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Arbëreshë

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Disambiguazione – "Albanesi d'Italia" rimanda qui. Se stai cercando il fenomeno migratorio contemporaneo, vediAlbanesi in Italia.
Arbëreshë
Albanesi d'Italia
Gli insediamenti Albanesi d'Italia
(Vedi lista)
 
Nomi alternativiItalo-Albanesi,
Arbëreshët e Italisë
Luogo d'origineAlbania (bandiera) Albania[1][2][3]
Popolazione100 000[4][5]
(Popolazione etnica: 260 000)[6]
Linguaalbanese arbëresh,
italiano
ReligioneCristiano cattolici dirito bizantino ·Chiesa Italo-Albanese
(Minoranza:cattolici dirito latino)
Gruppi correlatialbanesi,arvaniti,çam,stradioti,sulioti
Distribuzione
Italia (bandiera) Italia100 000 circa
Manuale

Gliarbëreshë (AFI:[aɾbəˈɾɛʃ]; in albanesearbëreshët e Italisë), ossia glialbanesi d'Italia[7][8], detti ancheitalo-albanesi[9], sono laminoranza etno-linguisticaalbanese storicamente stanziata inItalia meridionale einsulare[10].

Bandiera degliArbëreshë presso il comune diPiana degli Albanesi (PA)

Provenienti dall'Albania, dalla storica regione albanese dell'Epiro e dalle numerosecomunità albanesi dell'Attica e dellaMorea, oggi nell'odiernaGrecia[11], si stabilirono inItalia tra ilXV e ilXVIII secolo, in seguito alla morte dell'eroe nazionale albaneseGiorgio Castriota Scanderbeg e alla progressiva conquista dell'Albania e, in generale, di tutti i territori già dell'Impero Bizantino neiBalcani da parte deiturchi-ottomani[12]. La loro cultura è determinata da elementi caratterizzanti, che si rilevano nellalingua, nelrito religioso, nei costumi, nelle tradizioni, negli usi, nell'arte e nella gastronomia, ancora oggi gelosamente conservate, con la consapevolezza di appartenere a uno specificogruppo etnico[8].

Gli italo-albanesi costituiscono laChiesa cattolica italo-albanese[13][14], unaChiesasui iuris ditradizione bizantina, composta da tre circoscrizioni ecclesiastiche: ad essa fanno capo dueeparchie, quella diLungro (CS) inCalabria per gli albanesi dell’Italia continentale e quella diPiana degli Albanesi (PA) inSicilia per glialbanesi dell’Italia insulare, e unaabbazia territoriale, ilmonastero esarchico di Grottaferrata[15] (RM) nelLazio i cuimonaci basiliani provengono in gran parte dagliinsediamenti italo-albanesi[16][17].Da oltre cinque secoli dalladiaspora la maggior parte dellacomunità italo-albanese conserva tuttora ilrito bizantino d'origine[18]. Il gruppo etno-linguistico albanese è riuscito a mantenere la propria identità avendo nelclero, e le sue istituzioni, il più forte tutore e il fulcro dell'identificazione etnica.

L'idioma degliarbëreshë è l'omonimalinguaarbëreshe (gluha arbëreshe), che fa parte dellamacro-lingua albanese e deriva dallavariante tosca (toskë) parlata in Albania meridionale. A seguito dellalegge n.482/1999[19] l'albanese è tra le lingue riconosciute e tutelate inItalia.

Si stima che gli albanesi d'Italia siano circa 100.000[4][20] e costituiscano una delle maggiori tra le storicheminoranze etno-linguistiche d'Italia. Per definire la loro "nazione" sparsa usano direArbëria[21][22]. Dal 2020, la cultura e i riti della popolazione albanese d'Italia sono candidati formalmente, col titolo "Moti i Madh" (Il Tempo Grande), alla lista deipatrimoni orali e immateriali dell'umanità UNESCO[23], formalizzata in collaborazione e condivisione delGoverno della Repubblica d’Albania attraverso ilMinistero della Cultura Albanese[24].

Etnonimo

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Gli albanesi d'Italia[25] o gli italo-albanesi, si riconoscono con l'etnonimoarbëreshë[26] (termine derivante daArbër, importante principato albanese in epoca medievale)[27], che generalizzando significa appunto "albanese"[28][29].

Sono stati, talvolta, erroneamente chiamati con l'appellativo "greco-albanesi"[30], "italo-greci" o addirittura soltanto "greci" (allorquando confusi con igreci dai "latini" per lalingua greca medievale utilizzata nelrito bizantino professato o tuttalpiù per indicare l'appartenenza all'aspetto religioso di questi, greco/orientale e non romano/occidentale[29][31][32]) o "arbereschi" (l'italianizzazione impropria e forzata[33][34] diarbëreshë)[35][36]. Ritrovando nel passato nell'aspetto religioso ('greco') - piuttosto che all'aspetto linguistico (albanese) - l'elemento più influente d'appartenenza e in primo luogo differenziazione rispetto all'ambiente circostante (latino), alcuni degli stessi italo-albanesi si sono presentati in lingua italiana come "greci", ma esclusivamente inteso nella fede (ortodossi in tutto con Roma), e chiamandosi semprearbëreshë nel proprio idioma[37]. Pienamente coscienti di appartenere al più ampio e sparso popolo albanese, a maggior ragione oggi gli albanesi d'Italia vedono di cattivo occhio l'esser chiamati volutamente o per errore "greci".
Gli albanesi, in quanto 'orientali', erano spesso chiamati "greci" in tutte le regioni del Meridione d'Italia[38], seppur questo è rimasto più in ambito siciliano; mentre in ambito più calabrese - ma così allo stesso modo nelle regioni limitrofe - gli albanesi sono anche stati chiamati "ghiegghi" (pl.), "ghiegghiu" (sing.). Questi 'nomi' spesso assumono una accezione denigratoria, divenendo un vero e proprio insulto etnico[39]. Nella fattispecie il nomignolo "ghiegghiu", che oggi probabilmente ha una connotazione anche semplicemente goliardica e scherzosa, è pur sempre nato come dispregiativo e rimanenon gratae dagli italo-albanesi[40]. Quest'ultimo etnonimo non sembra derivare affatto dall'etnonimo regionalegegë (it. ghego) 'abitante del nord Albania', ma piuttosto dalla voce albanese parafrasatagjegj - gjegjem (lett. sentire, ascoltare, inteso come 'mi dica/prego')[41][42].
Sulla base di questi appellativi, spesso dispregiativi per indicare persone albanesi, veniva detto:Si viri un grecu e un lupu, lassa lu lupu e tira a lu grecu (Se vedi un albanese ed un lupo, lascia stare il lupo e spara all'albanese)[43], la cui pronta risposta degli albanesi era:Derr e litì, mos i vurë ndë shpì se të çajën poçe e kuzi (Maiale e latino, non li entrar a casa che ti rompono piatti e pignate)[44]. Gli italo-albanesi chiamano infattilitìnj (latini) i forestieri e le famiglie provenienti dalle località non albanofone. In difesa della "razza", oltre a ciò, gli italo-albanesi usavano dire:Në ti je arbëresh, ruaju litirit si pelekani m'i ruhet sqeparit (Se sei albanese, proteggiti dal latino come il pellicano protegge il suo becco)[45][46].

Prima della conquista delPrincipato d'Albania da parte dell'Impero ottomano (1481) sino a certo ilXVIII secolo, periodo dell'ultima diaspora, il popolo albanese si identificava con il nome diarbëreshë oarbërorë, prendendo origine dal termineArbër/Arbëri con il quale s'individuava la nazione albanese[28]. Essi venivano indicati daibizantini col nome diarbanon, αλβανοί o αλβανῖται in greco,albanenses oarbanenses inlatino[47] e in epoca moderna macedoni o epiroti dallerepubbliche marinare, dagliantichi Stati italiani e dallaCorona d'Aragona.A seguito dell'invasione turca, al disfacimento dell'Impero bizantino e deiPrincipati albanesi, molti albanesi, per la libertà e per sottrarsi al giogo turco-ottomano, giunsero in Italia[48][49]. Da allora, indiaspora, continuarono a identificarsi comearbëreshë, diversamente dai fratelli d'Albania, che assunsero l'etnonimoshqiptarë (da "shqip", ovvero colui che "pronuncia, parla bene [l'albanese]",shqipton, flet mirë [arbërishtjën]), seppure la denominazione originaria con la radicearbër oarben sopravvive ancora, per quanto poco usata, fra glialbanesicattolici del nord. (Arbëresh sing. maschile,Arbëreshë pl. maschile,Arbëreshe sing. e pl. femminile[50], da cuiArbëria).

Distribuzione geografica

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Comunità albanesi d'Italia

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Lo stesso argomento in dettaglio:Arbëria e Comuni dell'Arbëria.
Le regioni d'Italia in cui è presente la minoranza albanese/arbëreshe
Villa Badessa (Badhesa) inAbruzzo
Ururi (Ruri) inMolise
Greci (Katundi) inCampania
Barile (Barilli) inBasilicata
Casalvecchio di Puglia (Kazallveqi) inPuglia
Civita (Çifti) inCalabria
Piana degli Albanesi (Hora e Arbëreshëvet) inSicilia

Le comunità albanesi d'Italia[51], distribuite inAbruzzo,Molise,Campania,Basilicata,Puglia,Calabria eSicilia[52], si riconoscono dal mantenimento della lingua. Esse hanno duplice nomenclatura: inlingua italiana e inlingua albanese (nella variantearbëreshe). Quest'ultima è quella con cui gli abitanti conoscono il proprio luogo, identificato comekatund ohorë. Lecomunità dell'Arberia sono divise in numerose isole etno-linguistiche corrispondenti a diverse aree dell'Italia meridionale e non esiste omogeneità sia per la localizzazione geografica che per il numero dei comuni. Alcunelocalità, circa trenta, sono state assimilate e hanno ormai perso l'identità originaria, oltre all'uso della lingua, mentre altre sono completamente scomparse.

Oggi si contano 50 comunità di provenienza e cultura albanese, 41comuni e 9frazioni, disseminati in sette regioni dell'Italia meridionale einsulare, costituendo complessivamente una popolazione di oltre 100.000 abitanti[7][53]. Sulla reale consistenza numerica degli italo-albanesi non vi sono cifre sicure, gli ultimi dati statisticamente certi sono quelli del censimento del1921, da cui risulta che erano 80.282, e quello del1997 dal quale risulta una popolazione di 197.000[54], come emerge nello studio di Alfredo Frega[55], anche se nel1998 ilministero dell'Interno stimava la minoranza albanese in Italia in 98.000[10] persone.

La Calabria è la regione con la maggiore presenza di comunitàarbëreshe, alcune molto vicine fra loro, contando 58.425 persone che abitano in 33 paesi, suddivisi in 30 comuni e tre frazioni della regione, in particolare inprovincia di Cosenza[56]. Importanti comunità si trovano in Sicilia, 5 comuni, nell'area diPalermo, con 53.528 persone. La Puglia ha solo una piccola percentuale diarbëreshë, 4 comuni e 12.816 persone concentrate inprovincia di Foggia, aCasalvecchio eChieuti, inprovincia di Taranto aSan Marzano e nellacittà metropolitana di Bari aCassano delle Murge. Altre comunità albanesi si trovano in Molise, 13.877 persone, nei 4 comuni diCampomarino,Ururi,Montecilfone ePortocannone; in Basilicata, 8.132 persone, nei 5 comuni diSan Paolo Albanese,San Costantino Albanese,Barile,Ginestra eMaschito. Altre comunità italo-albanesi le troviamo in Campania, con 2.226 persone, e in Abruzzo, con 510 persone.

La comunità italo-albanese storicamente più grande, sia numericamente - riguardante il numero di parlanti in albanese - sia nella dimensione dell'abitato, èPiana degli Albanesi (PA). Altri paesi numericamente rilevanti, cresciuti negli ultimi decenni negli abitanti ma non conservanti integralmente lalingua albanese, sonoSpezzano Albanese (CS) eSan Marzano di San Giuseppe (TA).

Tradizionalmente viene considerataContessa Entellina (PA) tra le più antiche colonie albanesi in Italia (1450)[57], mentreVilla Badessa (PE) è per certo l'ultimo centro fondato della lunga diaspora schipetara (1742)[58].

L'elenco completo delle comunitàarbëreshe è il seguente[7]:

Comunità d'origine albanese

Esistono, inoltre, più di trenta centri anticamente albanesi che hanno perso, in differenti periodi storici e per diversi motivi, l'uso della lingua albanese e sono così caratterizzate da una mancata eredità storica e culturalearbëreshe: per l'Emilia-Romagna sono Pievetta eBosco Tosca, frazioni diCastel San Giovanni (PC); per ilLazio èPianiano[59] (VT), frazione diCellere; per ilMolise èSanta Croce di Magliano (CB); per laCampania inprovincia di Caserta èAlife[60]; per laPuglia sonoCasalnuovo Monterotaro,Castelluccio dei Sauri,San Paolo di Civitate (FG),Monteparano,San Giorgio Ionico,San Crispieri,Faggiano,Roccaforzata,Monteiasi,Carosino,Montemesola (TA); per laBasilicata sonoBrindisi Montagna,Rionero in Vulture (PZ); per laCalabria sonoCervicati (Çervikat),Mongrassano (Mungrasana),Rota Greca (Rrota),San Lorenzo del Vallo (Sullarënxa'),Serra d'Aiello (Serrë, CS),Amato,Arietta (Arjèta), frazione diPetronà,Gizzeria (Jacaria) e le frazioni Mortilla (Mortilë) e Gizzeria Lido (Zalli i Jacarisë),Zagarise,Zangarona (Xingarona), frazione diLamezia Terme, (CZ); per la Sicilia sonoMezzojuso (Munxifsi),Palazzo Adriano (Pallaci, PA),Sant'Angelo Muxaro (Shënt'Ëngjëlli, AG),Biancavilla (Callìcari),Bronte (Brontë),San Michele di Ganzaria (Shën Mikelli, CT).

Le comunità diMezzojuso ePalazzo Adriano, inprovincia di Palermo, sono da considerarsi un caso particolare, dal momento che, pur avendo perso lalingua albanese e i costumi d'origine, hanno mantenuto ilrito greco-bizantino, peculiare pilastro - insieme con lingua e abiti tradizionali - dell'identità albanese delladiaspora. In questi casi, l'identità si conserva nell'aspetto religioso e nella memoria storica. Conservano memoria dell'eredità culturale originaria le comunità diCervicati,Mongrassano eRota Greca, inprovincia di Cosenza.

