La guerra era iniziata nel dicembre del1895, quando le truppe etiopiche avevano attaccato gli sparpagliati presidi italiani nellaregione dei Tigrè, occupata nell'aprile precedente; gli italiani erano stati colti di sorpresa, ed erano incappati subito in una sconfitta nellabattaglia dell'Amba Alagi il 7 dicembre. A questa sconfitta si aggiunse poi il 22 gennaio1896 laresa del presidio di Macallè, che aveva resistito ad un assedio durato due mesi. Le forze italiane al comando delgeneraleOreste Baratieri, ora rinforzate da truppe fresche giunte dall'Italia, si ammassarono nella zona traAdigrat edEdagà Amus, ma l'esercito di Menelik aggirò lo schieramento nemico e si diresse nella zona diAdua, trovandosi così in un'ottima posizione per tentare l'invasione dellacolonia italiana dell'Eritrea. Baratieri cercò di parare questa mossa cambiando il fronte del suo schieramento da sud ad ovest, spostando le sue truppe nella regione diEnticciò ed attestandosi su una solida posizione difensiva sul monteSaatì il 7 febbraio, a soli pochi chilometri dall'accampamento etiope posto nellaconca di Adua.
Per i successivi venti giorni i due eserciti si fronteggiarono rimanendo sulle rispettive posizioni. Il negus approfittò di questa inattività per intavolare delle trattative diplomatiche, arrivando anche ad offrire la cessazione delle ostilità in cambio dell'abrogazione deltrattato di Uccialli, le cui clausole controverse erano una delle cause della guerra; questa richiesta venne però rigettata dal Governo italiano, ormai convinto che solo un pieno successo militare avrebbe permesso di ristabilire il prestigio italiano nella regione[2]. Preoccupato per l'inattività di Baratieri, ilPresidente del ConsiglioFrancesco Crispi iniziò a spronare il generale affinché ottenesse al più presto una vittoria decisiva, inviandogli un famoso telegramma il 25 febbraio:
«Codesta è una tisi militare, non una guerra; piccole scaramucce sulle quali ci troviamo sempre inferiori di numero davanti al nemico; sciupio di eroismo senza successo. Non ho consigli da dare perché non sono sul luogo; ma constato che la campagna è senza un preconcetto e vorrei fosse stabilito. Siamo pronti a qualunque sacrificio per salvare l'onore dell'esercito e il prestigio della Monarchia.[3]»
I movimenti delle colonne italiane nei piani di Baratieri
Al tempo stesso, però, già dal 21 febbraio Crispi aveva deciso di sostituire Baratieri con il generaleAntonio Baldissera, già in precedenza comandante delle truppe italiane nella colonia, che lasciò l'Italia il 23 febbraio in incognito, per evitare che la notizia della sua destituzione avesse effetti deleteri sul morale di Baratieri.
La situazionelogistica dei due eserciti andava intanto aggravandosi, soprattutto per quello italiano, nelle cui retrovie erano scoppiate numerose rivolte delle popolazioni precedentemente assoggettate che mettevano in serio pericolo le comunicazioni con la vitale base diMassaua. Il 27 febbraio Baratieri radunò i suoi più stretti collaboratori per discutere della situazione: ilcapo di stato maggiorecolonnello Valenzano e i generaliGiuseppe Arimondi,Matteo Albertone,Vittorio Dabormida eGiuseppe Ellena, comandanti dibrigata. Consapevole del fatto che all'esercito rimanevano solo viveri per quattro giorni, Baratieri propose di operare una ritirata strategica in Eritrea, onde migliorare la situazione logistica e raccogliere nuove forze; tutti i generali, tuttavia, si espressero contro tale piano, proponendo invece di tentare un attacco contro l'esercito etiopico, troppo vicino per ritirarsi in sicurezza. Baratieri, che attendeva maggiori informazioni sulla consistenza dell'esercito nemico, aggiornò la riunione alla sera successiva[4].
