(Quinto Orazio Flacco,Epist. II, 1, 156)
Ilpensiero latino, caratterizzato dalla diffidenza per la speculazione pura e dalla predilezione per la vita pratica e dall'eclettismo, opera una compenetrazione delpensiero greco con lacultura romana.

Esponenti maggiori della filosofia latina sono:Lucrezio,Cicerone,Seneca,Epitteto eMarco Aurelio.
I romani ebbero i primi contatti con il mondo greco attraverso glietruschi e l'espansione verso laCampania. Dopo la conquista dellaMagna Grecia dalII secolo a.C., la cultura greca comincia a penetrare profondamente nel mondo romano. I romani guardano con sospetto alla culturaellenistica che già per suo conto aveva messo in secondo piano l'impegno speculativo e il valore della ricerca pura. Essi temono che le sottigliezzedialettiche e la spregiudicatezza razionale possano mettere in pericolo l'ordine costituito.
Quando con l'ambasceria del155 a.C.,Carneade in due conferenze dimostrò dapprima l'esistenza della giustizia e nella seguente, tenuta il giorno dopo, la sua non esistenza, questo suscitò scalpore e i filosofi furono messi alla porta daisenatori scandalizzati.[1]

In seguito l'arrivo di altri filosofi e degli stessipedagoghi greci che i Romani portarono a Roma per educare i loro figli, fecero iniziare un inarrestabile processo di diffusione della cultura greca a Roma.
Il primo nucleo di questo fenomeno di assimilazione della classicità greca fu il circolo degli Scipioni voluto daScipione Emiliano (n.ca.185 a.C. – Roma129 a.C.) che raccoglieva eminenti personalità del tempo, storici, filosofi, letterati comePolibio,Panezio di Rodi,Publio Rutilio Rufo,Gaio Lelio,Quinto Elio Tuberone.Intellettuali questi che, affascinati dalla cultura greca, cercavano di nobilitare quella romana senza rinunziare a quei valori che facevano grande Roma. Essi progettavano una fusione tra gli ideali di perfezione e armonia e di sviluppo delle doti umane propri della civiltà greca, con i tradizionali valori dell'aristocrazia romana: ilmos maiorum, i costumi degliantenati, il senso della legalità, severità, austerità, frugalità e compostezza di comportamenti energici e ispirati allavirtus la cui purezza fu strenuamente difesa daCatoneil censore.
Nel circolo degli Scipioni si affermò il valore morale dell'humanitas con cui si sostenevano gli ideali di attenzione e cura benevola tra gli uomini[2].
Questi valori della tradizione antica erano fatti propri da conservatori comeCatone il Censore (234 a.C.-149 a.C.) che si scagliava contro la moda filoellenica che egli giudicava individualista, connotata da una raffinatezza estetizzante pericolosa culturalmente, politicamente deleteria e disintegratice della saldezza morale e politica delcivis romanus.
La nuova classe dirigente romana aveva invece compreso che ormai ad una realtà politica complessa come il grandeimpero mediterraneo romano, occorressero dei principi culturali e politici più flessibili ed adattabili piuttosto che la rigidità delmos maiorum.