Le migrazioni albanesi, sin dagli inizi della lunga diaspora, portarono alla formazione di comunità medio-piccolearbëreshe ben inserite in numerose città già esistenti del centro-nord Italia (in modo particolare,Venezia) e nellaCorona d'Aragona (Napoli, Bari,Altamura,Barletta,Andria,Trani,Foggia,Bovino,San Severo,Lecce,Brindisi,Potenza,Matera,Melfi,Caltagirone ePiazza Armerina), nella buona parte dei casi realtà - sempre per ragioni diverse - assimilate dalla cultura circostante[61].

Isole culturali, migrazioni e moderna diaspora albanese

Sopravvivono rilevanti isole culturali nelle grandi aree metropolitane diMilano,Torino,Roma,Napoli,Bari,Cosenza,Crotone ePalermo. Nel resto del mondo, in seguito alle migrazioni delXX secolo in paesi come ilCanada,Stati Uniti[62][63][64],Argentina[65][66][67],Brasile,Cile eUruguay esistono forti comunità che mantengono vive la lingua e le tradizioniarbëreshë[51].

Dal1990, con la caduta delregime comunista post-bolscevico in Albania, comunità significative dishqiptarë (albanesi d'Albania) si sono inserite e integrate neltessuto sociale dei centri abitati italo-albanesi[51][68]. Con lalotta per l'Indipendenza delKosovo (2008) un recentissimo gruppo dialbanesi, vittime dellapulizia etnica delregime jugoslavo, si è anch'esso integrato nelle variecomunità albanesi d'Italia.

Storia

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Età medievale

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Lo stesso argomento in dettaglio:Storia dell'Albania § L'Albania nel medioevo.
«All'aspetto religioso prima di tutto […] assieme alle altre cause di natura economica e sociale, lo spirito di libertà e di indipendenza che ha animato il popolo albanese nel corso della sua storia, è stato uno dei moventi che lo ha spinto all'abbandono dei luoghi aviti e alla ricerca di una nuova patria nei paesi d'oltremare quando l'Albania cadde sotto la dominazione turca.»

(Eqrem Çabej, 1976[69])

Una ricostruzione grafica del possibile e ulteriore spostamento albanese nei Balcani meridionali fra il XIV e il XV secolo (la presenza albanese nell'area più a sud è accertata almeno dal 1200)

Gliarbëreshë, una volta distribuiti tra l'Albania, l'Epiro (Ciamuria) e laMorea, nell'odiernoPeloponneso (vediarvaniti), sono i discendenti della popolazionealbanese sparsa in tutti iBalcani sud-occidentali. Storicamente, a partire dall'XI secolo[70], probabilmente a causa delle pressionislave dal nord, gruppi dialbanesi, con grandi abilità in campo militare, si spostarono verso la parte meridionale dellaGrecia (Corinto,Peloponneso eAttica) fondando numerosissime comunità[49]. Intanto, la loro bravura li aveva identificati come imercenari preferiti deiserbi, deifranchi, degliaragonesi, dellerepubbliche marinare italiane e degli stessibizantini[71].

NelXV secolo si verificò l'invasione progressiva dell'Europa orientale e così anche dell'Albania da parte deiturchi-ottomani. Laresistenza albanese si era organizzata nellaLega Albanese diAlessio (Lidhja e Lezhës), che faceva capo aGiorgio Castriota daCroia, meglio conosciuto come "Scanderbeg", passato alla storia d'Europa come “defensor fidei” e “atleta Christi”, colui il quale, bloccò per cinque lustri l'avanzata militare ottomana. In questo periodo, nel1448, reAlfonso V d'Aragona, chiamato il Magnanimo, re delregno di Napoli e delregno di Sicilia, chiese aiuto a Castriota, suo alleato, per reprimere lacongiura dei baroni. La ricompensa per questa operazione furono delle terre inprovincia di Catanzaro, e moltiarbëreshë ne approfittarono per emigrare esuli in queste terre sicure durante l'avanzata degli Ottomani, mentre altri emigrarono in altre zone dell'Italia peninsulare e insulare sotto il controllo dellaRepubblica di Venezia[71][72], nella speranza di poter rimpatriare alla fine della guerra turco-albanese.

Stendardo delPrincipato d'Albania nel Medioevo
Giorgio Castriota Scanderbeg dalla biografia diMarino Barlezio (1508)
Spedizione militare di Scanderbeg in Italia (1460-1462)
Urs Graf,Stradioti (XV secolo)
Unabattaglia deglialbanesi contro le armateturche

Durante il periodo della guerra di successione diNapoli, a seguito della morte diAlfonso d'Aragona, il legittimo eredeFerdinando d'Aragona richiamò le forze diarbëreshë contro gli eserciti franco-italiani[73] e Scanderbeg sbarcò nel1461 inPuglia[74]. Dopo alcuni successi, gliarbëreshë accettarono in cambio delle terre in loco, mentre Scanderbeg ritornò per riorganizzare la resistenza albanese contro i turchi che avevano occupato l'Albania.

Giorgio Castriota[75] morì a causa di una malattia nel1468, ma le sue truppe combatterono ancora per un ventennio[76].

Francesco Hayez, I rifugiati diParga, allora cittadina albanese dell'Epiro, mentre abbandonano la loro patria
Luigi Manes, Icona dello sbarco degli esuli albanesi in Italia,Chiesa Santissimo Salvatore aCosenza

Dopo ventiquattro anni di resistenza, la guerra fu persa e l'Albania cadde in mano ottomana, divenendo parte periferica dell'Impero ottomano. Molti albanesi decisero di emigrare. I primiarbëreshë che approdarono in Italia erano tradizionalmente soldatistradioti, anche al servizio del Regno di Napoli, delRegno di Sicilia e dellaRepubblica di Venezia[77]. Molti degli esuli delle migrazioni successive alla prima appartenevano alle più rinomate classi sociali albanesi fedeli alla ortodossia cattolica, tra cui capi militari, sacerdoti, nobili e aristocratici consanguinei di Giorgio Castriota, che li aveva guidati nella lotta contro gli ottomani. Considerati i rapporti con Venezia, gli albanesi costituirono la loro chiesa nella repubblica marina, laScuola di Santa Maria degli Albanesi, tutt'oggi esistente. Lo stesso avvenne in altre località e città importanti d'Italia, come ad esempio a Lecce (Chiesa di San Niccolò dei Greci), Napoli (Chiesa dei Santi Pietro e Paolo dei Greci) e Palermo (Chiesa di San Nicolò dei Greci), definite dai "latini" - i non albanesi - dei "greci" per il rito religioso orientale.

Papa Paolo II, sul soglio ponteficio dal1464 al1471, così scriveva alDuca di Borgogna:

«Le città che finora avevano resistite al furore dei Turchi sono oramai tutte cadute o in loro potere. Questi popoli che abitano lungo le coste dello Adriatico tremano allo aspetto di questo imminente pericolo. Non vedesi ovunque che spavento, dolore, captività e morte; non si può senza versare lagrime contemplare queste navi che partite dalla riva albanese si riparano nei porti d'Italia, e queste famiglie ignude, meschine, che scacciate dalle loro abitazioni stanno sedute sulla riva del mare stendendo le mani al cielo, e facendo risuonare l'aria di lamenti in ignorata favella.»

(Epistola Pauli II. ad Philippum Burgundiae Ducem. Apud cardinalia Papiensis Epistolas[78].)

Incominciò, dopo il1478, la più grande e lungadiaspora albanese nelle regioni meridionali della Penisola, compresa la Sicilia, dove il re di Napoli e il re di Sicilia offrirono loro altre zone inPuglia,Basilicata,Molise,Calabria,Campania eSicilia[51]. Gli albanesi godettero anche di speciali concessioni e di consistenti privilegi, reali, ecclesiastici o baronali, nelle terre in cui furono accolti.

Età moderna

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Lo stesso argomento in dettaglio:Storia dell'Albania § La conquista ottomana.

Le ondate migratorie si susseguirono, numerosi furono gli albanesi a dover lasciare la propria terra. Per alcune fonti la quinta migrazione si ebbe tra il 1500 e il 1534[49]. Impiegati come mercenari dalla Repubblica di Venezia, gli arbëreshë dovettero lasciare il Peloponneso con l'aiuto delle truppe diCarlo V d'Asburgo, ancora a causa della presenza turca. Carlo V stanziò questi soldati, capeggiati dai cavalieri che avevano partecipato all'assedio diCorone, inItalia meridionale, per rinforzarne le difese proprio contro la minaccia degliottomani.

Stanziatisi in zone e villaggi isolati (il che permise loro di mantenere inalterata la propria cultura fino a oggi), gli albanesi inItalia fondarono o ripopolarono quasi un centinaio di comunità. Con la loro immigrazione si assistette nelmeridione, in genere, a una nuova fase di espansione demografica, che si accentuò alla fine del XV secolo e continuò per tutta la prima metà del XVI secolo,[79] con la costituzione di vere e proprie comunità ex novo albanesi fuori dai Balcani.

Gli albanesi non emigrati, per sfuggire all'islamizzazione e conservare l'identità religiosa, divennero criptocristiani, ovvero, usarono nomi musulmani e si comportarono, nella loro vita sociale, come tali. Tuttavia, segretamente in famiglia, mantennero la fede e le tradizioni cristiane. Tale fenomeno, diminuito nel tempo in quanto fenomeno represso dai turchi, durò dalla fine del XVII al tardo XVIII, primi del XIX secolo.

Età contemporanea

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Dettaglio di una mappa etnografica tedesca dell'Italia del 1859, in cui sono indicate in verde - con alcuni errori - le comunità albanesi/albaner.

Per mezzo millennio l'elemento di coesione del gruppo degli esuli albanesi d'Italia è stata la fedecristiana secondo la tradizione orientale dirito bizantino. Questa è tuttora uno dei tratti caratterizzanti dell'etnia, insieme alla lingua e ai costumi, sia rispetto alla restante popolazione italiana sia rispetto agli albanesi rimasti in patria convertiti all'Islam, e la disponibilità a rinunciare a tale peculiarità ha rappresentato l'elemento che ha permesso loro di non essere assimilati dall'ambiente italiano circostante[29].

L'ondata migratoria dall'Italia meridionale verso leAmeriche negli anni tra il1900 e il1910 ha causato quasi un dimezzamento della popolazione dei centri (paesi, villaggi e cittadine)arbëreshë e ha messo la popolazione a rischio di scomparsa culturale, nonostante la recente rivalutazione.InArgentina, nel quartiere Sant'Elena della città diLuján, esiste dagli inizi del secolo XX una florida comunità italo-albanese proveniente dai comuni diSan Demetrio Corone,Santa Sofia d'Epiro,Vaccarizzo Albanese,Macchia Albanese eSan Cosmo Albanese[80][81][82][83][84].

A partire dalla prima metà del XX secolo, e ancora più chiaramente neglianni 1960 e1970, fino ai giorni nostri, si ha un'attenzione sempre crescente per un risveglio culturale e per la valorizzazione e il mantenimento della minoranza etno-linguistica albanese d'Italia.

Oggi, alla luce degli avvenimenti storici, la continuità secolare della presenza albanese in Italia riveste un aspetto di eccezionalità nella storia dei popoli[29]. Dal 2017, con la sottoscrizione della Repubblica d'Albania e delKosovo, è stata presentata richiesta ufficiale di iscrizione della popolazionearbëreshe nella ListaUNESCO come patrimonio vivente immateriale e sociale dell'umanità[85][86][87][88]

Tra il 2018 e il 2023 ipresidenti d'Albania in carica fanno visita a vari centri albanesi d'Italia[89]. Nel 2023 ilprimo ministro dell'Albania fa visita ufficiale alla comunità italo-albanese dell'Eparchia di Lungro[90].

Contributo all'Italia e all'Albania

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La primissima registrazione vocale dell'inno nazionale albaneseHimni i Flamurit, interpretata nel 1918 dal tenorearbëresh Giuseppe Mauro.

La nascita delle Cattedre di Lingua e Letteratura albanese più antiche d'Europa (in primis Napoli 1900, daGiuseppe Schirò), così come per i Congressi panalbanesi in Italia (Corigliano Calabro 1895[91],Palermo-Piana dei Greci 1903,Trieste 1913, ecc.) e nei territori albanesi dei Balcani del XIX e XX secolo per la lingua e l'alfabeto albanese, sono nati anche in merito e contributo dei religiosi e intellettuali albanesi d'Italia.

Durante l'occupazione italiana dell'Albania numerosissimiarbëreshë si trasferirono in Albania come insegnanti di lingua italiana e militari addetti alle traduzioni. Così come avvenuto già nel XVI secolo, negli stessi anni i monaci basiliani italo-albanesi di Grottaferrata avviarono missioni apostoliche in Albania, specialmente nella sponda meridionale. Essi officiavano secondo il rito bizantino in lingua albanese, ma i loro riti erano frequentati anche dai cattolici italiani. Nonostante provenissero dall'Italia, a causa della loro antica stirpe albanese, venivano considerati dal popolo albanese albanesi a tutti gli effetti e la loro presenza era generalmente ben accolta pure dalla Chiesa locale. Gli obbiettivi della missione erano ambiziosi: tentare di far riconoscere la fede cristiana alla gente del luogo, l'apostolato e l'istruzione diretta, riavvicinare la comunitàarbëreshe alla terra d'origine, l'ecumenismo tra la Chiesa cattolica e la Chiesa ortodossa, i quali italo-albanesi facevano da chiave di volta. Con l'avvento del comunismo in Albania tutti i monaci, scacciati dal governo, dovettero abbandonare il paese. L'importanza della missione, aldilà della impossibilità nel continuare, consistette nel nuovo vigore apportato all'Albania e al monachesimo italo-albanese stesso, che riuscì perfettamente a integrarsi, trasmettendo la propria cultura e sensibilità religiosa al territorio da cui aveva avuto provenienza secoli prima.[92]

Molti sono i cognomi di ascendenza albanese diffusi in Italia. Il cognomeAlbanese nacque come soprannome dato a persone di origine albanese, o perché venivano direttamente dall'Albania o perché originari dellecolonie albanesi dell'Italia meridionale. Il cognome si diffuse nel periodo dellerepubbliche marinare, quando, specialmente a Venezia, vennero arruolati soldati fra gli albanesi.

Anche nella politica istituzionale i rapporti fra Italia e Albania, grazie agli stessi italo-albanesi, si sono rafforzati: recentemente il presidenteSergio Mattarella ha incontrato nel comune albanese di San Demetrio Corone (Cs) il presidente albaneseIlir Meta[93]; nei mesi successivi il presidente dell’Albania in forma ufficiale ha ampiamente visitato le comunità albanesi di Puglia e Calabria[94].