La sera tra il 28 e il 29 febbraio, Baratieri riunì di nuovo i suoi collaboratori per metterli al corrente delle sue decisioni: l'esercito italiano non avrebbe attaccato direttamente le posizioni etiopiche, ritenute troppo salde, ma sarebbe avanzato con il favore della notte per occupare una serie di colline più vicine allo schieramento nemico; in questo modo, Baratieri avrebbe obbligato Menelik o ad accettare il combattimento attaccando le truppe italiane schierate in posizione più favorevole, o a cedere il campo e ritirarsi. Le truppe del Corpo di Spedizione italiano vennero quindi divise in quattro brigate, affidate ai quattro generali: Dabormida avrebbe guidato l'ala destra, con il compito di attestarsi sul colle di Rebbì Ariennì, Albertone avrebbe guidato l'ala sinistra, incaricata di occupare il colle Chidanè Merèt, Arimondi avrebbe tenuto il centro, attestandosi parzialmente sullo stesso colle Rebbì Ariennì in posizione leggermente più arretrata, mentre Ellena avrebbe guidato la riserva, schierata dietro Arimondi[5]. Nelle intenzioni di Baratieri, le varie brigate sarebbero state in grado di garantirsi appoggio reciproco, spazzando via qualsiasi attacco nemico con un fuoco incrociato[6].
In totale, gli italiani mettevano in campo 550 ufficiali e 10 550 soldati nazionali, e 6 700 soldati indigeni (gliàscari[7]), per complessivi 17 800 uomini con 56 pezzi d'artiglieria. A parte poche truppe "scelte" (come ibersaglieri e glialpini), la maggioranza dei reparti italiani era composto da militari di leva, sorteggiati dai loro reggimenti in Italia per prestare servizio in Africa (quando non vi erano inviati come punizione); composti da uomini di varia provenienza, i reparti mancavano quasi totalmente di spirito di corpo o di esperienza bellica, oltre che di un addestramento adeguato all'ambiente in cui si trovavano ad operare[8]. L'equipaggiamento era di bassa qualità, soprattutto per quanto riguardava le scarpe, mentre i reparti italiani, per esigenze di uniformità di munizionamento con i reparti indigeni, erano stati riequipaggiati con ilfucileVetterli-Vitali Mod. 1870/87, più arretrato delCarcano Mod. 91 con il quale si erano addestrati in patria[9]. Le unità di ascari erano di valore discontinuo: i reparti reclutati in Eritrea erano considerati i migliori, mentre quelli delTigrè, regione occupata da poco, erano ritenuti poco affidabili.
Nonostante la regione di Adua fosse stata occupata dagli italiani fin dall'aprile del1895, Baratieri non disponeva di una mappa affidabile della zona; ai comandanti delle brigate venne dato uno schizzo realizzato a mano libera delle posizioni da occupare, molto sommario e ricco di imprecisioni. La mancanza di reparti di cavalleria rese impossibile una ricognizione preliminare del campo di battaglia.
Secondo le informazioni ricevute, Baratieri valutava la forza dell'esercito etiope tra i 30 000 e i 40 000 uomini, demoralizzati dalle malattie e dalla penuria di viveri[5]; le truppe di Menelik invece ammontavano tra i 100 000 e i 120 000 uomini[10], di cui circa 80 000 dotati di un qualche tipo di arma da fuoco. L'esercito etiope era ancora basato su un sistema semi-feudale: tra gli obblighi dei vari sovrani locali (iras) nei confronti dell'imperatore vi era quello di presentarsi in armi con i propri vassalli in caso di guerra. Non vi era un'organizzazione militare formale, ma vari reparti autonomi posti al comando del proprio sovrano; tra i comandanti degni di nota si annoveravano, oltre allo stesso Menelik, l'imperatriceTaytu Betul,Ras Wale,Ras Mengesha Atikem,Ras Mengesha Yohannes, RasAlula Engida,Ras Mikael di Wollo,Ras Mekonnen Welde Mikaél,Fitawrari Gebeyyehu e il negusTekle Haymanot diGoggiam.
