onori, e distribuì le diocesi. Il luogo era degno dell'elezione di tale papa; dove meglio che nelle latrine si possono stipulare sozze convenzioni?»
Enea Silvio Piccolomini fu infine eletto pontefice il 19 agosto del 1458[15]: si schierarono in suo favore il cardinale Colonna e i due cardinali nipoti di Callisto III, uno dei quali era il futuropapa Alessandro VI[6]. Incoronato il 3 settembre[42] dal cardinaleProspero Colonna[43], il nuovo papa scelse come nome pontificale "Pio", in omaggio non tanto asan Pio I, quanto al tanto amatoEnea virgiliano, il cui appellativo eraPius[44][45]. A 53 anni d'età, la salute del papa umanista non era buona: affetto dagotta e da altri acciacchi[6][46], Pio era consapevole del proprio precario stato di salute e, forse proprio per questo motivo, si buttò anima e corpo a realizzare un vasto piano di riforme e alla creazione della grande coalizione europea volta a scacciare i turchi da Costantinopoli.
«Quest'uomo esperto d'ogni paese e d'ogni costume, che aveva goduto la vita in ogni sua possibilità e che aveva soddisfatto con pienezza tutte le sue passioni, ora, al tramonto, si accingeva a battersi con ogni sua forza per una grande crociata contro l'Islam.»
Il congresso, al quale parteciparono i principali potenti dell'epoca e che si aprì il 1º giugno 1459[51], non produsse gli effetti sperati: laMilano diFrancesco Sforza era assorbita dal tentativo di prendereGenova;Firenze consigliò cinicamente al Papa di lasciare che turchi e veneziani si logorassero a vicenda[52]; i regni di Francia e d'Inghilterra erano impegnati l'uno nel conflitto contro ilDucato di Borgogna, l'altro nella guerra civile (oggi nota comeGuerra delle due rose). InoltreLuigi XI di Francia, risentito per il fatto che Pio II aveva preferito Ferdinando d'Aragona al candidato franceseRenato d'Angiò per il trono di Napoli, continuò nella sua politica anti-papale, appoggiando e propugnando laPrammatica Sanzione di Bourges del 1438[47]. Infine, la Germania, dalTirolo allaPomerania, era agitata da complotti antipapisti nonché anti-imperiali, quali la lotta tra ilDucato di Kleve e ilVescovato di Colonia[53]. Pio II venne coinvolto, suo malgrado, in una serie di dispute con il re di Boemia e vertice del movimentohussita Giorgio Podiebrady, che aspirava a diventare Re dei Romani al posto di Federico d'Asburgo[47]. Il pontefice dovette fronteggiare ancheSigismondo conte del Tirolo, che si oppose alla linea riformatrice propugnata dal cardinale e teologoNicola Cusano[47].
Paolo Veronese,Ritratto di Maometto II, pittura a olio, XVI secolo, Bavarian State Painting Collections, Monaco di Baviera
Di fronte allo scarso interesse delle potenze occidentali nel partecipare a una nuovacrociata contro i turchi ottomani8[54][55], Pio II fece circolare in Europa, a scopo polemico, una lettera alsultanoMaometto II, in cui offriva al signore turco - se avesse voluto ricevere ilbattesimo - il titolo diimperatore romano, per il quale nessun monarca cristiano era più degno agli occhi del pontefice[56]. Il contenuto della lettera è sintetizzato bene daGiovanni Maria Vian e da Gian Luca Potestà:
«Da parte sua, Pio II immaginò un'altra strada: nel 1460 scrisse una lettera a Maometto II... esaltando la potenza europea in tutti i campi, minimizzando le differenze tra le due religioni ed esortandolo al battesimo: un capolavoro retorico e una magistrale argomentazione politica, con cui il papa si candidava a fare di lui un nuovoCostantino.»
Un estratto della lettera è utile per comprendere il tono retorico e accattivante del pontefice umanista nei confronti del sultano ottomano:
«Una piccolezza insignificante può fare di te il più grande, il più potente e il più famoso dei mortali ora viventi. Tu chiedi che cosa sia? Non è difficile trovarla, non occorre andare lontano per cercarla. Si può averla dappertutto: è un po' d'acqua con cui ti fai battezzare, ti converti al Cristianesimo e accetti la fede delVangelo. Se farai questo, non ci sarà sulla faccia della terra alcun principe che ti superi nella gloria o possa uguagliarti nella potenza. Ti nomineremo imperatore dei Greci e dell'Oriente, e ciò che ora tu hai occupato con la forza, e ingiustamente detieni, sarà allora tuo possedimento di diritto. Tutti i cristiani ti onoreranno e faranno di te l'arbitro delle loro divergenze. Tutti gli oppressi si rifugeranno presso di te come presso il loro comune protettore; da quasi tutti i paesi della terra ci si rivolgerà a te [...] E la Chiesa di Roma non si opporrà, se tu camminerai sul retto sentiero.»