Gli Italo-Albanesi e l'Unità d'Italia
Epigrafe del Collegio Italo-Albanese di Sant’Adriano,San Demetrio Corone (1860)
Cippo a memoria diGaribaldi inPiana degli Albanesi (1910)
«Questi Albanesi [d'Italia] sono stati il baluardo dei Cristiani, lo scudo della Fede e la salvezza dell'Europa. Sono eroi, che si sono distinti in tutte le lotte per la Libertà.»

(G. Garibaldi, durante laspedizione dei Mille a Napoli, dopo l'esperienza dell'insurrezione di Palermo (1860).)

Gli italo-albanesi hanno partecipato attivamente alRisorgimento italiano[95] e allaRilindja kombёtare shqiptare (la Rinascita nazionale albanese)[96][97], ovverosia il Risorgimento albanese, dando in entrambe un valido contributo alla loro causa[98][99]. Le comunità italo-albanesi mostrarono un dinamismo culturale e un'autocoscienza identitaria che le resero sedi privilegiate della cultura albanese e alimentarono un impegno civile di ispirazioneilluministica che condusse personalità italo-albanesi a prendere parte al Risorgimento italiano. Nei primi decenni delXVIII secolo intellettualiarbëreshë, ecclesiastici e laici, ripresero anche i temi fondamentali del nascente romanticismo europeo volti alla creazione dell'identità nazionale, a cui la lingua forniva il principale criterio di integrazione simbolica[100].

Gliarbëreshe hanno avuto nelle vicende dell'Unità d'Italia un ruolo centrale[101], un peso nettamente superiore, in proporzione, a quello demografico. In ogni paese dell'Arberia (Sicilia, Calabria, Basilicata, Puglia, Molise e Abruzzo) con la penetrazione degli ideali liberali e laici, sicuramente maggiore nelle classi dirigentiarbëreshe che non in quelle, spesso conservatrici, "latine" papalina e borbonica, aumentò l'ostilità verso iBorboni con l'obiettivo di aver una realtà territoriale migliore. Gli albanesi d'Italia sostennero che "l'amore per la patria adottiva era pari a quella per la patria lasciata"[102].

Numerosi furono quelli che con dedizione si batterono per l'Unità d'Italia, cominciando in Sicilia dagli abitanti diPiana degli Albanesi, che ospitaronoGiuseppe Garibaldi ed emissari mazziniani qualiRosolino Pilo eGiovanni Corrao, giunti inSicilia con il compito di preparare lo sbarco garibaldino, e fornendo sostegni logistici e un sicuro riparo strategico, combattendo in prima fila fra igaribaldini contro i Borboni nellaconquista di Palermo.

In Calabria cinquecento abitanti diLungro si unirono alla marcia garibaldina diingresso a Napoli, mentre gli abitanti diSan Demetrio Corone al passaggio di Garibaldi si unirono allecamicie rosse. L'illustre Collegio Italo-Albanese di Sant’Adriano della cittadina fu definito il "terrore dei Borboni", in quanto i suoi giovani studenti, provenienti da tante comunità albanofone calabresi e lucane, insieme a molti loro professori offrirono un notevole apporto alla causa dell’Unità del Paese e della sua indipendenza. Il testo della epigrafe riportata sulla lapide murata nella parete esterna della facciata dell’antico Collegio di Sant’Adriano ha prova del concorso e del ruolo non indifferenti svolti dagli italo-albanesi nel corso delle guerre combattute per l’Unità d’Italia[103]. Il 6 maggio 1860 il lungreseDomenico Damis partì con iMille daGenova alla volta diMarsala. DallaSicilia avvisò i patrioti lungresi di prepararsi a seguire Garibaldi verso Napoli. Alla notizia del suo arrivo ben 500 volontari partirono dalla sola Lungro. Così Angelo Damis, capo legionario della zona, organizzò cinque compagnie guidate da altrettanti illustri lungresi come Vincenzo Stratigò, Cesare Martino, Pietro Irianni, Pasquale Trifilio e Giuseppe Samengo. Il 2 settembre, sotto una pioggia di fiori, Garibaldi arrivò aCastrovillari; insieme a luiDomenico Damis, che prese il comando delle compagnie lungresi. Alla legione di Lungro si unirono quelle diFrascineto eCivita, costituendo così una brigata sotto il comando di Giuseppe Pace. Il 1 e il 2 ottobre letruppe borboniche opposero una residua resistenza ai nostri. Nella battaglia del Volturno i lungresi combatterono valorosamente ottenendo una splendida vittoria. Dal2007Lungro è denominata "Città delRisorgimento"[104][105].

Epigrafe albanese dellaCattedrale di Piana degli Albanesi in memoria di PapàsDemetrio Camarda, antiborbònico (1882)

L’elenco dei patriotiarbëreshë che parteciparono alle diverse guerre del Risorgimento nazionale è lungo. Tra queste colonne, alcuni di coloro da menzionare e che rappresentavano la “intellighenzia” del tempo sono: in Sicilia da Piana degli AlbanesiPietro Piediscalzi (1825-1860), patriota e cospiratore, appartenente ai Mille, il quale mori a Palermo combattendo nel 1860;Giuseppe Bennici (1841-1909), soldato e scrittore, aiutante di campo dìNino Bixio, seguace di Garibaldi adAspromonte;Giorgio Costantini (1838-1916), insegnante e storico;Tommaso Manzone, nobile, cospiratore, patriota e politico; PapàsDemetrio Camarda, costretto ad abbandonare la Sicilia a causa dei forti sospetti che la polizia borbonica nutriva nei suoi confronti come patriota e cospiratore; daPalazzo AdrianoFrancesco Crispi fu il massimo promotore della spedizione dei Mille e convinse Garibaldi a prepararla e attuarla.

In Calabria: da San Demetrio Corone i fratelliDomenico eRaffaele Mauro furono al fianco di Garibaldi da Quarto fino allaliberazione di Napoli, e dopo la caduta dei Borboni, Domenico, uomo di legge e letterato, sedette al Parlamento nazionale per due legislature;Agesilao Milano, diSan Benedetto Ullano, studente del Collegio di Sant’Adriano, attentò la vita del reFerdinando II di Borbone senza riuscire nell’intento e pagò con la morte il suo gesto;Pasquale Scura diVaccarizzo Albanese, Garibaldi lo volle ministro Guardasigilli nel governo provvisorio a Napoli, molto inviso a re Ferdinando II che lo considerava un pericoloso sovversivo;Gennaro Placco di Civita, unitosi a Garibaldi, combatté da valoroso aCampotenese contro i Borboni, ferito e catturato venne condannato a morte, pena commutata in ergastolo;Raffaele Camodeca diCastroregio, fucilato nelVallone di Rovito nel 1844;Cesare Marini di San Demetrio Corone, illustre avvocato, penalista, civilista e magistrato, nel 1844 venne nominato difensore d’ufficio dei fratelli Bandiera;Domenico Damis diLungro, patriota, generale e politico;Attanasio Dramis diSan Giorgio Albanese, attivo cospiratore antiborbonico, più volte incarcerato, studente del Sant’Adriano e compagno di lotta del Milano, partecipò all'impresa garibaldina e combatté in Sicilia;Pasquale Baffi diSanta Sofia d'Epiro, aderì al governo provvisorio partenopeo fino alla restaurazione borbonica, quando venne arrestato e condannato alla impiccagione; Giuseppe Angelo Nociti diSpezzano Albanese, con altri studenti del Sant’Adriano e il loro professoreAntonio Marchianò di Macchia Albanese partecipò ai moti insurrezionali diCampotenese.[106]

Gli Italo-Albanesi e la Rinascita Nazionale Albanese
«Arbëria çë pas detit na kujton se na të huaj jemi te ki dhe! Sa vjet shkuan! E zëmra së harron se për Turkun qëndruam pa Mëmëdhe.[107]»

(DaRrutullup di Giuseppe Serembe)

Latestata principale deLa Nazione Albanese, rivista fondata daAnselmo Lorecchio nel1897.
Il monumento diGirolamo De Rada al Parlamento d'Albania,Tirana.

LaRilindja Kombëtare Shqipëtare (Rinascita Nazionale Albanese) il cui ideale patriottico era la rinascita nazionale dell'Albania e il desiderio d'indipendenza dall'Impero ottomano, è nata da un incisivo impulso delle classi intellettuali religiose e colte delle colonie albanesi d'Italia[108][109], da cui partì, già dalXVIII secolo, sotto l'impulso più ampio deiromanticismi europei. Molteplici furono i contributi culturali degli italo-albanesi per la nascita dello stato albanese, spesso poco conosciute oggi nella stessa Albania[110], così come manifestazioni a favore della causa albanese, con pubblicazioni, la nascita di riviste, associazioni e varie conferenze in diverse zone dell'Arberia, con un grande sostegno politico, culturale e anche "militare"[111][112]. Gli italo-albanesi furono a buon titolo iniziatori dellarilindje para Rilindjes (rinascita prima della Rinascita albanese).

Alcuni dei personaggi italo-albanesi più rappresentativi dell'ideale romantico e agli antipodi del Risorgimento albanese furono: padreGiorgio Guzzetta, papàsGiulio Variboba,Giuseppe Serembe, papàsPaolo Maria Parrino, papàsNicolò Chetta, papàsVincenzo Dorsa, papàsFrancesco Antonio Santori, papàsLeonardo De Martino, papàsDemetrio Camarda,Gavril Dara junior,Girolamo De Rada,Giuseppe Schirò,Anselmo Lorecchio,Terenzio Tocci, papàsDemetrio Chidichimo, mons.Giuseppe Crispi,Francesco Musacchia, mons.Paolo Schirò,Trifonio Guidera,Rosolino Petrotta, papàsGaetano Petrotta e molti altri.

Gli Albanesi di Sicilia, i Fasci siciliani e la prima strage dell'Italia repubblicana
Memoriale diPortella della Ginestra.

Dalla comunità italo-albanese di Piana degli Albanesi, in Sicilia, si sviluppo e si motivò fortemente il movimento deiFasci siciliani dei Lavoratori (Dhomatet e gjindevet çë shërbejën), con la sezione più forte e numerosa del movimento, a cui parteciparono moltedonnearbëreshe[113]. Uno dei suoi abitanti,Nicola Barbato (1856 – 1923), fu cofondatore e principale dirigente deiFasci siciliani.

La stessa cittadina è tristemente nota per i fatti diPortella della Ginestra, primastrage dell'Italia repubblicana il 1º maggio 1947 da parte della banda criminale diSalvatore Giuliano, che sparò contro la folla riunita per celebrare la festa del lavoro provocando undici morti e numerosi feriti tra gli italo-albanesi.

Migrazioni

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Arrivo degli esuli albanesi dall'Epiro, Chiesa S. Atanasio il Grande,Santa Sofia d'Epiro, N. Giannacaci (1976)
Mappa dei Balcani meridionali nel 1410
Blaeu, W J, cartina dellaMorea nel 1630
Cartina "Mëmëdheu inë" sulla diaspora albanese alMuseo Skanderbeg diCroia (AL)
Il percorso di emigrazione degli albanesi di Piqeras, vicinoSaranda, versoVilla Badessa (1743).
Cartina di William Faden (1795), ubicazione degli esuli albanesi dell'Epiro o Çamëria.

L'emigrazione albanese in Italia è avvenuta in un arco di tempo che abbraccia almeno tre secoli, dalla metà delXV alla metà delXVIII secolo: si trattò in effetti di più ondate successive, in particolare dopo il 1468, anno della morte dell'eroe nazionaleGiorgio Castriota Scanderbeg.

Secondo studi sono almeno otto le ondate migratorie diarbëreshë nellapenisola italiana, i quali, in genere, non si stabilirono in una sede fissa fin dall'inizio, ma si spostarono più volte all'interno del territorio italiano, e ciò spiegherebbe anche la loro presenza in moltissimi centri e in quasi tutto il meridione[114].

  • Laprima migrazione risalirebbe agli anni1399-1409, quando la Calabria, del Regno di Napoli, era sconvolta dalle lotte tra i feudatari e ilgoverno angioino e gruppi di albanesi fornirono i loro servizi militari ora a una parte ora all'altra[115].
  • Laseconda migrazione risale agli anni1461-1470, quandoScanderbeg, principe di Croia, inviò un corpo di spedizione albanese in aiuto diFerrante I d'Aragona in lotta controGiovanni d'Angiò; in cambio dei servizi resi fu concesso ai soldati albanesi di stanziarsi in alcuni territori della Puglia.
  • Laterza migrazione (1470-1478) coincide con un intensificarsi dei rapporti tra il Regno di Napoli e i nobili albanesi, anche in seguito al matrimonio tra una nipote dello Skanderbeg e il principeSanseverino di Bisignano e la caduta diCroia sotto il dominioottomano. In questo stesso periodo una fiorente colonia albanese era presente aVenezia e nei territori a questa soggetti.
  • Laquarta migrazione (1533-1534) coincide con la caduta della fortezza diCorone in Morea, dopo un lungo assedio, che finisce sotto il controllo turco. Questa fu anche l'ultima migrazione massiccia, che si aggiunse ai gruppi di albanesi già presenti in Italia.
  • Laquinta migrazione (1664) coincide con la migrazione della popolazione diMaida della Morea ribellatasi e sconfitta dagli ottomani, versoBarile in Basilicata, già popolata da arbëreshë in precedenza.
  • Lasesta migrazione risale al1743, quando il re spagnolo di Napoli,Carlo di Borbone, accolse famiglie albanesi dirito greco (in tutto 73 persone) provenienti daPiqeras,Lukovë,Klikursi,Shën Vasil eNivica-Bubar e le sistemò inAbruzzo, dove fondaronoVilla Badessa.[116]
  • Lasettima migrazione (1774) vede un gruppo di albanesi rifugiarsi nelle terre deserte intorno a Brindisi in Puglia. Questo al tempo diFerdinando IV di Napoli, figlio diCarlo VII.[117] A condizione di coltivare e sistemare le vaste terre deserte vicino al porto di Brindisi in Puglia, il re promise trecarlini al giorno.[118] Capo di questo gruppo era Panagiotis Caclamani, un uomo istruito, soprannominato Phantasia diLeucade che dipendeva dal marchese Nicola Vivenzio (* 1742 in Nola; † 1816 in Napoli).[119] Anche se Caclamani era proprietario di un Caffè, sapeva leggere e conosceva la lingua greca. Era stato allievo del sacerdoteGiacomo Martorelli (* 10 gennaio 1699 a Napoli, † 21 novembre 1777 a Villa Vargas Macciucca a Ercolano).[120]
    Tuttavia, la colonia non accontentò le aspettative del governo per le ingenti somme che erano state pagate. Alcuni dei nuovi coloni, attratti dal generoso pagamento di tre carlini al giorno giunsero nel Regno ma erano senz'arte e mestiere ed erano stati definiti "nient'altro che vagabondi". Dopo non molto tempo, i nuovi coloni furono ingannati dai loro superiori e in quantità, andarono nella capitale (Napoli) per chiedere al sovrano la tutela. Ferdinando IV presentò le loro lamentele a una commissione speciale, guidata da Nicola Vivenzio. Inoltre, il re ordinò che per risolvere una tale questione dovesse collaborare anche l'archimandrita Paisio Vretò, cappellano del 2º Reggimento Reale Macedone. La lealtà del cappellano nei confronti del re e il suo zelo verso i suoi compatrioti erano ben noti al sovrano. In effetti, presto ricevettero parte della loro retribuzione arretrata.[118]
    Tuttavia, l'apparizione a Napoli e la morte del loro capo Phantasia furono la ragione della dispersione di questa colonia.[121] Forse si trattava di Pallavirgata nei pressi di Brindisi, ma questo non si sa con certezza.[122]