I guerrieri etiopici erano ancora armati con un gran numero diarmi bianche (principalmente lance e spade), ma un numero considerevole era dotato anche di armi da fuoco, che andavano dai moderniRemington eVetterli Mod. 1870, a vecchi fucili adavancarica o addiritturaa miccia risalenti a due secoli prima[11]; la maggior parte delle armi da fuoco veniva dallaRussia (l'unico governo europeo a parteggiare esplicitamente per gli etiopici), dallaFrancia e dall'Italia stessa. Erano inoltre disponibili quarantasei cannoni a tiro rapidoHotchkiss e qualchemitragliatrice Hotchkiss e Maxim; a differenza degli italiani, Menelik poteva disporre di numerosi reparti di cavalleria, i migliori dei quali erano quelli composti da guerrieriOromo.
Gli etiopici non disponevano di un vero e proprio servizio logistico, e la principale fonte di viveri e vettovaglie era costituita dai contadini della regione dove l'esercito si trovava. Dopo venti giorni trascorsi nella conca di Adua, l'esercito etiope aveva consumato quasi tutte le risorse della regione, e nel suo accampamento si stavano incominciando a diffondere le malattie. Conscio di questa situazione, Menelik aveva cominciato a progettare un assalto in massa contro il campo italiano per il 2 marzo seguente, prima che il suo esercito si indebolisse troppo; la manovra italiana anticipò le intenzioni del negus.
La battaglia di Adua raffigurata in un celebre dipinto etiope
Le truppe italiane iniziarono i preparativi per la marcia notturna alle 21:00 del 29 febbraio1896; le brigate di Albertone, Arimondi e Dabormida lasciarono il campo alle 21:30, seguite dalla brigata Ellena (a cui si era aggregato Baratieri) alle 23:00. La brigata di Albertone, formata quasi interamente da truppe indigene meglio abituate a muoversi su terreni montuosi, acquisì subito un notevole vantaggio sulle altre unità. La situazione si aggravò quando ci si rese conto che i sentieri meridionali (imboccati da Albertone) e quelli centrali (su cui si muoveva Arimondi con dietro Ellena) finivano per convergere in un punto; la brigata Arimondi venne quindi costretta a fermarsi per lasciare sfilare le truppe di Albertone, andando così ad aumentare il distacco tra questa brigata e il resto dell'armata. Verso le 3:30 del 1º marzo la brigata Albertone, in considerevole anticipo rispetto alle altre brigate, occupò il suo obiettivo, il colle che sulla mappa era indicato come Chidane Meret, e qui si attestò per circa un'ora. A questo punto però le guide informarono Albertone che il colle occupato non era il Chidane Meret, ma il colle Erarà; il vero Chidane Meret sorgeva diversi chilometri più avanti, verso sud-ovest. Invece di restare sulla posizione e proteggere il fianco di Arimondi, che con Dabormida si stava appena attestando su Rebbi Arienni, Albertone decise di spingersi ancora più avanti, andando ad occupare il vero Chidane Meret verso le 5:30, senza che Baratieri ne fosse avvisato; in tal modo la distanza tra la brigata ed il resto dell'armata divenne a questo punto abissale[9].
Il movimento degli italiani non era passato inosservato alle spie etiopi, che ne diedero pronta notizia al ras Alula, in quel momento attestato sulla sinistra dell'esercito[20]; in assenza del negus, in quel momento in preghiera nella chiesa di Enda Gabrièl vicino Adua (era domenica)[21], fu Alula a dare le prime disposizioni per contrastare la manovra, ordinando alle forze sotto il suo comando e a quelle del ras Menkonenn, Tekle Haymanot e ras Mikael di Wollo, accampate lì vicino, di muovere verso la posizione di Albertone.