Pinturicchio,Pio II giunge ad Ancona per dare inizio alla crociata, tra il 1502 e il 1507, Libreria Piccolomini, cattedrale di Siena
«La falce turca miete le città cristiane. Esorteremo i principi? Indarno l'abbiam fatto. Dunque non più parole: io stesso partirò alla testa dei volenti. Forse si vergogneranno di restar nell'ozio e nelle delizie, quando vedranno partire il vecchio e infermo pontefice. Non ricusiam di morire; si salvi la greggia, il resto farà Dio.»
(Pio II inStoria religiosa e civile dei Papi di Guglielmo Audisio[58])
Pio era inconsapevolmente vicino alla fine e il suo malessere probabilmente portò alla febbrile impazienza con la quale, il 18 giugno 1464[6], partì perAncona allo scopo di condurre la crociata di persona. Il 19 luglio, dopo un viaggio lentissimo e prostrante a causa del caldo e delle infermità (si fermò aFiano, aOtricoli,Narni,Spoleto,Assisi eLoreto)[59], il papa giunse nel capoluogo dorico, dove trovò circa cinquemila volontari affluiti da varie parti d'Europa (specialmente dallapenisola iberica e dalla Germania centrale) per imbarcarsi, come stabilito, sulle navi dellaflotta veneziana[6]. Nel porto di Ancona non vi erano che duegalee, invece delle quaranta promesse, e nessuna nave da trasporto[6]. Differenti erano invece gli accordi iniziali con le potenze cristiane:
«Quanto all'Italia, i Veneti promisero dieci triremi;Francesco Sforza duemila cavalieri e mille fanti...il duca di Modena, il Marchese di Mantova, i Bolognesi, i Senesi due triremi per ciascuno; e i Lucchesi una. I Fiorentini, dopo molta esitazione, dissero che avrebbero fatto quel che lo Sforza avrebbe creduto bene eCosimo dei Medici promise una trireme. I Genovesi assicurarono di mandare otto grandi navigli, e un nobile privato, O[ttobono] Fieschi, si offrì d'armarne una... Sette triremi furono promesse da sette cardinali...mentre il Pontefice si propose di preparare dieci triremi, delle navi da carico ed alcuni di quei burchielli, che si dicevan fusti.»
(Giuseppe Lesca,I Commentarii rerum memorabilium, quae temporibus suis contigerunt, d'Enea Silvio de' Piccolomini (Pio II)[60])
Dopo alcune settimane di vana attesa, la maggior parte dei volontari fece ritorno alle proprie case. Fiaccato dalle fatiche del viaggio ed esasperato dal comportamento dei veneziani, che non avevano mandato in tempo utile la loro flotta, Pio II fu contagiato dallapeste[6]. Il 12 agosto giunsero da Venezia due grandi navi da trasporto e il giorno dopo dodici galee, comandate daldogeCristoforo Moro[61], ma il pontefice era ormai prossimo all'agonia e poté solamente vederle dalla finestra della sua camera. Spirò due giorni dopo, ad Ancona, sul colle di S. Ciriaco, la notte fra il 14 e il 15 agosto[6][62], «forse disperato»[63] per il fallimento di quella che si rivelò un'illusione. A seguito della sua morte, la spedizione crociata, già compromessa dai ritardi accumulatisi, si sciolse e le navi veneziane fecero vela verso la patria, dove il doge diede ordine di disarmare la flotta[64][65].