Le migrazioni degli albanesi, ora stanziatisi in Italia, non ebbero fine con l'ottava migrazione, ma se ne contano altre:

  • L'ottava migrazione (XX secolo) è rappresentata dagli ultimi gruppi di italo-albanesi della cosiddetta "diaspora della diaspora", inscrivibile nelladiaspora italiana verso altri stati europei (Germania,Svizzera,Belgio,Francia, ecc.) e leAmeriche (Stati Uniti,Canada,Argentina,Brasile,Uruguay,Cile, ecc.). La maggior parte di coloro che emigrarono per diverse cause nel XX secolo (povertà e Seconda Guerra mondiale) passarono per italiani e non perarbëreshë. Di fatto tali persone integrate da almeno due-tre generazioni nei loro paesi di destinazione, tranne rari casi, non hanno mantenuto né la lingua albanese (allora non si parlava italiano) né un legame storico con la comunità-paese di provenienza, se non addirittura un'idea della loro origine.
  • Un altro fenomeno molto importante è quello degli italo-albanesi che dagli anni'50-'60 e'70 del secolo scorso si sono trasferiti nell'Italia settentrionale o nelle grandi città. Indicabile come ladecima migrazione, generalmente, al contrario della migrazione precedente, questi non sono stati assimilati dalla cultura predominate in cui vivono, ma hanno mantenuto lalingua albanese e stretti rapporti con la comunità-paese di provenienza, dove spesso ritornano. In molti casi si sono integrati nella comunità religiosa bizantina italo-albanese presente da più tempo nella città (es. Palermo), oppure, trattandosi di una comunità nuova per la comunitàarbëreshe (es.Torino), hanno costituito e formato un nuovo gruppo religioso di rito bizantino e circoli-associazioni culturali.

Lingua

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Lo stesso argomento in dettaglio:Lingua arbëreshe e Lingua albanese.
Classificazione della lingua albanese.
Classificazione dell'albanesearbëreshe passante dalla migrazionearbërore.
Diffusione della lingua albanese (in arancione l'arbëresh).

La lingua parlata dagli italo-albanesi è l'anticalingua albanese (arbërisht,arbërishtja ogluha/gljuha arbëreshe), varietà linguistica della parlatatosca (toskë) del sud d'Albania ed Epiro, da dove ha avuto in massa origine la diaspora. Perarbëresh si intende il nome con cui si riconoscono gli albanesi d'Italia, mentrearbërisht è la loro lingua parlata.

La lingua albanese in Italia appartiene al gruppo delle minoranze di antico insediamento che ha poca contiguità territoriale e, tolti alcuni momenti particolari, ha avuto sporadici contatti con il luogo d'origine. Si tratta di un'isola linguistica che ha tramandato nei secoli, perlopiù oralmente, il patrimonio linguistico, culturale e religioso.

L'arbëresh (plurale maschile) ha 6 vocali: a,e,ë,o,i,u. A differenza dell'albanese comune il sistema vocalicoarbëreshe manca del fonema y, che viene rimpiazzato da i. Il fonema y viene comunque scritto, essendo adottato, per motivi pratici e di unione linguistica, l'alfabeto albanese comune, normalizzato nel congresso di Monastir, oggiBitola inMacedonia del Nord, nel1908, nel quale è stato deciso - anche da una delegazione italo-albanese - di accettare l'alfabeto latino. Prima di questa data, non avendo una base comune da seguire, la lingua albanese era comunque scritta e letta dagli italo-albanesi, secondo strutture non sempre uguali fra tutti i centri e adattando più spesso l'alfabeto latino, con parole create nuove richiamanti l'illirico, o talvolta raramente anche il greco antico[123]. Vi sono stati, pertanto, movimenti di unione delle parlate albanesi d'Italia da intellettuali, fra cui l'intento di Giuseppe Schirò Senior, e i "Congressi linguistici albanesi" diCorigliano Calabro (1895),Lungro (1897) ePiana degli Albanesi (1903), volti anche in preparazione di quello di Monastir.Dal punto di vista dellessico si nota la mancanza di vocaboli per la denominazione di concetti astratti, che nel corso dei secoli sono stati sostituiti con perifrasi o con prestiti dell'italiano.

L'accento è un altro elemento che accomuna gli albanesi d'Italia: è di solito sulla penultima sillaba e per i non albanofoni gliarbëreshë tendono a sembrare un po "sardi", in quanto pronunciano le parole con un'enfasi differente dagli altri italiani.

Ci sono comunque attestazioni che giustificano inflessioni anche delghego (gegë, dialetto parlato nel nord dell'Albania), mentre li dove si è mantenuto il rito bizantino si possono riscontrare poche parole delgreco liturgico (relativo alla sua pratica nelle funzioni religiose di rito bizantino). Recentemente si sono aggiunte contaminazioni daidialetti locali meridionali, venutasi a creare durante la permanenza in Italia, o l'influenza più preminente dell'italiano, essendo la lingua predominante dei media e delle comunicazioni. Da qui la differenza in ambitoarbëresh dell'italiano come "lingua del pane" (gluha e bukës), utilizzata in ambito lavorativo ed extra famiglia-comunità, e dell'albanese come "lingua del cuore" (gluha e zëmërës), la lingua materna degli affetti, comune in ambito familiare e di comunità.

Differenze tra l'albanesearbëresh e il tosco letterario esistono sia in fonologia (cfr. il contrasto breve/lunga tra le vocali) sia in morfologia e nella sintassi. L'arbëresh ha una propria forma del futuro (costruita con ket o kat + te + presente congiuntivo). In molti dialetti albanesi d'Italia (come aMaschito e Ginestra inprovincia di Potenza) esiste una costruzione perifrastica dell'infinito costruito con pet + participio.

Targa in memoria di Zef Serembe aSan Cosmo Albanese (CS), noto letterato albanese di Calabria.
Meshari, il più antico documento in albanese riscoperto da mons.Paolo Schirò.
Posta Shqiptare, 2018,francobollo celebrativo del 400mo anniversario della pubblicazione del Catechismo di papàsLuca Matranga, il secondo libro più antico (1592) in albanese oggi conosciuto.

Rispetto all'albanese comune, l'arbëresh registra alcune caratteristiche fonologiche proprie che nel sistema consonantico sono le seguenti: c/x, c/xh, s/z, sh/zh, f/v, th/dh, h, hj/j. In molti dialettiarbëreshë c'è una tendenza alla sostituzione di a) gh per ll, come aPiana degli Albanesi,Carfizzi edEjanina; dopo u accentata ll può anche scomparire come aGreci; b) h diventa gh (fricativo) aSan Demetrio Corone eMacchia Albanese. Le parlatearbëreshe quindi, pur mantenendo nella loro struttura fonetica, morfosintattica e lessicale tratti comuni, registrano variazioni da paese a paese. La frammentazione territoriale ha naturalmente inciso sulla tipologia linguistica delle comunità albanesi d'Italia, anche per i contatti, se pur rari in passato, con diverse varietà dialettali italo-romanze, introducendo così elementi di prestito a volte diversificati da una località all'altra.

Oggi, anche se la lingua contemporaneastandard d'Albania si basa quasi esclusivamente sulla parlata meridionale (per via delle decisioni prese dall'azione del dittatoreEnver Hoxha, nativo diArgirocastro), l'albanese parlato in Italia è di non immediata comprensione per un madrelingua albanese d'Albania. In ogni modo, a parte gli elementi innovativi sviluppatesi nel corso della permanenza in Italia, l'arbërisht rimane di discretamutua intelligibilità per un albanese dei Balcani. Esso non si può dire per gli italo-albanesi, che a primo impatto possono non comprendere totalmente la lingua albanesestandard, e fin che ciò avvenga ci vuole uno sforzo reciproco da entrambi i dialogatori e uno studio di base della lingua.

In generale si ritiene che il livello di intercomprensione linguistica tra gli albanesi d'Italia (arbëreshë) e gli albanesi d'Albania e deiBalcani (shqiptarë) sia discreto. Si stima che il 45% dei vocaboliarbëreshë siano in comune con la lingua albanese attuale d'Albania[124][125], e che un altro 15% sia rappresentato da neologismi creati da scrittori italo-albanesi e poi passati nella lingua comune; il resto è frutto di contaminazione con l'italiano ma soprattutto con i dialetti delle singole realtà locali del sud Italia[126].

Non esiste una struttura ufficiale politica, culturale e amministrativa che rappresenti le comunità albanesi in Italia. È da rilevare il ruolo di coordinamento istituzionale svolto in questi anni dalle singole province del meridione italiano con la presenzaarbëreshë, in primis quelle di Cosenza e Palermo, che hanno creato appositi Assessorati alle Minoranze Linguistiche[127]. Le eparchie di Lungro e Piana degli Albanesi rimangono in ogni modo le realtà che maggiormente tutelano e tramandano il patrimonio linguistico avito. La linguaarbëreshe dal1999 è pienamente riconosciuta dallo Stato Italiano come "lingua di minoranza etnica e linguistica", particolarmente nell'ambito delle amministrazioni locali e nelle scuole dell'obbligo[127][128]. Essendo a rischio di scomparsa, influenzata in modo notevole dal lessico italiano, numerose associazioni la tutelano e la valorizzano attraverso riviste, radio private o sitiweb. Gli statuti regionali di Molise, Basilicata, Calabria e Sicilia fanno riferimento alla lingua e alla tradizione albanese, tramite il suo studio anche nelle sedi scolastiche e universitarie, ciononostante gliarbëreshë continuano ad avvertire la propria sopravvivenza culturale minacciata[127].

Tradizione linguistico-letteraria

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Lo stesso argomento in dettaglio:Storia della letteratura albanese.
PapàsGiulio Variboba (1725 – 1788)
PapàsNicolò Chetta (1741 – 1803)
Girolamo de Rada (1814 – 1903), il più noto letterato albanese di Calabria.
Gabriele Dara Junior (1826 – 1885)
Anselmo Lorecchio (1843 – 1924)
Giuseppe Serembe (1844 – 1901)
Cristina Gentile Mandalà (1856 – 1919)
Giuseppe Schirò (1865 – 1927), il più noto letterato albanese di Sicilia.
PapàsGaetano Petrotta (1882 – 1952)
Carmine Abate (1954)
Girolamo De Rada, Canti di Milosao (1836)
Fiàmuri Arbëria La Bandiera dell'Albania, mensile diGirolamo de Rada (1886)

La storia dellaminoranza italo-albanese presenta caratteristiche singolari e, per molti aspetti, uniche rispetto alle tradizioni linguistiche e letterarie delle altre minoranze esistenti in Italia[129]: essa possiede - a differenza delle altre - una vera e propria letteratura, colta e cospicua, che spazia dalla fine del XVI secolo fino ad oggi.

Il rapporto dell'arbëresh con le altretradizioni linguistiche albanesi, presenti nella stessa Albania e in varie parti d'Europa, è di diretta e rilevante partecipazione nella nascita della lingua scritta eletteraria albanese, così come noi oggi la conosciamo. In ogni caso, le comunità albanesi d'Italia hanno mantenuto uno stretto legame interiore con la propria lingua e i propri costumi. Il sentimento di appartenenza a una comunità più ampia, anche a differenza della religione e costumi, è stata cementata prima di ogni altra cosa dalla comunanza della lingua.

La tradizione linguistica-letteraria italo-albanese si intreccia con la storia della lingua albanese d'Albania[130] senza altre caratteristiche. Non esiste insomma un rapporto, per così dire di dipendenza gerarchica tra lingua parlata delle popolazioni albanesi dell'Italia e la lingua albanese parlata in Albania. Più che un rapporto di diretta filiazione, e dipendenza, si deve correttamente parlare di tradizione parallela e paritaria, che condivide per un lungo periodo con le altre tradizioni culturali albanofone molti aspetti dello sviluppo della lingua, della letteratura e, d'altre parte, ovviamente, se ne differenzia per gli aspetti legati alla particolarità di luogo, organizzazione sociale, economica e giuridica specifiche di ogni stanziamento.

Gli scrittori e i poeti italo-albanesi hanno contribuito alla genesi e all'evoluzione di tutta la letteratura albanese. Sia per i contenuti sia per il valore poetico, gli autoriarbëreshë, compaiono con grande rilievo in tutte le storie della letteratura della Repubblica Albanese[130]. Tra l'altro le parlate arbëreshe hanno avuto anche un ruolo di fonte di arricchimento lessicale della lingua letteraria albanese, con una produzione scritta significativa, con la quale incomincia l'intera tradizione letteraria in lingua albanese. La letteratura albanese della diaspora nasce, in variante tosca, conE Mbësuame e Krështerë[131] (la Dottrina Cristiana) diLuca Matranga nel1592. In questa opera si trova la prima poesia religiosa in lingua albanese.

La tutela della lingua

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Lo stesso argomento in dettaglio:Minoranze linguistiche d'Italia.
Il "Centro Studi per le Minoranze Etniche" aSan Giorgio Albanese inCalabria.
Cartello bilingue aMaschito inBasilicata.
Una tabella diSan Costantino Albanese inBasilicata.
Insegna stradale aSan Marzano di San Giuseppe inPuglia.
Insegna stradale bilingue aGreci inCampania.
Tabella aFrascineto inCalabria.
Tabella aCivita inCalabria.
Insegne in provincia di Cosenza.
Cartello bilingue aContessa Entellina inSicilia.
Insegne stradali bilingui aPiana degli Albanesi inSicilia.

