| Lettera o digrafo | Trascriz. IPA | Spiegazione |
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| a | /a/ | È una "a" dialbero. |
| ă | /ə/ | È una vocale neutra, cioè la schwa, ottenibile immaginando di declamare le consonanti dell'alfabeto ("a, bi, ci, di, e, effe, gi...") senza il nome della lettera e conservando solo il suono ("a, b, c, d, e, f, g..."). Questo suono, per esempio, si può trovare a fine parola, e.g. galeră, lanternă, romanică (romanica), limbă (lingua), ăsta (questo). Volendo, si può pensare come una "a" molto ridotta, lenita e defonologizzata. |
| â; î-, -î | /ɨ/ | È una "i" di pila, ma non con la punta della lingua vicino al palato, ma con il dorso della lingua volto vicino all'incavo del palato. Il suono, presente anche in russo e polacco ("y"), si approssima bene immaginando di pronunciare la "i" tenendo una penna tra i denti, come un cane che tiene un osso tra le fauci. Questa lettera si trova sempre all'interno della parola. Se a inizio o alla fine, si scrive î per ragioni meramente estetiche. Un esempio è "în" (in). Notare gli accenti circonflessi, che mostrano bene come il suono sia una vocale centrale e non anteriore o posteriore. Di contro, lo svolazzo sopra la "a" segnala il fatto che la vocale è neutra, è una sorta di "a" lenita. In tedesco, norvegese e medio inglese la schwa si trova nella -e non accentata. Infine, prima di una riforma ortografica del 1904, la vocale alta centrale era rappresentata da 5 lettere tutte con l'accento circonflesso: â, ê, î, ô (rara), û. Durante il governo comunista, dal 1953 al 1993, venne imposta in ortografia solo la î: fu successivamente stabilito che la â sarebbe rimasta solo nel nome "România". Questa riforma è stata abolita e dal 1993 restano solo -â-, î. |
| e; e- | /e/; /je/- | È una "e" di meringa. In poche parole in romeno, a inizio parola diventa un dittongo, una "ie" di iena: el, ei, este, eram... Un buon dizionario disambigua la pronuncia irregolare a inizio parola. Anticamente si usava pure una ĕ pronunciata sempre come vocale neutra /ə/ ma che disambiguava molto bene l'etimologia: se la vocale neutra in latino derivava da un'antica "a", si usava ă; se derivava da un'antica "e", si usava ĕ, e.g. împărat < împĕrat < imperator. |
| i | /i/; /j/- | È una "i" di pila, vocale anteriore. |
| o | /o/ | È una "o" diocchio, vocale arrotondata/procheila. Una vocale arrotondata si pronuncia cioè con le labbra arrotondate fino a formare un cerchiolino, senza per forza sporgerle verso l'esterno. Anticamente si usava una "ó" /oa/ per indicare che l'odierno dittongo "oa" derivava da una parola latina con la vocale "o" /o/ che successivamente è stata mutata in un dittongo, e.g. foarte < fórte < forte. |
| u; ü | /u/; /y/ | È una "u" diultimo, vocale arrotondata. In rari prestiti dal francese e in parole tedesche con "ü" (l'umlaut/dieresi/tréma sulla "u"), se si ricalca in modo fedele la pronuncia originale, diventa una "i" di piccolo ma arrotondata (i parlanti incolti possono approssimarla e accomodarla come il dittongo /ju/). Anticamente, era pure presente la vocale -ŭ, perlopiù muta e usata solo a fine parola. Se pronunciata, di solito rappresentava i dittonghi "eu, au", anticamente scritti "eŭ, aŭ". Oggi si vede talvolta nella grafia antica del nome di un famoso poeta simbolista romeno vissuto tra Ottocento e Novecento, Mateiu Caragiale (Mateiŭ Caragiale), autore del "Craii de Curtea-Veche" (1929). |
| b | /b/ | È una "b" dibalena, consonante sonora. Una consonante si dice "sonora" se il palmo della mano intorno alla gola sente le vibrazioni delle corde vocali. Si paragonino "fffff" e "ssss" con "mmm" e "vvvvv". |
| ca, co, cu | /k/- | È una "c" dicane, consonante sorda. |
| ce, ci | /t͡ʃ/- | È una "ci" dicielo, consonante sorda. La pronuncia cambia a causa di una palatalizzazione innescata dalla presenza delle due vocali anteriori -e, -i. La palatalizzazione è presente pure in italiano, francese, spagnolo (ma non con la lettera "g"), portoghese, inglese, polacco. Se la parola finisce in -ci non accentata, la /i/ può cadere in pronuncia. In più, nella grafia arcaica, le parole che finivano in -ci (e altre ancora in -i) venivano scritte come -cĭ, in cui il diacritico sulla "i" rimarcava la palatalizzazione (e.g. grecĭ, lupĭ, > greci, lupi). Oggi la -ĭ non fa più parte dell'alfabeto. Infine, nelle combinazioni -cce- e -cci-, la doppia si pronuncia /kt͡ʃ/: è come se si dividesse in due, con il secondo suono palatalizzato. Tutte le altre combinazioni non esistono in romeno, eccetto nei prestiti. "cc" è l'unico raddoppio presente in parole romene che non sono prestiti. |
| che, chi | /k/- | È una "che" dichela, consonante sorda. La "h", come in italiano, è un espediente ortografico che segnala l'assenza della palatalizzazione. |