La posizione delle brigate italiane e gli attacchi etiopici
Quando verso le 6:00 l'avanguardia di Albertone, ilI Battaglione indigeni delmaggioreDomenico Turitto, si avvicinò agli avamposti nemici nei pressi della chiesa di Enda Micaèl vicino Adua, venne ferocemente caricata dai reparti etiopici provenienti dai monti Enda Garima e Gessoso; la carica fu così violenta da investire anche la seconda linea italiana, obbligando Albertone a ripiegare dal Chidane Meret per riattestarsi sulle pendici occidentali del monte Semaiata. Sul posto rimasero due batterie da montagna, comandate daEduardo Bianchini edUmberto Masotto, con l'ordine di resistere fino all'ultimo uomo. Entrambe furono distrutte, e i due comandanti morirono sul campo e furono poi decorati di medaglia d'oro al Valor militare. Il combattimento proseguì serrato per circa tre ore; nonostante la posizione isolata, gli ascari italiani inflissero pesanti perdite agli etiopici, ma, esaurite le munizioni ed aggirati sul fianco sinistro da una colonna etiope scesa dall'Enda Garima, furono obbligati a cedere, e lo stesso Albertone venne preso prigioniero. Le ultime sacche di resistenza vennero spazzate via verso le 11:00; i sopravvissuti della brigata indigena iniziarono quindi a fuggire in direzione del centro dello schieramento italiano.
Le brigate Arimondi e Dabormida avevano completato il dispiegamento sul Rebbi Arienni verso le 5:30 e qui si erano fermate; alle 6:30 giunse Baratieri, che, udendo un intenso fuoco di fucileria proveniente dalla sua sinistra, solo allora si rese conto che la brigata Albertone non solo era sotto attacco, ma si trovava in posizione troppo avanzata. Il generale ordinò quindi alla brigata Dabormida di muovere in appoggio ad Albertone occupando il monte Diriam (o Derer), mentre il suo posto sul Rebbi Arienni doveva essere preso dalla brigata Arimondi. Alle 8:00 Dabormida completò lo sgombero del Rebbi Arienni, ma invece di muovere sul monte Diriam vi inviò solo un distaccamento, incanalandosi con il grosso nel vallone di Mariam Sciawitù, più sulla destra, e finendo per cozzare contro le truppe etiopiche che vi erano accampate.
La posizione sul Rebbi Arienni lasciata libera da Dabormida venne occupata dalla brigata Arimondi, con Ellena subito dietro ammassato nella conca alle spalle del monte; alle 8:15 Baratieri ricevette un messaggio di Albertone (spedito alle 7:00), con il quale il generale informava di essere sotto pesante attacco da parte degli etiopici e chiedeva rinforzi. Baratieri ordinò quindi alla brigata Arimondi di avanzare e di attestarsi tra il monte Raio a sinistra e il monte Bellah a destra, con Ellena schierato ora sul Rebbi Arienni e nella conca "del sicomoro" dietro al Raio. Intorno alle 9:00, mentre Arimondi finiva di attestarsi sul Raio, incominciarono a giungere sulle posizioni italiane feriti e sbandati della brigata Albertone, il cui flusso si intensificò verso le 9:30; preoccupato, Baratieri mandò quindi ad Albertone l'ordine di ripiegare sotto la posizione di Arimondi, ordine che ormai giungeva troppo tardi. Muovendosi alle spalle del flusso di fuggitivi per proteggersi dai colpi delle artiglierie italiane, le colonne etiopiche si abbatterono sulla posizione di Arimondi verso le 10:00, impegnando subito gli italiani in furiosi combattimenti anche corpo a corpo.
Iltenente colonnelloDavide Menini (al centro, ferito) incita i suoi uomini durante la battagliaDipinto etiope rappresentante la battaglia di Adua.