Un primo accostamento al pensiero greco, ancora inetà repubblicana, fu il tentativo diLucrezio (98 ca a.C. – 55 ca a.C.) di diffondere in Roma il pensieroepicureo. Ma già il pensiero di Epicuro era conosciuto in Roma dalla prima metà del II secolo a.C., quando un decreto del173 a.C. (o del154 a.C.) espelleva da Roma gli epicureiAlceo eFilisco per i loro costumilicenziosi.
Il tentativo di Lucrezio non ebbe successo: l'epicureismo fu moderatamente diffuso presso gruppi popolari eintellettualiaristocratici che vedevano in quella filosofia una via di fuga dal disgusto di unapolitica determinata dalla crisi dellarepubblica romana.
Era del resto politicamente pericoloso, in Roma, aderire all'epicureismo, che sosteneva la convenzionalità delle leggi dellostato, negava lareligione tradizionale, e sostituiva all'impegno del cittadino nella politica, considerata fonte di infelicità, il rapporto diamicizia.Per questoCicerone condannò l'epicureismo - pur apprezzando la poesia di Lucrezio - come un pensiero di filosofi "plebei".
(Marco Tullio Cicerone,Tusculanae disp., V, 2, 5-6)
La caratteristica fondamentale della filosofia romana è il suo fine pratico-politico: indicare un ideale di vita per l'individuo e lasocietà. Corrispondentemente alla diffidenza per lateoria e l'interesse per i riflessi pratici delle speculazioni razionali, i romani entrarono in contatto con una filosofia greca già adeguata alla loro mentalità. Il pensiero greco infatti, con cui vengono in contatto i romani era caratterizzato dalla cultura dell'età ellenistica in cui prevalevano ormai correnti di pensieroscettiche che avevano abbandonato gli antichi ambiziosi obiettivi della conoscenza e dellametafisica dei grandi filosofi del passato.
Un impulso decisivo alla diffusione della filosofia greca in Roma fu dato daMarco Tullio Cicerone (Arpino106 a.C.-Formia43 a.C.) che tradusse e scrisse in latino opere che formarono la base della filosofia romana.
Per Cicerone era fondamentale per chi come lui aspirasse a ricoprire incarichi politici nella Roma repubblicana, una formazione culturale che attingesse alla cultura greca. Il primo accostamento di Cicerone al pensiero greco avvenne nell'ambito di unostoicismo molto diverso però dai suoi più antichi fondatori.
Lo stoicismo era stato introdotto in Roma daPanezio di Rodi (185 a.C.-100 a.C.) che ne aveva attenuato il rigore introducendovi apporti dal pensieroplatonico edaristotelico e rendendolo così adatto alle esigenze di formazione culturale della classe dirigente romana. L'esigenza stoica di vivere secondonatura era stata trasformata nel vivere secondo le attitudini dateci dalla stessa natura, per cui il saggio si realizza moralmente partecipando al governo dellostato come membro della più ampia comunità razionale che si esprime nella vita sociale e politica.
Lo stesso Cicerone ebbe poi modo di seguire a Roma nell'88 a.C. il filosofoFilone di Larissa (159/158 a.C.–84/83 a.C.) che sosteneva undogmatismoeclettico della tardaAccademia in cuiPlatone veniva integrato con elementiaristotelici estoici. Anche qui veniva attenuato lo scetticismo che era accusato di rendere impossibile non solo la conoscenza ma anche la vita quotidiana. Era vero che i sensi ingannano ma la verità si può comunque raggiungere con il retto uso dellaragione.
(De officiis, II, 7)
Quindi Cicerone vuole certezze ma nello stesso tempo, non accetta i contrappostidogmatismi che generanofanatismo, per cui egli preferisce orientarsi verso un moderatoscetticismo.
L'esperienza comune e il buon senso, il consenso su verità da tutti condivise sono antecedenti a qualsiasi dottrina e, anche se non certe, sono probabili e bastano a guidare un ideale politico.

Lo stato si regge sullalegge che trova il suo fondamento in una legalità naturale. È la stessa natura che impone a tutti di vivere secondo natura e ragione e in quest'ordine legale-razionale spetta ad ognuno assolvere il suo compito nell'ambito del proprioruolo sociale. La natura, com'era intesa dagli stoici, equiparava gli uomini, non è così per Cicerone: nel suo modello di stato il cittadino, nel limite della appartenenza al suoceto, dovrà contribuire a instaurare la "iustitia" e la "concordia". Lo stato ideale avrà dunque unacostituzione mista dove sia presente ilconsolato, ilsenatoaristocratico e icomizi popolari.
L'avvento diAugusto e dell'Impero segnarono la fine del progetto culturale politico di Cicerone. Con l'avvento delprinceps e la crisi delsenato, la filosofia si distacca sempre più dalla politica e acquista toniindividualistici legati all'etica e all'arte del vivere. Dapprima, fu l'epicureismo a conoscere una breve fase di diffusione, in particolare negli ambienti neoterici che praticavano una moderata fronda di opposizione ad Augusto, quali il circolo diMessalla Corvino. Successivamente, tuttavia, fu lo stoicismo ad imporsi, in particolare attraversoSeneca, come ideologia maggiormente adeguata al nuovo ceto dirigente, essendo basata sul rigore morale e sul senso del dovere, anziché sulla vita ritirata e sul distacco dalle cose pratiche, tipicamente epicureista.Lostoicismo intanto, s'interessava sempre più alle meditazionireligiose che nel mondo greco-romano s'intessevano con interessimagici, misterici. Incominciava a diffondersi ilCristianesimo, inizialmente soprattutto nei ceti più bassi e fra gli schiavi.