| d | /d/ | È una "d" didente, consonante sonora. |
| f | /f/ | È una "f" difarfalla, consonante sorda. |
| ga, go, gu | /g/- | È una "g" digalera, consonante sonora. |
| ge, gi | /dʒ/- | È una "ge" digelato, consonante sonora. Anche qui, come in italiano e altre lingue, avviene una palatalizzazione. Se la parola finisce in -gi non accentata, la /i/ può cadere in pronuncia. La "gg" doppia non esiste in romeno. |
| ghe, ghi | /g/- | È una "ghi" dighiro, consonante sonora. Anche qui, la "h" segnala tramite grafia l'assenza della palatalizzazione. |
| h; -h | ~/h/; -/x/ | È un'aspirazione sorda, come nell'inglese "have" e in tedesco (in molte altre lingue, come italiano, spagnolo, portoghese, catalano e francese, è muta). L'aspirazione viene plasmata in base alla vocale successiva. Il caso più eclatante è quello di /u/: qui la /h/ si rimodella in una /x/, cioè una "c" dicane senza contatto tra organi. Lo stesso suono si sente se "h" è a fine parola. Attenzione ai digrafi ch- e gh-. |
| j | /ʒ/ | È una "gi" digiorno, sonora e senza contatto tra organi. Lo stesso suono è presente pure in francese e in arabo standard colloquiale. |
| k | /k/ | È una "k" dikoala, consonante sorda. Si trova inprestiti linguistici. |
| l | /l/ | È una "l" dileva, consonante sonora. |
| m | /m/ | È una "m" dimano, consonante sonora. Nella combinazione -mf-, per un fenomeno di assimilazione la /m/ muta nel suono labiodentale /ɱ/: è cioè una "m" pronunciata con gli incisivi dell'arcata superiore a contatto con il labbro inferiore, come nell'italiano anfora. |
| n | /n/ | È una "n" dinave. Nelle combinazioni -nc-, -ng- e -nh-, la /n/ sempre per assimilazione si accomoda alla consonante seguente e si rimodella in una /ŋ/: è cioè una /n/ pronunciata non con la punta della lingua, ma con il dorso della lingua, come nell'italiano panca e fango. Si ottiene dunque /ŋk/, /ŋg/ e la pronuncia fissa /ŋx/. Non avvengono nasalizzazioni, come in portoghese e francese. |
| p | /p/ | È una "p" dipalla, consonante sorda. |
| q(u)- | /k/ | È una "c" dicane, consonante sorda. Si trova in prestiti linguistici e solitamente è seguita da un dittongo che inizia con "u". Siccome i prestiti sono perlopiù spagnoli e francesi, la "u" nel dittongo non si pronuncia. Se in più il prestito è francese e finisce in -que, si sente solo la -/k/ (e.g. époque, Monique). |
| r; -r- | /r/; -/ɾ/- | È una "r" di parco, consonante sonora. Se a inizio e fine parola, è polivibrante; se intervocalica e prevocalica, si riduce in una "r" monovibrante come nell'italiano arare e nell'inglese statunitense city, better. In romeno non esiste "rr", reperibile solo in prestiti. |
| s | /s/ | È una "s" disenza, consonante sorda. |
| ș | /ʃ/ | È una "sci" discienza, consonante sorda. Per scriverla, i romeni usano una sola lettera, la "s", che però è modificata con il gancetto o virgoletta in basso. Non è una cedilla direttamente attaccata alla lettera, da cui si otterrebbe la variante ş. Quest'ultima è diffusa ma, in una visione prescrittiva (e non descrittiva) della lingua, è una grafia scorretta. La variante è nata per la mancanza della virgoletta in basso nei font per computer, per la mancanza di una standardizzazione iniziale e forse anche per la somiglianza dei due diacritici. Anche la variante "sh", comoda da scrivere e diffusa, è considerata scorretta. |
| t | /t/ | È una "t" ditavolo, consonante sorda. |
| ț | /ts/ | È una zz di quando devi dire pizza |
| v | /v/ | È una "v" divela, consonante sonora. |
| w | /w/-, /v/- | È una "u" di quaglia, cioè la semivocale alta arrotondata /w/-, oppure una "v" divela, consonante sonora. Si trova in prestiti linguistici laddove nel prestito è presente un dittongo e la pronuncia corretta deriva dal prestito. Per esempio, se il prestito deriva dal tedesco, sarà /v/. |
| x | /ks/; -/gz/- | A inizio e fine parola (tranne nei prestiti francesi, in cui è muta) e in posizione preconsonantica (e.g. xenofobia, expresie) è una "cs" di clacson: è un cluster consonantico a due membri sordo. Se intervocalica, si sonorizza in /gz/. |
| y | /j/- | È una "i" diiena, cioè la semivocale alta /j/-. Si usa in prestiti linguistici laddove nel prestito è presente un dittongo. |
| z | /z/ | È una "s" disenza ma sonorizzata, cioè con l'aggiunta delle vibrazioni delle corde vocali. In alternativa, si può pensare come una "z" dizanzara sonora ma senza contatto tra organi. Questo suono è presente pure in portoghese, francese e in arabo standard. Anticamente, si usava una lettera d̦ (una "d" con un punto sotto) pronunciata come /z/ per indicare come il suono /z/ derivava da una parola latina che iniziava in /d/ poi lenita, e.g. zece (dieci) < d̦ece < decem; zi < d̦i < dies. |