«Convinto che il declino dell'influenza papale fosse dovuto all'aumentato prestigio dei Concili»[47], Pio II rinnegò il suo passato conciliarista in una serie di documenti ufficiali volti a rafforzare l'assolutismo spirituale del pontefice. Il più importante di questi fu sicuramente la bollaExecrabilis, pubblicata il 18 gennaio 1460, con cui Pio II condannava l'invocazione dei Concili contro l'autorità del Papa stesso[47], anche se, come notano Karl Bihlmeyer e Hermann Tuechle, «fuori Roma ess[a] rimase spesso lettera morta»[62]. Non pago di questa ritrattazione ufficiale, Pio II il 26 aprile 1463[68] emise una seconda bolla, chiamataBulla retractationis (in realtà denominataIn minoribus agentes), nella quale il Papa pregava i suoi antichi avversari di «rifiutare Enea e dare ascolto a Pio»[69], affermando di aver sbagliato, comesan Paolo in gioventù prima della conversione[70]. Per usare le parole diClaudio Rendina:
Il cardinale Niccolò Cusano, collaboratore di Pio II nella sua opera di riforma
«Si delinea con Pio II la figura del papa-re, che per affermarsi e consolidarsi dovrà da un lato annullare ogni potere militare dei signori nelle varie città dello Stato pontificio, fin dove possibile tentando una linea d'accordo, e dall'altro abbattere qualsiasi forma di costituzionalismo di tipo cardinalizio o conciliare.»
Già nel 1460 Pio II tentò, con l'aiuto del cardinale Nicola Cusano[72], di riformare la Curia romana e, insieme con essa, i vari ordini religiosi: per quanto riguarda la prima, nominò deireferendari che, dietro giuramento, dichiararono di non prendere alcuna somma di denaro in cambio di favori e rivisitò lapenitenzieria di San Pietro[73]; per quanto riguarda i secondi, invece, promosse una serie di direttive volte a eliminare scandali, quali relazioni tra monaci e monache, abuso d'ufficio e altri ancora[74]. Nonostante ciò, i tentativi di riforma caddero nel vuoto a causa dell'eccessivo impegno del pontefice nella guerra contro i turchi[62], eccetto che per la riforma finanziaria, che vide Pio II elaborare nella gestione delle entrate dello Stato Pontificio unbilancio preventivo, sul modello di quello attuato a Milano e a Firenze[75].
Non sempre facili furono i rapporti tra Pio II e i cardinali[76] a causa del forte accentramento monarchico adottato dal pontefice: ebbe frasi sprezzanti per il cardinale Giacomo del Portogallo che si vantava della propria ascendenza reale e, ancor di più, con il suo successore al soglio petrino, il cardinale Pietro Barbo (futuroPaolo II), il quale si lamentò con il pontefice per aver rifiutato di dargli unbeneficio[77].
Già nel corso del XIV e della prima metà del XV secolo ci furono vari tentativi, per opera specialmente di fra Tommaso d'Antonio Caffarini, di diffondere il culto popolare perCaterina da Siena, raccogliendo varie testimonianze «di religiosi e di laici, circa le virtù di C[aterina] e il culto che il popolo le veniva già tributando»[79]. Pio II, concittadino di Caterina, lacanonizzò ufficialmente nel giugno del 1461, quando emanò una bolla da lui stesso redatta[80].
Pio II si segnalò anche per aver combattuto la tratta degli schiavi per opera deiportoghesi e per aver migliorato le condizioni degliebrei all'interno dello Stato Pontificio[81]. Nel primo caso, fu lo stessopapa Leone XIII a rievocare, nella sualettera enciclicaIn Plurimis, l'azione del predecessore a favore degli schiavi:
«Alla fine del secolo decimo quinto, quando la funesta piaga della schiavitù era quasi scomparsa presso le genti cristiane e gli Stati tentavano di rafforzarsi nella libertà evangelica e di estendere il loro dominio, questa Sede Apostolica, con assidua vigilanza cercò di impedire che rigermogliassero quei malefici semi [...] Seguì poi, con crudeltà non dissimile, l’oppressione degli indigeni (generalmente chiamati "Indiani") al modo degli schiavi. Non appena questi fatti furono noti a Pio II, senza alcun indugio, il giorno 7 ottobre dell’anno 1462, scrisse una lettera al Vescovo di Rubio per biasimare e condannare tanta malvagità.»
Pinturicchio,Enea Silvio Piccolomini incoronato poeta dall'imperatore Federico III, affresco, Libreria Piccolomini, cattedrale di Siena, 1502-1507 circa
Papa Pecci si riferiva, citando Pio II, allabollaPastor bonus del 7 ottobre 1462 indirizzata a Diego de Illescas, vescovo di Rubio[82]. Nella bolla Pio ordinò ai vescovi di imporre sanzioni ai trasgressori. Pio non condannò il concetto dicommercio di schiavi, ma solo la schiavitù di coloro che erano stati battezzati di recente, che rappresentavano una piccolissima minoranza di coloro che furono catturati e portati inPortogallo[83].Papa Urbano VIII, nella sua bolla del 22 aprile 1639, descrisse questi gravi avvertimenti di Pio (7 ottobre 1462, Apud Raynaldum in Annalibus Ecclesiasticis ad ann n. 42) come relativi aineofiti[84].