Il problema della tutela delle minoranze interne, in Italia, è stato posto con forza all'attenzione dell'opinione pubblica nazionale verso la fine deglianni '60, grazie all'impiego di associazioni, riviste e gruppi di intellettuali che hanno espresso un vasto movimento d'opinione a sostegno del recupero della diversità linguistica e culturale e della rivalorizzazione dell'identità etnica di tutti i soggetti minoritari presenti nello Stato italiano. Gli italo-albanesi, in questo senso, hanno svolto un ruolo di primissimo piano[132].

L'interesse per i diritti linguistici e culturali dell minoranze è così venuto crescendo nel corso deglianni '70 e neglianni '80, e tra le iniziative che confermarono questa nuova attenzione per il pluralismo linguistico in genere e verso le "piccole patrie" dell'Arbëria è stata l'organizzazione di convegni e incontri di studio di livello scientifico sull'argomento, tra i quali spicca il IX Congresso Internazionale di Studi Albanesi (Etnia albanese e minoranze linguistiche in Italia), promosso nel1981 dall'Istituto di Lingua e Letteratura Albanese dell'Università di Palermo e dal Centro Internazionale di Studi Albanesi "Rosolino Petrotta".

Dal1999, con la Legge n. 482 del 15 dicembre - "Norme in materia di tutela delle minoranze linguistiche storiche", si tutelano le minoranze etniche e linguistiche presenti sul territorio italiano, fra cui quella albanese.

I diritti della minoranza etnica e linguistica albanese d'Italia sono riconosciuti nei testi normativi alla base delle istituzioni nazionali e internazionali (UNESCO,Unione europea,Consiglio d'Europa,Costituzione della Repubblica Italiana e poi a livelloregionale). In attuazione dell'articolo 6 della Costituzione e in armonia con i principi generali stabiliti dagli organismi europei e internazionali, la Repubblica Italiana tutela, valorizza e promuove il patrimonio linguistico e culturale delle popolazioni albanesi[133].

Quando le minoranze linguistiche, menzionate nell'articolo 2, si trovano distribuite su territori provinciali o regionali diversi, esse possono costituire organismi di coordinamento. Tra le principali norme emanate dalla legge c'è l'introduzione della lingua minoritaria albanese come materia di studio nelle scuole. Nelle scuole materne dei comuni l'educazione linguistica prevede, accanto all'uso della lingua italiana, anche l'uso della lingua della minoranza per lo svolgimento delle attività educative. Nelle scuole elementari e nelle scuole secondarie di primo grado è previsto l'uso anche della linguaarbëreshe come strumento di insegnamento.

Lalingua arbëreshe continua ad essere regolata e insegnata dalle Cattedra di Lingua e Letteratura Albanese dell'Università di: Napoli, Palermo, Roma, Cosenza[134], Padova, Bari. Alcuni “sportelli linguistici” provinciali sono stati attivati in Sicilia, a Palermo, in collaborazione con il dipartimento di lingua albanese dell'Università e le biblioteche locali, e in Calabria, a Catanzaro e a Cosenza, questi in collaborazione con la Sezione di Albanologia del Dipartimento di Linguistica dell’Università della Calabria, presso la quale sono attualmente attivati gli insegnamenti di Lingua e letteratura albanese (dal 1973), Dialetti albanesi dell’Italia meridionale (dal 1980) e Filologia albanese (dal 1993). Con la riforma degli ordinamenti didattici (2002), si sono affiancati all’insegnamento di Lingua e letteratura albanese, i due insegnamenti distinti di Letteratura albanese e di Lingua e traduzione albanese.

Le maggiori rivistearbëreshe sono: «Besa» (Fede, Roma); «Basilicata Arbëreshe»; «Catanzaro Arberia»; «Dita Jote» (Il tuo giorno, Santa Sofia d’Epiro, Cs); «Kamastra» (Molise); «Katundi Ynë» (Paese Nostro, Civita, Cs); «Kumbora» (Ururi, Cs); «Lidhja» (L’Unione, Frascineto, Cs); «OC Oriente Cristiano» (Palermo); «Fiala e t'in' Zoti» (La Parola del Signore), «Jeta Arbreshe», «Lajmtari i Arbreshvet» (Il notiziario italo-albanese), «Mondo Albanese», «Biblos» (Piana degli Albanesi, Pa); «Shejzat» (Le Pleiadi, Roma); «Uri» (Il Tizzone, Spezzano Albanese, Cs); «Zëri Arbëreshvet» (La Voce degli Italo-Albanesi), «Jeta Arbëreshe» (Ejanina, Cs); «Zgjimi» (Il Risveglio, San Benedetto Ullano) e «Zjarri» (Il Fuoco, San Demetrio Corone, Cs).

Frasi in linguaarbëreshe

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In generale la lingua albanese parlata nelle varie oasi d'Italia non è molto differente da quellastandard parlata oggi in Albania[135]. Essa possiede, comunque, delle varianti dovute alla provenienza degli abitanti (geghi o toschi), alla storia locale e al contempo all'aspetto di mantenimento di una lingua più "pura" e arcaica.

L'incontro traarbëreshë di diverse località, o traarbëreshë eshqiptarë, apre certamente un dialogo in lingua albanese emotivamente e umanamente coinvolgente. Lo spirito di fratellanza ha concretezza nel famoso dettogjaku jonë i shprishur (il sangue nostro disperso), che è l'essenza stessa della comuneorigine.

La lingua albanese parlata dagli italo-albanesi,gjuha arbëreshe, non è conosciuta da moltivisitatori e di solito ogni tentativo di parlarlo è accolto con entusiasmo e gratitudine. Queste a seguire sono le migliori frasi per essere cortesi e per un dialogo essenziale.

Albanese standardArbëresh (varianti albanesi d'Italia)Italiano
Përshëndetje /TungjatjetaFalem,Falemi (se più di una persona)Salve / Ciao
Mirë se erdhët,Mirë se viniMirë se (na) erdhët,Mirë se erdhtitBenvenuti
MirëditaMirëditaBuongiorno
MirëmëngjesMirëmenatBuongiorno (mattina, sino a mezzogiorno)
MirëmbrëmaMirëmbrëmaBuonasera
Çfarë po bën?Çë je bën?Che fai?
Si je?Si je? Si rrì? Si vemi?Come stai?
Shumë mirëShumë mirëMolto bene
Faleminderit! Të lutemFaleminderit! Haristis! Paqë! Mosgjë / FaregjëGrazie! Prego
Flet shqip?Flet, Fjet, Fol, Gyjëkon arbërisht?Parli albanese?
Unë flas pakU flas pak, U fjas pakIo parlo poco
Unë banoj në StrigarU rri StrigarIo abito a San Cosmo Albanese
Nga je?Nga je? Ka je?Di dove sei?
Unë jam (vij) nga KorçaU jam (vinj) ka/nga KorçaIo vengo da Coriza
Je shqiptar?Je arbëresh?Sei albanese?
Si quhesh?Si e ke emrin?Si të thonë? Si të thonjën?Come ti chiami?
Unë quhem ËngjëllaMë thonë Ëngjëlla, Më thonjën ËngjëllaMi chiamo Angela
Më falni /Më vjen keqKa më ndjéni,NdjésëScusi / Mi scuso
Nuk e kuptovaNëng ndjova, Ngë e ndëlgovaNon ho capito
Është mirë /Në rregullIsht mirë / Vete mirëVa bene
Unë shkojU jam e veteIo vado
Ju lutemE parkàles / Ju lutemPer favore
Qofsh ty i gëzuarKlofsh ty i gëzuarPossa tu essere felice
Gezohem që u njohëmGezonem të të njohPiacere di conoscerti
Ju bëftë mirëJu bëftë mirëBuon appetito (a voi)
Të jesh mirë /Gjithë të miratTë jesh mirë /Rrij mirëStammi bene
Natën e mirëNatën e mirëBuonanotte
MirupafshimQavarrisu,Mirupafshim,Shihemi,DukemiArrivederci
PoO, Ëhj[136], Né
JoJoNo
Dizionario degli Albanesi d'Italia di Papàs E. Giordano,Ejanina 1963.

Note: di solito si dicemirëmenatë ilmattino presto,mirëdita durante ilgiorno e si passa amirëmbrëma verso lasera. Si usanatën e mirë per augurare buonanotte a qualcuno che non si vedrà più per quella sera.

Alcune parole, uguali o simili tra di loro, possiedono significati diversi nell'albanese standard parlato nei Balcani (shqip) e nell'albanese antico parlato in Italia (arbëresh).

Arbëreshitaliano (significato)Albanese standard
U shurbenjIo lavoroUnë punoj
U punonjIo aro il terrenoUnë punoj tokën
KopilRagazzoDjal (kopil = figlio illegittimo)
BrekëPantaloniPantallona (brekë = mutande) / Tirqë (Pantaloni trad. di lana)
U zienjIo cucinoUnë gatuaj (unë ziej = io bollo)

Religione

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Jean-Claude Bonnefond, Cerimonia dell'Acqua Santa nellachiesa di Sant'Atanasio dei Greci a Roma (1830)
Lungro (CS), Eparca e sacerdoti italo-albanesi.
Sacerdote italo-albanese di rito bizantino aPalermo inSicilia.

Ilritoreligioso seguito dagli albanesi rifugiati in Italia era quellobizantino nellalingua greca antica – da ciò derivò una certa confusione che si è fatto in passato tra greci e albanesi a proposito degli abitanti di queste comunità – e in seguito in lingua albanese, secondo le antiche parlate locali[137]. In parte essi erano già, dopo variConcili, in comunione con lachiesa cattolica; gli altri, una volta in Italia, vi si assoggettarono, continuando a rimanere tenacemente attaccati alla propria identità religiosa bizantina.

Fino alla metà delXVI secolo, queste comunità erano riuscite a mantenere anche costanti rapporti con ilPatriarcato diOcrida (tra l'Albania e l'attualeMacedonia) da cui dipendevano, e che considerò costantemente gli italo-albanesi sotto la sua giurisdizione canonica. Altri rapporti più sporadici furono con le zone di influsso albanese inMorea, conCreta, ancora sotto protettoratoveneziano, e successivamente con la zona dellaCiamuria.

Sotto ilpontificato dipapa Clemente XI (1700-1721), di origine albanese, e dipapa Clemente XII (1730-1740), si registra un rinnovato interesse da parte della Santa Sede verso la tradizione ecclesiale bizantina, che si manifesta con la fondazione del "Collegio Corsini" diSan Benedetto Ullano (1732), poi trasferito nel1794 aSan Demetrio Corone nel "Collegio Italo-Albanese di Sant'Adriano", per le comunità albanesi di rito bizantino della Calabria e del "Seminario Italo-Albanese" di Palermo (1734) per le comunità albanesi di rito bizantino della Sicilia. La presenza di questi due centri culturali garantì alle comunità albanesi dellaprovincia di Cosenza e di Palermo il mantenimento dell'eredità storica e culturale, su cui si formò un filone di impegno civile e intellettuale attento alle istanze libertarie e democratiche della società italiana. Ma oltre a formare intellettuali e clerici progressisti, che svolsero un ruolo di protagonisti nel movimento risorgimentale italiano e albanese, queste due istituzioni favorirono con la propagazione delle nuove idee romantiche, il sorgere tra gliarbëreshë di una più matura e diffusa coscienza nazionale.

L'Eparca di Piana degli AlbanesiSotìr Ferrara (1937 – 2017)

La vita quotidiana delpopolo albanese d'Italia era prima scandito sia dagliagenti atmosferici (molti paesi albanesi hannoclimi rigidi data la loro altezza sul livello del mare), sia dal lavoro e quanto soprattutto dallapreghiera e dalle festività religiose.

La società italo-albanese è in buona parte laica, ma la presenza dominante dellechiese di ispirazionebizantina e dei ministri del culto testimoniano visivamente quanto lareligionecristiana sia ancora un elemento di riferimento nella societàarbëreshe. Non è solo un fatto numerico (lestatistiche delle dueeparchie parlano di una popolazione dirito bizantino per oltre il 96%; gli italo-albanesi dirito latino sono il 4%), e neppure dottrinale, ma dalla persistenza di un primato "morale" che nasce dai cinque secoli didiaspora, a causa della dominazioneottomana dell'Albania e dei Balcani, in cui la religione cristiana e i suoisacerdoti-monaci furono i custodi della cultura, della lingua, delle tradizioni avite albanesi.

Oggi il rito bizantino sopravvive nelle comunità albanesi in provincia di Potenza,Pescara, nel comune diLecce e soprattutto nelle comunità albanesi della provincia di Cosenza in Calabria e della provincia di Palermo in Sicilia.

Storia religiosa

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Lo stesso argomento in dettaglio:Religione_in_Albania § Medioevo.
LaChiesa dei Santi Pietro e Paolo dei Greci aNapoli (1470), fondata dagli albanesi di rito greco, fu greco-cattolica dalla fondazione sino al 1868
LaChiesa di San Giorgio dei Greci a Venezia (1539), fondata dagli albanesi di rito greco, fu greco-cattolica sino al XIX secolo
LaChiesa di San Nicolò dei Greci alla Martorana aPalermo (1546, nell'attuale sede dal 1943)
LaChiesa di San Niccolò dei Greci aLecce (XV secolo, ricostruita nel 1765)
LaChiesa della Santissima Annunziata dei Greci Uniti aLivorno (XVI secolo, ricostruita nel 1601)
Chiesa di Nostra Signora di Damasco,La Valletta,Malta (1580, ricostruita nel 1951 da Papàs Gjergji Schirò)
La Chiesa di San Spiridione aCargèse inCorsica (1673, ricostruita nel XIX secolo)
LaChiesa di San Maurizio al Monastero Maggiore aMilano (dal 1961 sede parrocchiale per gli italo-albanesi di rito greco-bizantino, già fino al 2014 presso laChiesa di San Sepolcro)
LaChiesa di San Michele aTorino (dal 1965 sede parrocchiale per gli italo-albanesi di rito greco-bizantino)
LaChiesa Santissimo Salvatore aCosenza (dal 1978 sede parrocchiale per gli italo-albanesi di rito greco-bizantino)
IlCollegio Greco aRoma (1583), istituito per la formazione del clero greco-cattolico degli albanesi d'Italia.
LaChiesa di San'Atanasio dei Greci aRoma (1583), istituita per la formazione del clero "greco" appartenente agli albanesi d'Italia
LaScola di Santa Maria degli Albanesi aVenezia (1491)
Monaco basiliano italo-albanese (kallogjer omurg).
Nilo Borgia,I monaci Basiliani d'italia in Albania. Appunti di storia missionaria. Secoli XVI-XVIII, Roma, 1935-1943.
Il Collegio Italo-Albanese Sant'Adriano aSan Demetrio Corone (1794), succeduto al Collegio Corsini diSan Benedetto Ullano (1732), istituito per la formazione dei giovani albanesi diCalabria candidati al presbiterato "greco".
Il Seminario eparchiale di Piana degli Albanesi (1945), erede del distrutto Seminario Italo-Albanese diPalermo (1734), istituito per la formazione dei giovanialbanesi di Sicilia candidati al presbiterato "greco".