Gli etiopici si divisero in due colonne, attaccando sulla destra italiana il monte Bellah, tenuto dai bersaglieri del colonnello Stevani, e sulla sinistra italiana la congiunzione tra il monte Raio e il colle Erarà (Chidane Meret sulle carte italiane), tenuto dal III Battaglione indigeni del colonnello Galliano (distaccato dalla brigata Ellena).La colonna etiope di sinistra, composta da 25 000 uomini dei repartiscioani, parte della guardia del corpo di Menelik, occupò a sorpresa uno sperone roccioso (detto Zebàn Daarò) a nord-ovest del monte Bellah, aggirando così il fianco destro di Arimondi; il colonnello Stevani cercò di ristabilire la situazione inviando due compagnie di bersaglieri a riconquistare lo sperone, ma solo 40 uomini riuscirono a scalare la parete rocciosa, finendo spazzati via dal numero soverchiante dei nemici[22]. Anche il fianco sinistro della brigata Arimondi venne aggirato quando il battaglione indigeno di Galliano venne spazzato via dall'attacco nemico[23], perdendo anche il suo comandante. Baratieri cercò di tamponare la falla sul fianco sinistro inviandovi il 5º Reggimento fanteria della brigata Ellena (comprendente anche un battaglione di alpini), ma le truppe del colonnello Nava non riuscirono ad arrestare la progressione dei reparti nemici, superiori in numero. Pressata sul fronte ed aggirata su entrambi i fianchi, la brigata Arimondi cedette intorno alle 12:00, dopo che anche il suo comandante era caduto in combattimento. Baratieri ordinò la ritirata generale alle 12:30, anche se non vi era un piano prestabilito per attuarla; la resistenza del 4º Reggimento fanteria sul Rebbi Arienni a destra, e di due compagnie di alpini sullasella tra il Raio e il monte Ibsia sulla sinistra, consentirono ai resti delle brigate di Arimondi ed Ellena di ripiegare, non senza una certa confusione, in direzione di Adigrat,Adi Ugrì edAdi Caiè. Baratieri, con i colonnelli Stevani e Brusati, tentò tra le 14 e le 15 di ricostruire una retroguardia su un'altura tra Jeha e Kokma, ma decise poi di continuare la ritirata su Adi Caiè, ove giunse alle 3:00 del 2 marzo[24].Un nucleo di uomini della brigata Arimondi continuò a combattere sul Raio fino a notte, e solo all'alba del 2 marzo gli etiopici furono in grado di occupare la vetta del monte.
Attestata originariamente sul Monte Rebbi Arienni, la brigata Dabormida ricevette verso le 7:00 l'ordine da Baratieri di scendere dal colle e di marciare in appoggio ad Albertone; le esatte disposizioni impartite a Dabormida non sono note, in quanto il generale non le comunicò a nessun altro: Baratieri sostenne di aver ordinato a Dabormida di appoggiare Albertone occupando il monte Diriam, ma mantenendo il contatto con il fianco destro di Arimondi sul monte Bellah[25]. Invece, Dabormida inviò verso il Diriam solo il battaglione di milizia mobile indigena delmaggiore De Vito, mentre con il resto della brigata attorno alle 9:00 si infilava nel vallone di Mariam Sciauitù, non solo allontanandosi dalla brigata Albertone, ma anche scoprendo il fianco destro di Arimondi.
Cavalleria etiopica
Nel vallone di Mariam Sciauitù si trovava l'accampamento degli uomini di ras Menkonenn, contro cui andarono a cozzare i reparti italiani; gli etiopici furono respinti e gli italiani avanzarono fin quasi verso il fondo del vallone, attestandosi tra i monti Azghebà e Mehebàr Cedàl. Verso le 10:00 tuttavia, una colonna di truppe scioane agli ordini del negus attaccò il battaglione indigeno di De Vito al monte Diriam, spazzandolo via dopo una mezz'ora di lotta; a questo punto gli scioani si divisero in due colonne: una proseguì verso il Bellah per aggirare il fianco della brigata Arimondi, rimasto scoperto, l'altro piegò a sinistra per colpire il fianco e il retro della brigata Dabormida, ora isolata.
Ignaro del disastro in cui era incappato il resto dell'armata, Dabormida continuò a combattere nel vallone, pressato su tre lati da masse di nemici sempre più numerose; solo nel primo pomeriggio, resosi conto della situazione, ordinò ai reparti di ripiegare verso il monte Erar, in fondo al vallone. Il ripiegamento avvenne con ordine, ma l'intervento della cavalleria oromo, reparto scelto dell'esercito del negus, provocò forti perdite tra gli italiani. Lo stesso Dabormida cadde in questa fase, anche se le circostanze della sua morte non sono chiare[26]: la versione più accreditata sostiene che il generale cadde ucciso da una pallottola mentre stava tentando di riorganizzare le truppe; un'altra versione sostiene invece che Dabormida morì dopo la battaglia a causa delle ferite riportate. Il corpo del generale non venne mai ritrovato.