Per quanto riguarda gli ebrei, papa Piccolomini aveva bisogno di ogni aiuto possibile per la guerra contro i turchi: fu richiesto agli ebrei un contributo per la guerra santa ma, visto l'esito fallimentare, venne restituita loro parte della somma[85]. In generale, comunque, li protesse dalle angherie dovute al diffusoantigiudaismo presente nella società e nellateologia cristiana dell'epoca[81].
Re Luigi XI di Francia, con cui Pio II ebbe un rapporto altalenante riguardo alla Prammatica Sanzione di Bourges
Oltre ai fatti di Mantova, Pio intervenne nelle vicende dei regni d'Europa per altre questioni. In primo luogo, deplorò aCarlo VII di Francia (1422-1461) l'approvazione dellaPrammatica Sanzione di Bourges con la quale ilgallicanesimo riaffiorò in tutto il suo vigore nel regno transalpino[86]. Trovato un difficile interlocutore nel re Carlo, infastidito anche dal favore papale perFerrante d'Aragona, Pio II ottenne dall'alloradelfinoLuigi la promessa di ripudiare la politica paterna ma, non appena asceso al trono come Luigi XI, questi pretese in cambio i diritti degli Angioini sul trono napoletano[87][88] e, davanti all'insuccesso della spedizione di Giovanni d'Angiò a Napoli, rimise in vigore il decreto paterno[62].
Mentre Pio II era a Mantova, a Napoli ci fu un tentativo di sollevazione controFerdinando d'Aragona per opera di Giovanni d'Angiò, figlio diRenato duca d'Angiò[89]. I filo-francesi restarono inascoltati da Pio, che continuava a sostenere Ferdinando quale legittimo re del trono partenopeo[90] che, in cambio, sarebbe diventato feudatario del pontefice. Raggiunto questo accordo, Ferdinando fu incoronato il 4 febbraio 1459[6].Ferrante, per ringraziare il pontefice dell'investitura, volle, nel 1461, che Maria, sua figlia naturale, sposasseAntonio Piccolomini, nipote del Papa, dandole in dote ilDucato di Amalfi, ilContado di Celano e l'ufficio diGran Giustiziere per il marito.[91]
Peter Paul Rubens,Ritratto di Mattia Corvino, affresco, 1612-1616, DAMS Antwerpen
Governato dall'energicoMattia Corvino, ilRegno d'Ungheria era visto dal papa come l'estremo baluardo della cristianità contro l'espansione ottomana. A Mattia Corvino, infatti, accordò la corona del regno magiaro in un'ottica di rafforzamento del fronte antiturco, come esposto da Marco Pellegrini:
«In realtà, l'atteggiamento di P[io] verso Mattia fu analogo a quello da lui tenuto nei confronti di Ferrante d'Aragona: il riconoscimento dei titoli regali di entrambi, che fu effettuato dal papato senza pregiudizio di eventuali terzi, mirava a compattare il fronte delle potenze maggiormente esposte all'assalto dei Turchi, evitando perniciose disgregazioni motivate da dispute di successione.»
(Marco Pellegrini, Pio II inEnciclopedia dei Papi[6])
Tra il 1460 e il 1461[48] Pio II, affidato l'esercito aFederico da Montefeltro[92], stroncò le rivolte baronali che si stavano levando nellacampagna romana, eliminandone i capi, tra cui spiccava Jacopo Savelli[N 2]. Stessa sorte toccò al bandito Tiburzio della Palombara, legato alla causa del Savelli[93]. Negli altri territori dello Stato Pontificio, Pio II dovette combattere contro il Signore diRimini eFanoSigismondo Malatesta, con cui entrò in contrasto già a partire dall'ottobre del 1460[6]. In sostanza, con Pio II si procedette al rafforzamento della monarchia papale in senso territoriale prima ancora che in senso spirituale e universale, decisione criticata severamente da uno storico della Chiesa come Walter Ullmann[94].
«L'idea di fondo era quella di giungere all'integrazione di parte nuova e borgo antico e, soprattutto, alla fusione e reciproca valorizzazione tra spazio costruito e spazio naturale per i cui valori il papa mostra - umanisticamente - grande sensibilità.»