Dopo il1468, anno di morte diScanderbeg e l'inizio dell'esodo albanese, si ebbe una grande migrazione che portò numerosi albanesi a stabilirsi sia nel Regno di Napoli sia nel Regno di Sicilia[49]. Gli esuli provenivano in massa dall'Albania (anche nota in Occidente come Epiro - Ciamuria - o Macedonia) e in generale, in secondo momento, dai territori albanofoni dei Balcani (Macedonia,Attica,Eubea, Morea, ecc.) e albanofoni diCreta (Candia).Questa popolazione albanese era cristiana cattolica di tradizione orientale (del tutto ortodossa ma in comunione con Roma), già sotto la giurisdizione del patriarcato diCostantinopoli. A seguito delConcilio di Basilea, Ferrara e Firenze gli albanesi, eliminando di fatto ilgrande Scisma con laBolla di Unione con i Greci, mantennero il rito orientale e riconobbero ilpapato. La Bolla di unione tra Chiesa latina e Chiesa greca, emanata al Concilio di Firenze (1439), è il momento nel quale gli albanesi ritornarono di fatto al cattolicesimo mantenendo il rito greco. La bolla di unione ricompose così l'unità del Cristianesimo; la tradizione orientale e quella occidentale si riconoscono definitivamente l'un l'altra. Gliarbëreshë, già di dipendenza romana sino alla crisiiconoclasta, si ritrovano ora (Firenze) in comunione con Roma e con Costantinopoli. Denunciata, da Costantinopoli, l'unione di Firenze, gli albanesi sino a tardi, e gliarbëreshë per sempre, rimangono fedeli a Roma.

Per qualche tempo dopo il loro arrivo in Italia, gli albanesi furono affidati a vari metropoliti, nominati dall'arcivescovo diOcrida, con il consenso delPapa.

I contatti con la madrepatria furono nel tempo ostacolati particolarmente dalle differenze di carattere religioso. Molti degli abitanti dell'Albania storica passarono all'islam, dopo la conquistaottomana del paese - questo specialmente dalXVIII secolo in poi - mentre gli albanesi d'Italia continuarono a conservare, in gran parte, la fede cristiana di rito bizantino, talvolta detto greco per la lingua greca antica utilizzata nelle pratiche liturgiche.

Gli albanesi trasferiti nellaRepubblica di Venezia (generalmente gheghi del nord, ad esempio daDurazzo,Scutari,Kosova, sino alla parte più settentrionale dell'Albania Veneta), sia cattolici di rito greco che di rito latino, si organizzarono in una congregazione, laScuola di Santa Maria degli Albanesi (1491), uno dei cuori della vita civile e religiosa albanese nella città, insieme alla chiesa di rito greco diChiesa di San Giorgio dei Greci (1539).

Nel1573 il ponteficeGregorio XIII, sentite le istanze della minoranza religiosa albanese di rito greco-bizantino, istituì la Congregazione dei Greci a Roma. Nonostante la contrarietà dellaCompagnia di Gesù, che riteneva più opportunoromanizzare le comunità di rito greco, in seno alla Congregazione prevalse la posizione del cardinaleGiulio Antonio Santoro che, rispettoso dell'autonomia culturale della minoranza albanese, propose la creazione di un Collegio Greco per la formazione religiosa del clero orientale, al fine di evitare eventuali comportamentieretici. La fondazione delCollegio Greco venne approvata nel1577 da Gregorio XIII che provvide anche all'acquisto dell'isolato diVia del Babuino destinato ad accogliere il nuovoistituto. Nel1580 il cardinal Santoro pose la prima pietra dellaChiesa di San'Atanasio: la costruzione, affidata aGiacomo Della Porta, era già terminata nel1583 e il pontefice in persona celebrò la primamessa secondo il rito greco.

Dopo ilconcilio di Trento le comunità albanesi vennero poste sotto la giurisdizione dei vescovi latini del luogo, determinando, così, un progressivo impoverimento della tradizione bizantina. Fu in questi anni che molti italo-albanesi, a causa delle pressioni della chiesa cattolica locale, furono costretti ad abbandonare ilrito bizantino passando alrito latino (per esempio:Spezzano Albanese[138][139] in Calabria; tre paesi albanofoni delVulture-Melfese, qualiBarile,Ginestra,Maschito; o i quattro comuni albanesi delMolise, ovveroCampomarino,Montecilfone,Portocannone,Ururi)[140]. Per salvaguardare la loro tradizione religiosa, la chiesa cattolica, spinta dalle comunitàarbëreshe e in particolare dalServo di Dio PapàsGiorgio Guzzetta, decise di creare delle istituzioni per l'istruzione dei giovani di rito bizantino.

DalXVI secolo sacerdoti italo-albanesi furonomissionari in Albania (arcidiocesi di Durazzo, comprendente la regione dell'Epiro Ciamuria), con vescovi ordinanti per igreco-cattolici albanesi dal1660 al1769.

Nel1732Papa Clemente XII eresse il "Collegio Corsini" diSan Benedetto Ullano per gli albanesi di rito greco in Calabria, poi "Collegio Italo-Albanese Sant'Adriano" trasferito inSan Demetrio Corone (1794)[141], e nel1734 il "Seminario Italo-Albanese" diPalermo per gli albanesi di Sicilia, poi trasferito aPiana degli Albanesi nel1945[138]. Tra il 1734 e il 1784 la Santa Sede nominava due vescovi ordinanti di rito greco rispettivamente per gli albanesi di Calabria e di Sicilia, con il compito di formare i seminaristi, dare le ordinazioni sacre e conferire isacramenti secondo il proprio rito. Per molto tempo questa situazione rimase immutata e spesso le comunità albanesi avevano espresso aRoma la richiesta di avere deivescovi propri con piena autorità.

Nel1867 era stato abbandonato daPio IX il principio della preminenza del rito latino sugli altri riti;Leone XIII e i papi successivi compirono altri passi distensivi.

FuBenedetto XV a esaudire le richieste del popolo italo-albanese, creando nel1919 un'Eparchia per gliarbëreshë di Calabria e dell'Italia peninsulare con sede aLungro, staccando dalle diocesi di rito latino le parrocchie che ancora conservano il rito bizantino[138][139].

Nel1937Papa Pio XI istituì l'Eparchia di Piana degli Albanesi per i fedeliarbëreshë di rito bizantino di Sicilia, riconosciuta civilmente anche dallo Stato italiano[138][142].

Legata storicamente e religiosamente al gruppo etnico albanese, seppur con origini più antiche, è anche la circoscrizione della Chiesa Italo-Albanese delmonastero Esarchico di Grottaferrata, che ottenne lo status diabbazia territoriale anch'essa nel1937 dopo l'erezione dell'Eparchia di Piana degli Albanesi.

L'ordine basiliano di Grottaferrata, nel nome della fraterna origine con gli albanesi e nell'obbiettivo di riconvertirli al cristianesimo dei padri, intraprese una attività missionaria in Albania[143], conclusosi a causa dell'avvento del regime comunista.

Nel corso dei secoli gliarbëreshë sono riusciti a mantenere e a sviluppare la propriaidentità albanese grazie alla loro caparbietà[8] e al valore culturale esercitato principalmente dai due istituti religiosi di rito orientale, i suddetti seminari, la cui memoria e l'eredità spirituale sono oggi delle sedi eparchiali.

Per il liceo-ginnasio gli alunni italo-albanesi sono stati accolti per lungo tempo al Seminario Benedetto XV di Grottaferrata e infine, per completare gli studi universitari, nel Pontificio Collegio greco di Sant'Atanasio di Roma.

Nei centri di formazione religiosa, dal Collegio greco (detto così per distinguerla dal rito romano) in Roma ai due Collegi/Seminari specificatamente destinati alla formazione dei sacerdoti italo-albanesi (in Calabria e in Sicilia) si formarono tutti gli intellettuali albanesi fino a tutto ilXIX secolo[144].

Fino all'Unità d'Italia, per una serie di pubblici impieghi, in molti centriarbëreshë, era necessario essere albanese e dichiararsi di fede bizantina.

LaChiesa Italo-Albanese, seppur suddivisa in tre circoscrizioni, si erge con titolo di garante dell'"unità nazionale" degli albanesi d'Italia.

Chiesa Italo-Albanese

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Lo stesso argomento in dettaglio:Chiesa cattolica italo-albanese.
«I fedeli albanesi cattolici di rito greco, che abitavano l’Epiro e l’Albania, fuggiti a più riprese dalla dominazione dei turchi, […] accolti con generosa liberalità […] nelle terre della Calabria e della Sicilia, conservando, come del resto era giusto, i costumi e le tradizioni del popolo avio, in modo particolare i riti della loro Chiesa, insieme a tutte le leggi e consuetudini che essi avevano ricevute dai loro padri ed avevano con somma cura ed amore conservate per lungo corso di secoli. Questo modo di vivere dei profughi albanesi fu ben volentieri approvato e permesso dall’autorità pontificia, di modo che essi, al di là del proprio ciel, quasi ritrovarono la loro patria in suolo italiano […]»

(Costituzione Apostolica “Catholici fideles”, con la quale il 13 febbraio1919Papa Benedetto XV istituiva l’Eparchia di Lungro per gli albanesi dell’Italia continentale[145].)

«Voi siete qui […] il drappello di profughi che, sostenuti dalla loro profonda fede evangelica, più di cinquecento anni fa giunsero in Sicilia, trovarono non solo un approdo stabile per il futuro delle loro famiglie come nucleo della Patria lontana, ma anche l'Isola maggiore del Mare Nostrum, che per la sua posizione naturale, è un centro di comunicazione tra Oriente e Occidente, un provvidenziale congiungimento tra sponde di diversi popoli. […] La Divina Provvidenza, la cui sapienza tutto dirige al bene degli uomini, ha reso la vostra situazione feconda di promesse: il vostro rito, la lingua albanese che ancora parlate e coltivate, unitamente alle vostre centenarie costumanze, costituiscono un'oasi di vita e di spiritualità orientale genuina trapiantate nel cuore dell'Occidente. Si può pertanto dire che voi siete stati investiti di una particolare missione ecumenica […]»

(Tratto dal discorso pronunciato daPapa Giovanni Paolo II in occasione del suo incontro con la comunità albanese di Sicilia, avvenuto il 21 novembre del1982 presso la concattedrale dell'Eparchia di Piana degli Albanesi[146].)

«In atto di perenne ossequio alla Madre di Dio, esiste una comunità monastica italo-albanese di rito greco, con una rilevante schiera di religiosi basiliani. Si tratta di una incantevole isola di spiritualità, di perfezione religiosa, le cui note distintive sono il rito professato e l’amplissima tradizione di eventi, di opere e di meriti. È qui il centro, il focolare della intera Congregazione Basiliana d’Italia […] Leone XIII, Pio XI, Giovanni XXIII, tutti desiderosi di onorare, proteggere, dimostrare stima e favore per quest’isola del rito bizantino-greco, affinché, riaccendendo i suoi più eletti splendori, potesse sempre confermare che la voce di questo cenobio non è forestiera od estranea nella Chiesa, ma tenuta in grande considerazione accanto a quella del rito latino. […] i monaci basiliani sono a Grottaferrata per attestare, in modo continuo, la comunione di spirito della Chiesa Latina con l’intera Chiesa Orientale; così che Roma possa guardare ognor più all’Oriente con occhio fraterno e materno e con la ineffabile letizia di sentire tale comunione dello spirito in perfetta consonanza.»

(Tratto dall'omelia diPapa Paolo VI in occasione della sua visita alla Badia di Santa Maria di Grottaferrata, il 18 agosto 1963[147].)

LaChiesa cattolica italo-albanese (Klisha Arbëreshe) comprende tre Circoscrizioni ecclesiastiche: l'Eparchia di Lungro degli Italo-Albanesi per gli italo-albanesi dell'Italia continentale con sede aLungro (CS); l'Eparchia di Piana degli Albanesi per gli italo-albanesi dell'Italia insulare con sede aPiana degli Albanesi (PA); ilMonastero Esarchico di Grottaferrata i cuimonaci basiliani (O.S.B.I.) provengono dalle comunità albanesi d'Italia, con sede nella sola abbazia e chiesa abbaziale aGrottaferrata (RM).

La Chiesa Italo-Albanese, costituendo un'oasi bizantina nell'Occidente latino, è secolarmente propensa all'ecumenismo tra la Chiesa cattolica e la Chiesa ortodossa. Essa è stata l'unica realtà, dalla fine delMedioevo sino alXX secolo, dispiritualità orientale in Italia.

Esistono istituti e congregazioni religiose di rito bizantino nel territorio della Chiesa Italo-Albanese: l'Ordine basiliano di Grottaferrata, leSuore collegine della Sacra Famiglia, lePiccole operaie dei Sacri Cuori e la congregazione delleSuore basiliane figlie di Santa Macrina.

Rito bizantino degli Italo-Albanesi

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Lo stesso argomento in dettaglio:Oriente cristiano e Rito bizantino.
Icona dellaMadre del Buon Consiglio, miracolosamente rinvenuta nel '400 aGenazzano durante l'assedio dei Turchi-Ottomani della città diScutari (AL)
Copia della venerata icona dell'Odigitria, portata dall'Albania nel XV secolo dagli esuli albanesi in Piana degli Albanesi.
Ilvenerabile padreGiorgio Guzzetta (1682 – 1756), si prodigò assiduamente nella difesa del rito e dell'identità propria.

Un elemento di indiscutibile coesione degli albanesi d'Italia è lareligionecristiana, il cui rito, bizantino di lingua greca, spesso li ha fatti confondere con i greci. Tuttora l'espressione religiosa di rito bizantino è uno dei tratti caratterizzanti l'etnia albanese, sia rispetto alla restante popolazione italiana sia riguardo agli albanesi rimasti in patria divenuti musulmani.