La resistenza italiana al monte Erar prima e al monte Esciasciò poi continuò per tutto il pomeriggio; solo a sera i superstiti della colonna Dabormida, ora guidati dal colonnello Ragni, iniziarono la ritirata dirigendosi verso il colle di Zalà. La presenza di grossi reparti nemici costrinse gli italiani a dividersi in due colonne più piccole: una, guidata da Ragni, si diresse verso il vecchio campo italiano a Saurià e proseguì verso Mai Maret per poi dirigere verso Adi Caiè; l'altra, condotta dal capitano Pavesi, risalì il vallone di Iehà, a nord di Esciasciò, per poi raggiungere Adi Ugrì[22].
IlnegusMenelik II alla battaglia di AduaUfficiali morti alla battaglia di Adua 1º marzo 1896, riportato nell'Annuario Militare del Regno d'Italia 1897
Non vi è concordanza tra le varie fonti sul numero preciso delle perdite subite dagli italiani nella battaglia: lo storico Harold G. Marcus stima 6 000 morti (4 000 italiani e 2 000 ascari), 1 428 feriti e 1 800 prigionieri[27]; Richard Pankhurst parla invece di 5 179 morti certi (261 ufficiali e 2 918 soldati italiani, 2 000 ascari), 945 morti probabili e 1 430 feriti[28]. Altre stime parlano di circa 7 000 morti (compresi due generali, Arimondi e Dabormida), 1 500 feriti e 3 000 prigionieri (compreso il generale Albertone)[29][30]; a questi va aggiunta la perdita di tutta l'artiglieria e di 11 000 fucili, come pure della maggior parte dei trasporti. La lista degli Ufficiali morti (258) fu riportata nell'annuario militare del regno d'Italia del 1897. I prigionieri italiani, incluso il generale Albertone, vennero trattati relativamente bene in ragione delle circostanze del momento, malgrado 200 circa di essi morissero per le ferite nel corso della prigionia. Tuttavia 800 ascari catturati, considerati traditori dagli etiopici, ricevettero come punizione l'amputazione della mano destra e del piede sinistro, onde renderli inabili a qualsiasi attività militare. Fu chiamato da RomaErnesto Invernizzi, titolare di una ditta di strumenti medico-chirurgici, che arrivò ad Asmara con i suoi tecnici e con il materiale idoneo per fabbricare protesi per riabilitare gli ascari alla deambulazione. Non c'è alcuna seria prova che alcuni italiani fossero evirati e le voci sono forse da ricollegare alla confusione generata dal trattamento subito dagli ascari prigionieri. Controverse sono anche le stime delle perdite etiopiche, che si aggirarono tra i 4 000 e i 7 000 morti e tra gli 8 000 e 10 000 feriti.
Due soldati italiani superstiti, che ritornarono nelle linee italiane dopo lunghe peripezie[32]
La notizia del disastro raggiunse l'Italia alle 9:00 del 2 marzo, quando Baratieri telegrafò a Crispi da Adi Caiè, in sostanza addossando le responsabilità della disfatta alla viltà dei suoi soldati[33]. La notizia della sconfitta provocò grosse manifestazioni e proteste di piazza contro la politica coloniale del governo; il 5 marzo Crispi rassegnò le dimissioni da Presidente del Consiglio e il suo governo venne sostituito dalgoverno di Rudinì II. I pochi reparti italiani rimasti intatti ripiegarono inEritrea tra il 2 e il 3 marzo, tranne la guarnigione di Adigrat (dove si erano rifugiati molti dei feriti italiani), che rimase al suo posto e venne assediata dagli etiopici. Il 4 marzo Baldissera giunse nella colonia, rilevando dal comando Baratieri il giorno seguente. Rientrato in Italia, Baratieri venne imputato da unacorte marziale di aver preparato un piano d'attacco "ingiustificabile" e di aver abbandonato le sue truppe sul terreno; fu assolto da queste accuse con una discussa sentenza[34], nella quale comunque fu descritto dai giudici come "del tutto inadatto" per il comando, e la sua carriera militare ebbe di fatto fine.
