Lafoschia artica (Arctic haze ininglese) è unfenomeno che consiste nell'apparizione nei mesi primaverili di unacaligine di colore rossastro nell'atmosfera delle altelatitudini dell'Artico, dovuta all'inquinamento atmosfericoantropogenico. Un altro elemento peculiare della foschia artica è la capacità degli elementi chimici che la compongono di resistere nell'atmosfera per un periodo di tempo prolungato rispetto agli altri inquinanti. Dovuta anche alla scarsità dineve,pioggia o alla mancanza di venti che potrebbero disperderla, la foschia artica può infatti persistere addirittura fino ad un mese nell'aria.
La prima volta in cui ilfenomeno della foschia artica fu notato risale al1750, agli albori dellaRivoluzione industriale. Gliesploratori e ibalenieri non riuscivano infatti a capire da dove provenisse lo strato di nebbia, che gliInuit indicavano con "Poo-jok".[1] Un suggerimento per la risoluzione dell'arcano fu ritrovato circa 150 anni dopo negli appunti dell'esploratore norvegeseFridtjof Nansen. Infatti, perlustrando le regioni artiche, egli notò la presenza di macchie scure sulghiaccio.[2] Il termine "foschia artica" fu coniato nel1956 daJohn Murray Mitchell, un ufficiale dell'aeronautica militare statunitense di stanza inAlaska,[3] per descrivere un'insolita riduzione della visibilità osservata dagliaerei da ricognizione nordamericani. Grazie alle sue indagini, Mitchell intuì che la foschia dovesse provenire dalle aree industriali dell'Europa e dellaCina. Mitchell intraprese così la strada per diventare un insigneclimatologo.[4] La foschia è stagionale, e raggiunge il picco tra la fine dell'inverno e i mesi primaverili. I piloti riferivano che la visibilità orizzontale può diminuire fino a un decimo di quella che si ha in condizioni di cielo sereno quando unaeromobile viene a trovarsi all'interno dello strato di foschia artica. A quel tempo, però, nonostante l'intuizione di Mitchell, ancora non era stato capito se l'origine della foschia artica fosse naturale oppure dovuta all'inquinamentoantropogenico.
Nel1972, il professor Glenn Shaw dell'Università dell'Alaska attribuì questa foschia all'inquinamento antropogenico transfrontaliero, per mezzo del quale l'Artico assorbe tutti gli agenti inquinanti di luoghi anche molto lontani da esso. Ulteriori ricerche stanno oggigiorno cercando un collegamento tra questo tipo di inquinamento e ilriscaldamento globale.[5]
È ampiamente diffusa l'opinione secondo cui gli elementi inquinanti hanno origine dalla combustione del carbone alle latitudini medio-settentrionali, specialmente inAsia. Gliaerosol contengono circa il 90% dellozolfo ed il 10% delcarbonio, il che conferisce alla foschia il colore rossastro. Quest'inquinamento sta contribuendo a riscaldare l'Artico più velocemente delle altre regioni, sebbene l'aumento deigas serra resti sempre la causa principale di questomutamento climatico.[6]
Gli aerosol di zolfo nell'atmosfera influenzano la formazione di nuvole, portando ad effetti di raffreddamento localizzati sulle regioni industrializzate a causa di una maggioreriflessione della luce solare, che maschera l'effetto opposto di calore intrappolato sotto la copertura nuvolosa. Durante l'inverno artico, però, non c'è luce da riflettere. In assenza quindi di quest'effetto rinfrescante, la superficie tende a trattenere laradiazione infrarossa.
L'inquinamento navale, ilmercurio, l'alluminio, ilvanadio, ilmanganese, gliaerosol e gli inquinanti implicati nella formazione delbuco nell'ozono sono alcuni esempi dei numerosi elementi che colpiscono l'atmosfera, mentre ilfumo degliincendi boschivi non contribuisce in maniera determinante.[7] Un contributo importante viene dato anche dall'anidride carbonica emessa dalle fabbriche e dalle automobili.[8] In realtà, inquinanti diversi causano fumi e nebbie di colori diversi. Ad esempio, sempre il professorGlenn Shaw scoprì nel1976 che la caligine di color giallastro era dovuta alletempeste di sabbia provenienti dallaCina e dallaMongolia. Le particelle venivano portate verso i poli da insolite correnti d'aria. Ma quando l'anno successivo andò a prelevare dei campioni delle suddette particelle, queste erano di colore grigio scuro. La causa di questo cambiamento era un pesante quantitativo di inquinanti industriali.[2]
SecondoTim Garrett, ricercatore all'Università dello Utah impegnato sulla questione della foschia artica, le città delle medie latitudini contribuiscono all'inquinamento artico, che, mescolandosi con nubi sottili, fa sì che queste trattengano il calore più facilmente. Lo studio di Garrett ha scoperto che durante l'inverno artico, quando non ci sonoprecipitazioni che possano lavar via l'aria inquinata, gli effetti sono più forti che in un altro periodo, perché l'inquinamento fa surriscaldare l'ambiente, aumentandone la temperatura di diversi gradi.[9]
Iclimatologi europei nel2009 hanno previsto che entro la fine delXXI secolo la temperatura media diurna sarà di circa 3 °C più alta di oggi.[10] Nello stesso articolo, laNational Geographic citò una frase dello studioso norvegeseAndreas Stohl che collaborò allo studio: "I precedenti modelli climatici indicavano che la calotta di ghiaccio nell'Artico in estate potrebbe sparire completamente entro il2040 se il riscaldamento continuerà senza sosta".
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