Le chiese delle comunità italo-albanesi presentano esternamente diversistili architettonici, ma all'interno sono instile bizantino, ricche diicone e dimosaici. La lingualiturgica - seppure non mancavanotraduzioni e liturgie in lingua albanese - fino agli inizi del XX secolo era perlopiù in greco, ma dalla metà del secolo l'albanese diviene pienamente ufficiale. Molte comunità, ancora oggi albanofone, hanno perso lungo i secoli il rito bizantino che professavano in principio. Ciò è avvenuto dietro le pressioni delle autorità religiose e civili "straniere" a livello locale. La metà delle comunità di origine albanese, nei primi due secoli, sono passate dal rito bizantino a quello latino.

Pietro Pompilio Rodotà,Dell'origine progresso e stato presente del rito greco in Italia, Roma 1763.

La vita culturale degli albanesi, nei primi tre secoli di permanenza in Italia (XVI – XVII – XVIII) e protraendosi sino al XIX secolo, si sviluppò proprio nell'ambiente ecclesiastico. L'elemento religioso in queste comunità non solo ha avuto una funzione di guida spirituale, ma è stato anche e soprattutto promotore di iniziative per la salvaguardia e la tutela delpatrimonio culturale e identitario albanese.

ISacramenti dell’iniziazione,Battesimo,Cresima edEucaristia, vengono somministrati nello stesso giorno, come avveniva nelle prime comunità cristiane. Il rito del Battesimo si apre con i canti dell'iniziazione:Ndrikulla-kumbari oNdrikulla-Nuni, mentre il papàs, dopo aver introdotto i genitori (prindet) e tutti i parenti (gjirit) alla liturgia bizantina con le litanie diaconali, benedice l'acqua e l'olio, con tre segni di croce sullaKolinvithra e con una triplice alitazione. Poi il papàs invita i testimoni a porgergli il bambino, completamente nudo, perché possa immergerlo per tre volte nel bagno "di purificazione" dal peccato originale.

Matrimonio italo-albanese aSan Cosmo Albanese.

Il rito del Matrimonio nella tradizione bizantina comprende due parti: Il Fidanzamento e l'Incoronazione, che anticamente venivano celebrati anche separati. L'ufficiatura del Fidanzamento "Akoluthìa tu Arràvonos" è caratterizzata dalla promessa di matrimonio che si fa all'ingresso della chiesa dinanzi al sacerdote. Il rito dell'IncoronazioneAkoluthìa tu Stefanòmatos prevede che i due sposi vengano incoronati prima dal sacerdote e poi dai testimoni, incrociando sulle loro teste le corone di fiori. Dopo l'incoronazione il sacerdote offre agli sposi da bere del vino e da mangiare un biscotto. Il calice dal quale gli sposi hanno bevuto viene infranto, simboleggiando così che nessuno può interferire nella loro unione matrimoniale. Poi girano insieme per tre volte intorno all'altare. Sono ancora numerose le sposearbëreshe che decidono di indossare il ricco costume tradizionale femminile, specialmente a Piana degli Albanesi. Esse sono accompagnate da cherubine in costume, in passato, sino al dopoguerra, esistevano vistosi cortei che accompagnavano la sposa[148].

La commemorazione dei defunti per gli arbëreshë è legata al calendario liturgico bizantino e si celebra nella giornata del sabato precedente la prima domenica di Carnevale. In questa giornata la collettività sente forte il legame con i morti ed esprime momenti di aggregazione sociale con l’offerta del cibo. Secondo la tradizione, i defunti ottengono dal redentore il privilegio di tornare tra i vivi e di restarvi per otto giorni; al termine di questo periodo, al triste suono delle campane, ritornano nell'oltretomba, consolati dal banchetto funebre, per la perdita dei congiunti.

Pasqua

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Lo stesso argomento in dettaglio:Settimana Santa di Lungro (Java e Madhe) e Settimana Santa di Piana degli Albanesi (Java e Madhe).

Nella Pasqua trova giustificazione tutto il discorsoescatologico e ogni motivo disperanza, come canta l'inno in greco anticoChristòs anèsti,Krishti u ngjall in albanese (Cristo è risorto):

«Cristòs anèsti ek nekròn, thanàto thànaton patìsas, ketis en tis mnìmasin zoìn charisà menos. / Krishti u ngjall Ai tue vdekur, ndridhi vdekjen e shkretë e të vdekurëvet te varret i dha gjellën e vërtetë.»

(Cristo è risorto dai morti, con la morte ha calpestato la morte e a quanti giacevano nei sepolcri ha donato la vita.)

LaPasqua (Pashkët) per le comunità italo-albanesi di rito bizantino (riti bizantin) è la ricorrenza centrale, dalla cui data dipendono le altre feste. Rappresenta la festa delle feste, e i riti dellaPassione, dellamorte (vdeqa) e dellaRisurrezione di Gesù (të Ngjallurit e Krishtit) vengono vissuti secondo la ricca simbologia cristiana orientale.

Vescovo greco-cattolico con in mano il "dikerion" e il "trikerion" (1879)

La Grande Settimana, corrispondente allaSettimana Santa (Java e Madhe in albanese), è molto suggestiva. Nel rito bizantino, anche detto bizantino-greco, le celebrazioni liturgiche in preparazione alla Pasqua hanno inizio il venerdì precedente laDomenica delle Palme (E Diellja e Rromollidhet oE Diela e Palmavet), con la funzione relativa allaresurrezione diLazzaro, e continuano con la liturgia dellePalme, laprocessione delVenerdì santo, ilChristòs Anesti /Krishti u Ngjall, la Pasqua.

IlGiovedì santo la lavanda dei piedi e l'Ultima cena con gliapostoli.

Il Venerdì santo gli uffici delle lamentazioni e la processione che attraversa tutto il paese, accompagnata dai canti della passione in linguaarbëreshe. (Uno dei canti del Giovedi e del Venerdì nell'Eparchia di Lungro è:

«Sa të pres se Krishti ngjallet Sumburkun e bën vet. Vë koqe grur e qiqra me qoqe krokomelj te një taljur e i ljagën njera çë çilj delj. Kat shtie ku nëng ë drit pa ngjir e jo si bar pse nën ë Krishti i vdekur, ë Zoti Krisht i vrar. Kur e sillnjën mbë qish e bënjën me ngulli e kush ka divucjon e bën i madhë si di.»
Uova di Pasqua colorate inrosso, tipiche della tradizione cristiana dirito orientale degli albanesi d'Italia.

IlSabato santo si tolgono i veli neri dalle chiese e suonano a festa le campane per annunciare laRisurrezione di Cristo. Dopo la mezzanotte, per tradizione in molti paesi, le donne si recano a una fontana fuori dal paese per il rito del "rubare l'acqua": lungo il percorso è proibito parlare e devono resistere ai tentativi di farle parlare operati dai giovani; solo dopo essere giunti alla fontana e aver preso l'acqua è possibile parlare e scambiarsi gli auguri con ilChristòs Anesti /Krishti u Ngjall (Cristo è Risorto), e in risposta:

«Alithos Anesti / Vërteta u Ngjall, rronë e ligjëron për gjithëmonë. Ashtù kloftë (È veramente Risorto, vive e regna nei secoli dei secoli. Amin).»

Il significato di questo rito ha significati sia sociali sia religiosi: le donne in silenzio richiamano la scena delle pie donne descritte dalVangelo che camminano silenziose per non essere scoperte dai soldati romani; ma esiste anche una relazione tra la colpa, che è di tutti gli uomini che hannocrocifisso il Cristo, e il silenzio. L'acqua opererà la catarsi liberatrice e il ritorno alla parola è collegato alla Resurrezione del Cristo, mentre lo scambio degli auguri è anche un ritorno alla comunità e al vivere sociale.

Un momento della Pasqua di Piana degli Albanesi.

La domenica mattina di Pasqua si svolge la funzione dell'aurora, in alcune comunità il sagrestano, all'interno della chiesa, interpreta il demonio e cerca di impedire l'entrata al tempio del sacerdote, che dopo aver bussato ripetutamente entra trionfalmente intonando canti.

A Piana degli Albanesi il solenne pontificale in rito bizantino si conclude con uno splendido e folto corteo di donne in sontuosi costumi tradizionaliarbëresh, le quali, accompagnate dagli uomini anch'essi in abiti tipici albanesi, dopo aver partecipato ai sacri e solenni riti, sfilano per il Corso Kastriota raggiungendo la piazza principale. Al termine del corteo, in un tripudio di canti e colori, viene impartita dai papàdes la benedizione seguita dalla distribuzione delle uova rosse, simbolo della passione, della nascita e della resurrezione.

Nel lunedì e nel martedì, nelle comunitàarbëreshe di Calabria, si svolgono le tradizionalivallje (le danze tipiche albanesi) nelle piazze e vie delle cittadine e paesi.

Icone e iconostasi

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Grottaferrata (RM), iconostasi dell'abbazia di Santa Maria.

Nel rito bizantino ruolo fondamentale è rappresentato dalle icone raffiguranti personaggi biblici, in sostituzione delle statue tipiche delle chiese cattoliche di rito latino. Le chiese degli italo-albanesi presentano l'iconostasi, che divide lo spazio riservato alclero officiante da quello destinato ad accogliere i fedeli, e allo stesso tempo costituisce il luogo dove vengono poste le icone sacre.

Le icone non si dipingono ma "si scrivono" durante la preghiera costante di chi le dipinge. Una delle più note preghiere dell'iconografo è:

«I Madh'In Zot, krijuesi i zjarrtë i gjithë krijimit, jipi dritë sytë i shëbëtorit Tënd, ruajë zemrën dhe dorën e tij, ashtu denjësisht dhe me përsosmëri mënd paraqesë ikonën për lëvdin Tënde, gëzimin e bukurin i Klishës Tënde e Shejte.»

(Dio, fervido artefice di tutto il creato, illumina lo sguardo del Tuo servitore, custodisci il suo cuore e la sua mano, affinché degnamente e con perfezione possa presentare la Tua immagine per la gloria, la gioia e la bellezza della Tua Santa Chiesa.)

Civita (CS), iconostasi della chiesa Santa Maria Assunta.

Spesso le leggende e le cronistorie degli esuli albanesi menzionano icone portate dai sacerdoti o dagli stessi fedeli profughi dall'Albania. Alcune di queste sono molto venerate dagli italo-albanesi in luoghi di culto come santuari (vedi laMadonna diSan Demetrio Corone o l'Odigitria di Piana degli Albanesi).

Con la nascita delle due eparchie (XX secolo), e in modo particolare dopo la Seconda Guerra Mondiale, le comunità albanesi hanno visto rifiorire l'arte bizantina, iconografica e mosaicistica, che per secoli non è potuta essere ufficialmente impiegata[149]. Con il crollo del regime comunista in Albania artisti albanesi si sono trasferiti in alcune località calabro-albanesi e siculo-albanesi, specializzandosi nell'arte sacra orientale[150].

Oggi le chiese delle comunità italo-albanesi, in special modo quelle di Sicilia (Episcopio,Cattedrale, Collegio di Maria e chiesa di San Nicola di Mira di Piana degli Albanesi[151][152][153] e Parrocchia di San Nicola di Mira e Monastero Basiliano diMezzojuso[154][155]), conservano icone antiche del XV secolo al XVIII secolo. Esistono musei che conservano icone antiche (ad esempio il Museo delle Icone e della Tradizione Bizantina diFrascineto[156] e il Museo Eparchiale di Lungro[157], entrambe in Calabria).

Ancora oggi diversi iconografiarbëreshë, di diverse località, realizzano icone secondo i canoni bizantini e lo stile tradizionale, con metodi e colori naturali a tempera d'uovo, su pannelli e supporto inlegno.

Cultura

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Identità

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MunicipioBashkia diCivita.
«Po të mbahij Arbëreshë e të ruani gluhën tënë me kujdes e me të dashur si një gjë të shejtëruamë, si më t'mirën nga të dhënat e t'yn Zoti, e ashtu edhe veset çë na lanë ata të parët, gojëdhënat edhe ndienjat.[158]»

(Da "Te dheu i huaj" (In terra straniera), IX, vv. 180-184, di Giuseppe Schirò senior)

Gliarbëreshë durante una festa religiosa

Gliarbëreshë sono considerati a tutti gli effetti un "miracolo" sociale[159]. Anche dopo cinque secoli lontano dalla Madrepatria e trapiantanti nel sud d'Italia e in Sicilia, continuano a mantenere viva la loro lingua albanese, nonché il rito bizantino, le tradizioni ed gli usi, mostrandosi del tutto cittadini italiani, ma di stirpe e provenienza etnica diversa.

Il nodo del miracoloarbëresh non è altro che il livello della conservazione della lingua, amore ed attaccamento per l'attività culturale e sociale, dove si rispecchia chiaramente la coscienza nazionale e l'obbiettivo di mantenere i legami con l'Albania[160].

In primo luogo rimane sempre il sentimento etnico, l'albanesità, che si esprime essenzialmente nel parlare l'idioma degli avi. Sempre più questo sentimento va oggi negli sforzi per imparare a scriverla, conservando così le proprie antiche parlate albanesi locali, ma assimilando la lingua letteraria albanese unificata e comune per tutti gli albanesi ovunque si trovino, dentro e fuori dalla frontiera d'Albania. La lingua albanese per gli italo-albanesi serve come mezzo di comunicazione nell'ambito del paese o cittadina, cioè nell'ambito proprioarbëresh, nonché come mezzo insostituibile per l'autoconservazione etnica, come strumento di sviluppo e di progresso culturale, che va nella scia delle più alte tradizioni nazionali[161].

Tradizioni e folclore

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Scultura diGiorgio Castriota Scanderbeg aVilla Badessa (PE)
Murale raffigurante Scanderbeg inbattaglia contro iturchi, Civita (CS)
Murale aSan Giorgio Albanese (CS)
Busto di Scanderbeg aPiana degli Albanesi (PA)
Matrimonio aSan Paolo Albanese, corteo di donne in abito di gala evallja
La bandiera albanese per le strade diCasalvecchio di Puglia (FG)

Tra i tanti aspetti delle tradizioni albanesi d’Italia una è la sua trasmissione legata quasi esclusivamente alla forma orale, nonostante sia cospicua la quantità e la documentazione della lingua e della cultura. Il primo aspetto che si evince della cultura e delle tradizioni delle comunità ‘’arbëreshe’’ è il profondo rispetto che attribuiscono all'ospite: secondo cui la casa dell'albanese è di Dio e dell'ospite, al quale si fa onore offrendogli semplici cibarie. Questa consuetudine si ritrova ancora nelle montagne dell'Albania, tuttavia le comunità ‘’arbëreshe’’ provano profondo riserbo dal forestiero o straniero, detto “latino” (litìri), che sino alla prima metà del secolo scorso non poteva facilmente accedere nei centri italo-albanesi.