(Pierluigi de Vecchi ed Elda Cerchiari,Dal Gotico Internazionale alla Maniera Moderna, in Arte nel tempo[95])
Da sovrano pontefice, Pio non dimenticò affatto né i parenti, né la città natale di Corsignano. Riguardo ai primi, Pio praticò ilnepotismo elevando alla dignità cardinalizia due suoi nipoti[42] (tra i quali il già citato Francesco Todeschini-Piccolomini, futuroPio III) e favorendo i parenti perché gli fossero d'aiuto nei progetti di governo. Per quanto riguarda il "nepotismo urbanista", il nome di Pio II è legato alla rifondazione di Corsignano col nome di Pienza. I lavori urbanistici, affidati alRossellino e incominciati nel 1459[96], terminarono il 29 agosto del 1462, data in cui il pontefice consacrò la Cattedrale[96]. Città basata sul modello dellacittà ideale, fondata sulla base delle necessità dell'uomo, Pienza può essere considerato uno dei lasciti più significativi e celebri del papa senese[97]. In essa, infatti, papa Piccolomini intendeva ricostruire dalle basi la natia Pienza per fondare «un centro urbano fortemente degno e in ideale antitesi con l'altra città che l'aveva, con la sua famiglia, ingiustamente emarginato: Siena»[97]. Durante un viaggio da Roma a Mantova, infatti, Pio II visitò Corsignano e, vedendo le condizioni disastrose del borgo, decise di trasformarlo in una città rinascimentale. Con l'aiuto di architetti di fama, tra cui Bernardo Rossellino eLeon Battista Alberti, avviò il progetto di rinnovamento che avrebbe dato alla città una nuova forma, basata sui principi dell'umanesimo e dellaprospettiva. L'opera di trasformazione fu completata tra il 1459 e il 1462, con la creazione di piazze, palazzi e chiese che riflettevano l'eleganza e la razionalità della cultura rinascimentale. La piazza principale di Pienza, con la sua piantatrapezoidale, divenne emblema di un modello urbano che integrava armoniosamente i principi di bellezza e funzionalità[98]. La sua città ideale, Pienza, e il suo mecenatismo culturale restano ancora oggi una testimonianza della sua eredità come uno dei più grandi pontefici delRinascimento. In misura minore, infine, Pio II continuò il nepotismo "urbanista" dando inizio alla realizzazione del castello di Tivoli che verrà ultimato nel 1560 sottoPio IV e che diventerà la residenza estiva dei pontefici[3].
Il mecenatismo di Pio II, papa umanista, si sviluppò in un periodo cruciale della storia del Rinascimento e si espresse in diverse forme, tra cui l'architettura, la letteratura e le arti visive. Pio II, come già ricordato, fu uno dei più grandi mecenati delQuattrocento, noto per il suo impegno nella promozione delle arti e delle lettere. La sua visione culturale si radicava nell'umanesimo e fu espressa principalmente nella trasformazione del suo paese natale, Corsignano, in una città ideale che prese il nome di Pienza, un simbolo del Rinascimento[98]. Pio II, inoltre, fondò l'Università di Basilea, la più antica università della Svizzera, con bolla pontificia del 12 novembre 1459[99] e, vedendo come gli antichi monumenti romani fossero smantellati per ricavarne materiale edile, emanò appositamente una bolla per proteggerli[100]. Nonostante Pio II fosse uno dei più significativi umanisti della sua epoca, rispetto al predecessore Niccolò V non fu un grande protettore dei letterati[101], limitandosi a ripristinare l'ufficio degliabbreviatori pontifici, caduti in disgrazia sotto Callisto III[42]. Difatti «i letterati che vennero direttamente sovvenzionati da P[io] furono...assai pochi: fra questi si ricordaGiovanni Antonio Campano, suo poeta aulico, biografo e revisore letterario, e il seneseFrancesco Patrizi»[6]. Tra i suoi contemporanei, però, bisogna ricordare che Pio II ebbe grande stima dello storico e umanistaFlavio Biondo che, durante il congresso di Mantova, completò il suo capolavoro, laRoma Triumphans, dedicandolo al pontefice[102]. In una lettera daWiener Neustadt (dove si trovava nel marzo 1455) indirizzata al cardinale spagnoloJuan de Carvajal, Pio II menzionò l'arte della stampa. Si tratta della prima citazione della stampa nella letteratura italiana[103]. Nel campo delle arti visive, Pio II promosse la realizzazione di opere per decorare i luoghi a lui più cari, come laLibreria Piccolomini a Siena, dove affreschi diBernardino di Betto Betti, detto il Pinturicchio, raccontano la sua vita. Questi affreschi, realizzati tra il 1503 e il 1508, sono oggi considerati uno dei più grandi capolavori dell'arte rinascimentale[98].