A parte pochi reparti di cavalieri, il grosso dell'esercito etiopico non inseguì gli italiani sconfitti; solo tra il 3 e il 4 marzo le truppe di ras Mangascià avanzarono fino al vecchio campo italiano di Saurià, mentre il degiacc Area si spinse fino al fiumeMareb. L'esercito etiopico era gravemente indebolito dalle perdite subite in battaglia, dalle malattie e dalla penuria di viveri, perciò Menelik ordinò di ripiegare suAddis Abeba, lasciando nel Tigrè solo pochi reparti al comando di ras Alula e ras Mangascià. La guerra si trascinò stancamente fino ad ottobre, quando, dopo un lungo negoziato, venne firmata lapace di Addis Abeba: l'Italia conservò la colonia Eritrea, ma abrogò il trattato di Uccialli e riconobbe la piena indipendenza dell'Etiopia; i prigionieri italiani di Adua vennero liberati in cambio del pagamento di una somma di 4 milioni dilire.
Tra i caduti il capitanoPietro Cella, nato a Bardi (Parma) nel 1851, fu la prima medaglia d'oro al valor militare del corpo degli alpini.
Cadde ad Adua ancheEduardo Bianchini, capitano di artiglieria nello schieramento comandato da Albertone, figlio dell'economista e ministro dell'interno delRegno delle Due SicilieLudovico. Bianchini fu decorato con lamedaglia d'oro al Valor Militare per aver resistito fino alla morte al comando della propria batteria, consentendo così ai resti della propria brigata di ritirarsi.
La sconfitta fu anche uno schiaffo morale: dimostrava infatti che gli eserciti europei in Africa non erano invincibili e divenne un simbolo della lotta al colonialismo. Vi era stato, invero, il precedente dellabattaglia di Isandlwana, dove nel1879 un reggimento britannico era stato travolto da forzezulu, ma in quel caso la sconfitta, oltre ad essere stata di entità molto minore in termini di perdite, era stata riscattata da successive vittorie e la guerra era stata infine persa dagli Zulu.
«Non si affidi alle carte, altrimenti non ritroverà più il suo reggimento. Creda a me che sono un vecchio ufficiale di carriera. Ho fatto tutta la campagna d'Africa. AdAdua abbiamo perduto, perché avevamo qualche carta. Perciò siamo andati a finire a ovest invece che a est. Qualcosa come se si attaccasse Venezia al posto di Verona.»
L'ultimo romanzo diCarlo Alianello,L'inghippo (Rusconi, Milano 1971) si conclude con la disastrosa battaglia di Adua, in cui combatte il figlio del protagonista, ufficiale dell'esercito italiano.
Giuseppe Tugnoli (pseudonimo diManlio Cancogni) scrisse un romanzo intitolatoAdua(Rizzoli, Milano 1978)
^abSandro Matteoni,Le grandi battaglie, La biblioteca di Repubblica, 2005, ISBN non disponibile, p. 579.
^David L. Lewis,The race to Fashoda: European colonialism and African resistance in the scramble for Africa, London, Bloomsbury, 1988,ISBN 0-7475-0113-0, p. 117.
^abLe cosiddette "batterie siciliane", provenienti dal 22º Rgt. Artiglieria di Messina.
^Reparto di formazione costituito da elementi tratti da differenti reggimenti alpini: 1ª compagnia (cap. Giovanni Trossarelli) con uomini del 1º Reggimento alpini, 2ª compagnia (cap. Ernesto Mestrallet) con uomini del 2º Reggimento alpini, 3ª compagnia (cap. Lorenzo Blanchin) con truppe del 4º Reggimento alpini, 4ª compagnia (cap.Pietro Cella)con truppe del 5º, 6º e 7º Reggimento alpini.
^Dati stimati dal gen. Albertone ed altri ufficiali italiani durante la prigionia, basandosi su fonti etiopiche.