(Seneca,De ira, V, 15)
Il difficile rapporto tra i filosofi e il potere imperiale, il declino della libera vita politica, costringonoSeneca a continui compromessi tra il rigore morale dello stoicismo e la mediazione politica.Nel55-56 egli invitaNerone con la sua operaDe clementia ad assumere ruolo del monarcafilantropo formatosi all'insegnamento della filosofia, ma appena cinque anni dopo, nelDe otio, ha rinunciato a questo progetto e di fronte aldispotismo dell'imperatore, mette da parte ogni tentativo dieducazione filosofica e si rifugia nell'azione del saggio nella vita sociale, senza più illudersi di creare uno stato esemplare guidato dai filosofi.
Dallo stoicismo Seneca riprende i temi dellarazionalità universale che è nella natura e inDio, della felicità del saggio che segue la ragione, delcosmopolitismo che affratella gli uomini e infine del saggioautosufficiente e libero.
Ma tra il saggio e la moltitudine degli stolti c'è un abisso che rende difficile ogni progresso della vita civile e morale. Da questa concezionepessimistica si salva solo il ruolo della filosofia come ultima salvezza. La filosofia comepedagogia dell'uomo a se stesso incentrata su i nobili ideali della libertà interiore che dà felicità e come educazione del genere umano, a cui Seneca si rivolge con le sueepistole filosofiche.
Ritorna il tema deldialogoplatonico del colloquio del filosofo con se stesso e con gli altri.
Tra i vari temi trattati, pur con le inevitabili oscillazioni del suo pensiero nonsistematico, emergono quelli dedicati allafelicità, aldolore, allavecchiaia, allamorte ed in particolare quello dedicato allaschiavitù che egli ritiene sia una istituzione priva di ogni base giuridica, naturale e razionale. Per questo gli schiavi vanno trattati come tutti gli altri esseri umani. Ma in fondo la vera schiavitù è quella che assoggetta gli uomini allepassioni e ai vizi. Tutti noi siamo schiavi spiritualmente e solo la filosofia può liberarci.
Così anche per le differenze sociali: "Che significacavaliere,liberto, schiavo. Sono parole nate dall'ingiustizia. Da ogni angolo della terra è lecito slanciarsi verso il cielo." (Epistole, 31).
Ilsuicidio infine è l'ultima scelta libera quando i contrasti tra la libertà del filosofo e l'irrazionalità della vita siano insanabili.

Il sentimento dell'interiorità e quello religioso impressi da Seneca allo stoicismo li ritroviamo inEpitteto (50 -120), liberto romano che fondò una scuola di filosofia aNicopoli, dopo essere stato cacciato da Roma nel93 assieme ad altri filosofi. Questi sono i temi dominanti delManuale, opera in cui un suo discepolo raccolse le sue massime e che sarà considerata nelMedioevo, ed anche in seguito, unbreviario di saggezza e di spiritualità.
Tema centrale della sua filosofia la distinzione tra le cose che sono in nostro potere e quelle che non lo sono. Tra le prime si annoverano: "l'opinione, i moti dell'animo, l'appetizione, l'avversione; in breve tutte quelle cose che sono i nostri propri atti". Le altre sono i beni esterni che, proprio perché non in nostro potere, è inutile e senza senso cercarli sia perché corruttibili e contingenti, sia perché per ottenerli ci si dovrebbe sottomettere al potere di chi li detiene perdendo così il bene supremo dell'uomo: la libertà.

L'ultimo grande esponente della dottrina stoica fu l'imperatoreMarco Aurelio (121180 d.C.). La celebrazione dell'interiorità si evidenzia chiaramente fin dal titolo della sua operaRicordi o colloqui con se stesso.
Di fronte al non senso del mondo e delle sue realtà caduche l'unica via che rimane al saggio è il ripiegamento su se stessi che dà significato alla propria esistenza individuale. Come inSeneca l'anima è distinta e separata dal corpo ma essa è poi ulteriormente composta dall'anima vera e propria, intesa comespirito, pneuma, soffio vitale e l'intelletto, la sede dell'attività spirituale. Egli, come imperatore compie stoicamente il dovere per ciò che attiene al suo ruolo politico, ma sente l'inutilità e il non senso di azioni che non cambieranno l'irrazionalità che travaglia il mondo umano:
(Marco Aurelio,Colloqui con sé stesso, IV.3.)
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