Pio fu uno dei più interessanti successori di Pietro. Il pontefice non si dimostrò soltanto un eccezionale uomo di lettere e uno degli intellettuali più colti della sua epoca, ma anche una personalità camaleontica, capace di assumere il colore delle circostanze che gli stavano attorno[105]. Mentre competeva con ogni altro uomo in industriosità, prudenza, saggezza e coraggio, eccelse nella semplicità dei gusti, nella costanza degli affetti, nella gentile allegria, nella magnanimità e nella pietà. E tali virtù non erano frutto di un semplice calcolo politico, ma la conseguenza di una «conversione morale profonda e duratura»[69] grazie alla quale si prodigò «nel mettere al servizio non solo della propria ascesa sociale, ma anche del bene comune, le proprie doti»[6].
Una facoltà peculiare di Enea Silvio Piccolomini fu quella di adattarsi perfettamente a qualsiasi incarico venisse chiamato a occupare[6]. Fu una sua fortuna che ogni passo nella vita lo aveva posto in circostanze che si appellavano sempre più alla parte migliore della sua natura, un appello al quale non mancò mai di rispondere. L'avventuriero poco scrupoloso e il narratore licenzioso degli anni precedenti l'ascesa al Soglio pontificio, sedette in modo abbastanza naturale sullo scranno di San Pietro, e dalle risorse del suo carattere versatile, forgiato dalla conoscenza degli uomini e dell'etica, produsse senza sforzo apparente tutte le virtù e le qualità richieste dal suo nuovo stato[106].
Come capo della Chiesa fu abile e sagace, e mostrò di comprendere le condizioni alle quali poteva essere mantenuto il suo monopolio del potere spirituale; le sue idee erano lungimiranti e liberali; e si fece influenzare poco dai fini personali. Pio è interessante, in particolare, come il tipo di studioso e pubblicista che si fa strada per la sua forza intellettuale[107], facendo intravedere quell'età di là da venire in cui la penna deve essere più forte della spada[N 3]; e non di meno come la figura in cui, più che in ogni altra, lo spiritomedioevale e quelloumanistico s'incontrano, e dove il secondo prende definitivamente il sopravvento sul primo.
Il giudizio dato dallo storico della Chiesa tedescoLudwig von Pastor è quanto mai eloquente nell'espressione di un giudizio finale sulla figura e sulla condotta di Pio II:
(inglese)
«Pius II is one of those Pontiffs whose life and character had called forth the most conflicting appreciations. This is not surprising, if we consider his great talents and varied attainments, so far surpassing those of the majority of his contemporaries, and the many changes which marked the course of his eventful life. It is imposible to defend much of his conduct in his earlier days, or his nepotism when raised to the Papal Throne. On the other hand, it cannot be denied that, as Head of the Church, Pius II did much to restore the dignity and authority of the Holy See; and that, in cultivation and learning, this gifted and genial Pope had had hardly an equal among Princes. The greatest authority on the Renaissance period places him next in order of merit to Nicholas V, admittedly the best of the 15th century Popes. And, besides this, we cannot withhold our admiration and esteem from the untiring zeal with which, although feeble with age and tortured by bodily suffering, he laboured in what he must have felt to be tha almost hopeless cause of the Crusade, striving with might and main to organise the forces of the West to resist the imminent destruction with which they were threatened by the Turkish power. This alone will secure for him and honoured remembrance throughout all ages.»
(italiano)
«Pio II è uno di quei Pontefici la cui vita e il cui carattere avevano suscitato gli apprezzamenti più contrastanti. Ciò non è da sorprendere se noi consideriamo i suoi grandi talenti e i vari risultati, a tal punto da superare la maggior parte dei suoi contemporanei, e i molti cambiamenti che segnarono il corso della sua vita movimentata. È impossibile difendere la maggior parte della sua condotta nei primi tempi o il suo nepotismo quando ascese al trono pontificio. D'altro canto, non si può negare che, come capo della Chiesa, Pio II fece molto per restaurare la dignità e l'autorità della Santa Sede; e che, nella messa a frutto e nell'apprendimento, questo dotato e geniale pontefice ha avuto difficilmente una personalità uguale tra i principi a lui contemporanei. La più grande autorità nel periodo rinascimentale lo pone, in base ai suoi meriti, subito dopo Niccolò V, per ammissione il migliore dei papi del XV secolo. E, oltre a ciò, noi non possiamo nascondere la nostra ammirazione e stima per lo zelo instancabile con cui, benché debole per l'età e tormentato da sofferenze fisiche, egli faticò in ciò che egli deve aver sentito essere la causa senza speranze della Crociata, sforzandosi con impegno nell'organizzare le forze dell'Occidente a resistere all'imminente distruzione che dal potere Turco erano minacciate. Questo solamente assicurerà a lui un onorevole ricordo attraverso tutte le epoche.»
L'edizione deiCommentarii del 1984 a cura di Luigi Totaro
Papa Pio fu un autore versatile e prolifico, per Guido Cappelli uno dei più significativi umanisti del XV secolo[N 4]. La sua opera più importante sono iCommentarii rerum memorabilium quae temporibus suis contigerunt (cioèI Commentari delle cose memorabili che accaddero ai suoi tempi), la cui stesura lo impegnò negli anni 1462-1463[109]/1464[110]. Scritti in terza persona come iCommentariicesariani, sono divisi in dodici libri come l'Eneide e hanno come scopo principale quello di celebrare la figura del pontefice, dipingendolo come uomo retto e prodigo nei confronti dei bisogni della cristianità[111]. ICommentariinon si limitano però a un mero narcisismo autocelebrativo: il Piccolomini descrive il mondo in cui vive, i suoi viaggi, le abitudini degli uomini che ha incontrato, dandoci così un potente affresco della società rinascimentale[109] da un lato; dall'altro, hanno anche la finalità di esortare i cristiani alla riscoperta della propria fede, spronandoli alla riscossa[111]. Stefan Bauer così commenta le finalità dell'opera:
«Piccolomini vi ripercorre la propria vita, giustificando le sue azioni e fissando un'immagine virtuosa di sé sia come politico, sia come pontefice.»
Pubblicati nel 1584[11] (oltre un secolo dopo), essi furono attribuiti a tal Gobelinus (ossia Giovanni Gobelino, un parente tedesco dei Piccolomini[112]), che ne fu in realtà soltanto ilcopista[113]. L'edizione dell'opera, che fu curata dall'arcivescovo di SienaFrancesco Bandini (1529-1588) e dedicata apapa Gregorio XIII[110], fu alterata pesantemente, mutilandola dei passi più scabrosi e scandalosi e modificandone lo stile. Numerosi passaggi soppressi all'epoca della pubblicazione sono stati pubblicati nellaTransazione dell'Accademia Nazionale dei Lincei daGiuseppe Cugnoni, assieme ad altre opere inedite, nel 1984[11].
Cinthia è una raccolta di ventitré liriche amorose di matrice classicheggiante il cui titolo richiama alla memoria la donna amata dal poeta latinoProperzio[24]. Composta tra il 1423 e il 1442, rappresenta la preparazione, sul campo della poesia, del giovane Enea Silvio Piccolomini verso forme più complesse quali la commediaChrysis o laHistoria de duobus amantibus[114].
Anonimo,Eurialo manda la sua prima lettera a Lucrezia, 1460-1470,Jean Paul Getty Museum. L'episodio è tratto dallaHistoria de Duobus Amantibus di Enea Silvio Piccolomini.
Scritta nel 1444 ed edita coi caratteri a stampa nel 1469, laHistoria de duobus amantibus è situata aSiena e ruota intorno alla storia d'amore tra Lucrezia, una donna sposata, ed Eurialo, uno degli uomini che servono l'imperatore Sigismondo. Dopo un inizio incerto, in cui ciascuno dei due è innamorato ma è ignaro al contempo di essere ricambiato, Lucrezia ed Eurialo incominciano una fitta corrispondenza, che occupa la maggior parte del resto del romanzo[115].
Composta aNorimberga nel 1444, mentre il Piccolomini si trovava in missione diplomatica per conto del pontefice[116], laChrysis è una commedia dal sapore licenzioso e goliardico del rinascenteteatro umanistico inlingua latina in cui i protagonisti sono dellecortigiane e deichierici, mettendo alla berlina certi costumi clericali[117].
Libellus dialogorum de generalis concilii auctoritate et gestis Basileensium (genere storico): scritto nel 1440, il Piccolomini espone la superiorità del Concilio sul Papa nelle decisioni che riguardano la Chiesa Universale[24]. Ricusato nel 1450 in un'epistola al cardinale Carvajal, illibellus fu uno dei principali strumenti usati daiprotestanti nelXVI secolo[27].
De viris illustribus: opera rimasta incompiuta e conservata in un solocodice con la storia del Concilio di Basilea[11].
De rebus Basileae vel stante vel dissoluto concilio gestis commentariolum (genere storico): scritto nel 1450, è laretractatio letteraria delLibellus dialogorum, in cui il vescovo di Trieste ritratta le posizioni conciliariste per difendere, invece, laplenitudo potestatis pontificia[11].
De liberorum educatione (1450): trattato pedagogico dedicato al giovane sovranoLadislao Postumo[118] in cui si sostiene l'importanza primaria dello studio dellalingua latina per la formazione culturale della persona[39].
Historia rerum Frederici III imperatoris (genere storico): 1452-1458, elogio del protettore Federico III[39].
Dialogorum libellus de somnio quodam (1453-1455), in cui Piccolomini avverte sull'utilizzo delle fonti e la loro attendibilità attraverso il genere della visione e del viaggio nell'aldilà, ove incontrasan Bernardino da Siena[11].
Historia Austrialis (1453-1455), composta in tre redazioni, tratta della descrizione dell'Austria[11].
Germania(1457): descrizione geo-politica del Sacro Romano Impero sul modello dellaGermaniadiTacito, estremamente dettagliata grazie ai viaggi diplomatici compiuti dal Piccolomini nei territori imperiali[39].
De Europa (1458): abbozzo di un trattato geopolitico dal sapore internazionale[39]. Il modello, così come per gli altri trattati geopolitici, sonoPlinio il Vecchio eStrabone[119].
Cosmographia: trattato di natura astronomica scritto nel 1458[39] e rimasto incompiuto[11].
Historia Bohemica (genere storico): 1458, esposizione delle vicende riguardanti l'eresia hussita[39].
De Asia (1461): abbozzo per la raffigurazione geografica del continente asiatico[120].
Epistole (in particolare laEpistola ad Mahometem[121]). Seguendo il modello umanista di conservare le proprie epistole pubbliche e private (modello a sua volta fondato sulleFamiliares e leSeniles diPetrarca), Piccolomini decise di comporre un epistolario volto a mostrare le sue inclinazioni letterarie e i suoi impegni politici[122].
L'albero genealogico di papa Pio II si trova nella seguente ricostruzione operata da A. Lisini e A. Liberati nel 1900 e conservata nella Biblioteca dell'Istituto Austriaco di Cultura di Roma[124]:
↑Dei diciotto fratelli raggiunsero l'età adulta, oltre a Enea Silvio, le sorelle Caterina e Laudomia, quest'ultima madre del futuro ponteficePio III.Cfr.Pellegrini,Enciclopedia dei Papi.
↑Non a caso, la sua abilità diplomatica e retorica utilizzata sia durante la sua carriera curiale sia durante il suo pontificato tese sempre alla ricerca del dialogo e del compromesso, se si eccettua il discorso relativo alla crociata contro Maometto II. Per quanto riguarda il carattere pubblicista, esso va ascritto principalmente alla stesura deiCommentarii.
↑Non a casoCappelli,215-223 ne tratteggia ampiamente la figura, ponendolo tra gli umanisti più significativi del XV secolo;Centro storico di Pienza;Totaro,p. 96 lo definisce «raffinato».
↑Audisio,p. 248: «Al congresso di Mantova, un oratore fiorentino aveva pur consigliato: "Si battano solo Turchi e Veneziani, e così l'Italia sarà libera dai Veneziani e dai Turchi"».
↑Rops,p. 207: «Umanista egli stesso....ricondusse al Vaticano numerosi umanisti; non lo fece però con quella eccessiva facilità e fiducia che aveva dimostrato Niccolò V».
↑ Niccolò Galimberti,Il "De componendis cyfris" di Leon Battista Alberti tra crittologia e tipografia, inSubiaco, la culla della stampa. Atti dei convegni (2006-2007), Roma, Iter edizioni, luglio 2010, p.197.URL consultato il 26 marzo 2020(archiviato il 26 marzo 2020). Nella lettera il Piccolomini spiega che ha visto alcune pagine già stampate di una Bibbia in corso di lavorazione.
«Spirito geniale ed enciclopedico, in grado di abbracciare in sé tutta la cultura del suo tempo nei suoi aspetti più innovativi, P[io] fu un grande intellettuale e seppe anche essere uomo d'azione.»
Stefan Bauer,Piccolomini, Enea Silvio, a cura di Giuseppe Galasso, collanaIl contributo italiano alla storia del pensiero. Storia e politica, Roma, Istituto della Enciclopedia Italiana, 2013,SBNIEI0374223.URL consultato il 23 settembre 2019.
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