Motivi della tradizione popolare si ritrovano nella letteratura, che proprio da ciò mosse i primi passi. Altri elementi strutturali della cultura ‘’arbëreshe’’ delle origini sono giunti ai nostri tempi, attraverso una storia secolare, e mantengono una loro forza di rappresentazione dei valori dell'organizzazione delle comunità sono: la "vatra" (il focolare), primo centro intorno al quale ruota la famiglia; la "gjitonìa" (il vicinato), primo ambito sociale al di fuori della casa, elemento di continuità tra la famiglia e la comunità; la"vellamja" (la fratellanza), rito di parentela spirituale; la "besa" (la fedeltà) all'impegno, rito di iniziazione sociale con precisi doveri di fedeltà all'impegno preso.

La forte coscienza a un'identità etnico-linguistica diversa è sempre presente nelle produzioni folcloristiche. Nelfolclore, in tutte le sue diversificate forme, emerge sempre un costante richiamo allapatria di origine e icanti, popolari oreligiosi, leleggende, iracconti, iproverbi, trasudano un forte spirito di comunanza e solidarietàetnica.

La coscienza di appartenere a una stessa etnia, ancorché dispersa e disgregata, si coglie tra l'altro in un motto molto diffuso, che i parlanti albanesi spesso ricordano quando di incontrano:Gjaku ynë i shprishur, che tradotto letteralmente è "il Sangue nostro sparso". Mantenendo chiara e sensibile la coscienza di essere fratelli nel sangue comune e nella fede cristiana, costituendo un'oasi di spiritualità orientale trapiantata in Occidente, usano così identificarsi come discendenti di una stirpe dispersa ma non distrutta.

I temi ricorrenti nella cultura tradizionale albanese sono la nostalgia della patria perduta, il ricordo delle leggendarie gesta di Skanderbeg, eroe riconosciuto da tutte le comunità albanesi del mondo, e la tragedia della diaspora in seguito all'invasione turca. Un discorso a parte merita lavallja, danza popolare che aveva luogo in occasioni di feste tese a rievocare una grande vittoria riportata dal condottiero Giorgio Castriota Scanderbeg contro gli invasori turchi. Lavallja è formata da giovani in costume tradizionale, che tenendosi a catena per mezzo di fazzoletti e guidati da due figure alle estremità, si snodano per le vie del paese eseguendo canti epici, augurali o di sdegno e disegnando movimenti avvolgenti. Nella particolarevallja e burravet (la danza degli uomini), composta da soli uomini, viene tratteggiata e ricordata, attraverso i loro movimenti, la tattica di combattimento adottata da Skanderbeg per imprigionare e catturare il nemico. Oggi le più bellevallje hanno luogo aCivita,San Basile, Frascineto eEianina. La consapevolezza della necessità di una valorizzazione e tutela della cultura arbëreshë ha favorito la nascita di associazioni e circoli culturali, e ha dato luogo a iniziative e manifestazioni culturali.

Diverse sono le manifestazioni culturali e sociali inArberia. In numerosi centri italo-albanesi[162], per ilcarnevale, per la Pasqua o per feste particolari, sono organizzate - anche per più giorni di festa - "parate storiche" per rievocare le gesta eroiche degli albanesi (cristiani) e del loro condottiero Giorgio Castriota Scanderbeg[163], con la creazione delle battaglie contro i turchi (musulmani) e il canto dirapsodie per le vittorie riportate.

Abitualmente nell'"anniversario dellamorte diGiorgio Castriota", in ogni centro albanese d'Italia e nelle città dove esiste unaparrocchia per gli italo-albanesi, viene celebrata ladivina liturgia in lingua albanese e viene reso omaggio all'Athleta Christi[164].

Dal vent'anni momento di ritrovo per gli albanesi d'Italia è la manifestazione di "Miss Arbëreshe" aSpezzano Albanese (CS), concorso femminile di bellezza in rassegna di costumi tradizionali, che propone d'esser punto ideale di dialogo e socializzazione tra le comunità italo-albanesi partecipanti[165]. Vetrina sul mondo d'Arberia, è una finestra che permette di affacciarsi sulle comunità consorelle per condividerne, attraverso i caratteristici costumi tipici, la lingua, la storia, gli usi, le tradizioni culturali comuni d'origine.

Da più di trent'anni, nel mese di agosto, si tiene regolarmente il "Festival della Canzone Arbëreshe" (Festivali i Këngës Arbëreshe) aSan Demetrio Corone (CS), in cui diversi gruppi musicali,cantori epoeti da tutte le comunità albanesi d'Italia, dall'Albania e dal Kosovo, interpretano canzoni e melodie popolari o ne propongono di nuove, rigorosamente in lingua albanese[166][167].

Carnevale

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Nel calendario delle festività degli albanesi d'Italia ilKalivari,Kalevari oKarnivalli, ovverosia ilCarnevale, occupa un posto di rilievo. Ricorre dall'indomani dell'Epifania al mercoledì delleCeneri, ed è, per definizione, festa trasgressiva nella quale la normalità viene temporaneamente accantonata per dare libero sfogo al gioco e alla creatività. Il Carnevale, trovandosi in inverno, periodo del freddo e della fame, rappresentava la festa popolare più importante dell'anno. In alcuni centri, mediante le farse, venivano manifestate all'intera popolazione le "malefatte" e i "vizi" dei singoli individui e delle diverse categorie sociali presenti nella comunità. Costituivano essenzialmente un momento di radicale protesta e di denuncia sociale nei confronti dei gruppi dominanti che tenevano oppressa e divisa la popolazione. L'ultimo giorno di carnevale nei paesi dirito bizantino, corrisponde all'ultima Domenica diQuaresima. Tuttavia, suole essere festeggiarlo almeno esteriormente, anche il martedì e il mercoledì che precede le Ceneri.

Nella zona dei paesi albanesi delPollino, era consuetudine riunirsi di sera, in allegre compagnie cantando i vjershë davanti alla porta degli amici:Oji ma sonde çë ky karnivall, zgiomi ndrikull e kumbar! Ngreu e çel atë hilnar; s'erdha të ha, erdha se jemi kumbar; s'erdha se dua të pi, erdha se jemi gjiri! (O madre, questa sera che è carnevale, svegliamo comare e compare! Alzati e accendi la luce, non sono venuto perché voglio mangiare, sono venuto perché siamo compari; non sono venuto perché voglio bere, sono venuto perché siamo parenti!).

La sera del martedì a San Demetrio Corone, comitive di giovani, in giro per il paese, annunciano la morte del Carnevale (zu/la' Nikolla), un vecchio vestito di stracci che bussando di porta in porta veniva confortato da abbondanti bicchieri di vino e carne di maiale.Zu Nikolla veniva rappresentato ogni anno il mercoledì delle cenere con la celebrazione del suo funerale: un corteo che sfilava per tutto il paese dietro la bara dell'ex ghiottone. Davanti, a guidare il corteo, c'erano il prete e la vedova con il figlioletto in braccio, che inscenava lamenti strazianti (vajtimet) e pianti a dirotto. ACervicati eMongrassano nei giorni di Carnevale è fatto divieto di lavorare e chi trasgredisce questa regola e viene sorpreso, una volta incatenato, si trascina per le vie del paese e la sua liberazione si ottiene solo dopo un'abbondante bevuta e aver assaggiato i tipici prodotti locali a base di salami e formaggi. Caratteristica di questi paesi è l'esecuzione nei giorni di Carnevale dellavala (ridda) con i sontuosi costumi tradizionaliarbëreshë.

ASan Benedetto Ullano, la tradizione vuole che gruppi di giovani rappresentanti i dodici mesi dell'anno, guidati da un loro padre, sfilino per le vie del paese a cavallo di somari e, fermandosi negli spazi più ampi del paese recitino in albanese le caratteristiche e la funzione di ciascun mese. Grande interesse e partecipazione suscita il Carnevale che si svolge a Lungro. Anche un'antica rapsodia albanese,kënga e Skanderbekut, mette in evidenza la consuetudine di riunirsi e consumare varie prelibatezze:Por më ish ndë Karnival. / Skanderbeku një menat / po m'e mbjodhi shokërinë, / e m'e mbjodhi e m'e mbitoj / me mish kaponjsh e lepuresh, / me krera thllëzazish, / me filìjete me shtjerrazish (Era il periodo di Carnevale. / Skanderbeg una mattina / radunò la compagnia / e la invitò a banchetto, / con carni di capponi e di lepri, / con teste di pernici, / con fianchi di vitelli).

Particolare è ilkalivari diPiana degli Albanesi, alla quale festa popolare gliarbëreshë di Sicilia sono profondamente legati. I vari circoli, associazioni, bar, case private, ai lati del Corso Kastriota e nella piazza principale di Piana degli Albanesi, si trasformano in questo periodo in sale da ballo. Ogni giovedì, sabato e domenica sera, nel segno del sano divertimento, donne accuratamente mascherate, e quindi irriconoscibili, invitano gli uomini al ballo. In modo rivoluzionario per la condizione femminile del passato, soltanto le donne possono invitare al ballo, con il divieto di invitare o scherzare con i forestieri nonarbëreshë (litinjët), non solo perché appunto nonarbëreshë, ma anche per le risse causate dal loro comportamento poco ortodosso. Durante il Carnevale, una volta, erano abituali diversi giochi: l'albero della cuccagna (ntinë), su cui ci si arrampicava per afferrare i premi posti in cima; e, appese su una corda, le pignatte di terracotta (poçet), contenenti “sorprese”, che dovevano essere rotte, a turno, da una persona bendata. Numerosi sono i detti carnevaleschi in albanese, i più celebri e ricorrenti sono “Kalivari papuri papuri merr një cunk e e vu te tajuri” (Carnevale tra saggi e matti, prendi una cacca e te la metti sul piatto) oKalivari të divërtirej shiti kalin (Carnevale per divertirsi ha venduto il cavallo). Tuttora a Piana degli Albanesi l'ultimo lunedì di Carnevale si preparano e si consumano frittelle a forma sferica o schiacciata, di pasta lievitata, fritta e zuccherata, detti “Loshka" e "Petulla”. Vietato usare, nell'occasione, il costume tradizionale albanese o suoi componenti, conservati gelosamente dalle donnearbëreshe e legati decisamente a momenti più sacri e rilevanti.

Vallje

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Donnearbëreshe in tipico costume durante leVallje aSan Basile (CS)
Vallje tradizionali aCivita,Calabria.
Vallje a Civita (CS)
Le vallje diSanta Sofia d'Epiro a Cosenza durante la manifestazioneBukuria Arbëreshe.

Le danzearbëreshe (vallje), in albanese letteralevalle, sono degli antichi balli di gruppo albanesi che prendono vita in alcune particolari feste, legate alle celebrazioni dellaPasqua e ad altre occasioni di festa. Levallje sono l'espressione folclorica di un popolo che non ha dimenticato la propria storia, le proprie radici. Questi balli rievocano una grande vittoria riportata daGiorgio Castriota Skanderbeg contro gli invasori turchi, per difendere la cristianità e la libertà del popolo albanese, proprio nell'imminenza della Pasqua. Si vuole infatti che proprio il martedì di Pasqua del 24 aprile del 1467, l'eroe albanese ha riportato una decisiva e importante vittoria sull'esercito turco. Lavallja, quindi, da un ricordo bellico è stata trasformata come occasione di raduno dei vari paesi appartenenti alla etnia così che, almeno per un giorno all'anno, ci si sente uniti e accomunati da lingua, usi e costumi da non dimenticare.

Sono eseguite dalle donne in costume tradizionale albanese disposte in semicerchio, che tenendosi a catena per mezzo di fazzoletti e guidati all'estremità da due giovani, chiamatiflamurtarë (portabandiera), si snodano per le vie del paesearbëresh accompagnate da canti di contenuto epico, che narrano la resistenza contro i turchi, rapsodie, storie di amore e di morte, canti augurali o di sdegno. Il più famoso di questi canti epici, il Canto di Scanderbeg, cantato il martedì di Pasqua, rievoca il terzo assedio turco della città di Croia. Molto popolari sono la rapsodia di Costantino il piccolo (Kostantini i vogëli), nota in Albania come la ballata diAgo Ymeri, il cui tema è il riconoscimento del marito dopo molti anni; e quella di Costantino e Garentina, una rapsodia diffusa nellapenisola balcanica, registrata nelle raccolte dei folcloristi ottocenteschi, le cui suggestioni hanno ispirato la prima letteratura romantica europea.

Il ritmo della danza a volte grave e a volte aggressivo si rintraccia soprattutto nellavallja e burravet (la danza degli uomini). Questavallja è composta da soli uomini che tratteggiano e ricordano nei loro movimenti la tattica di combattimento adottata da Castriota Scanderbeg per catturare il nemico. Ancora oggi si ama rinnovare questo senso di appartenenza a un'etnia che da oltre mezzo millennio vive in Italia, ed è uno degli appuntamenti più interessanti e significativi della tradizione e della comunità albanese d'Italia.

Lavallja si svolgeva anticamente in quasi tutti i paesiarbëreshë il pomeriggio della Domenica di Pasqua, il lunedì e il martedì. Attualmente ha luogo solo il martedì dopo Pasqua (vallja e martës së Pashkëvet), principalmente nelle comunità albanesi di Calabria diBarile,Cervicati,Civita,Lungro,San Benedetto Ullano,San Demetrio Corone,Santa Sofia d'Epiro e in parteEjanina,Firmo,Frascineto eSan Basile. Alcunevalle sono state riprese e interpretate dalle donne in costume diPiana degli Albanesi nella metà del secolo scorso.

Lavallja compie fantasiose evoluzioni, e con improvvisi spostamenti avvolgenti "imprigiona" qualche cortese turista che, di buon grado, offre generosamente nei bar per ottenere ilriscatto. Essi, quali nobilibulerë vengono ringraziati con i seguenti versi ed altri improvvisati al momento:"Neve kush na bëri ndër / akuavit na dha për verë. / Po si sot edhe nga herë / shpia tij mos past vrer!" (A noi chi fece onore / non diede vino, ma liquore. / Come oggi e in ogni tempo / la sua casa non abbia sventura!).

Gjitonia

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Lo stesso argomento in dettaglio:Gjitonia.
Donne diSan Paolo Albanese (PZ) in Basilicata, lavorandondë gjitonì.

La "gjitonia" è una forma di vicinato tipica delle comunità italo-albanesi e diffusa in tutta l'Arbëria. Viene dall'unione delle parolegjithë tonë (tutto nostro, familiare), ed è un tipo di aggregazione di derivazione balcanica, caratteristica dell'epoca medievale.

Microsistema intorno a cui ruota la vita del paesekatund/horë, lagjitonia è una porzione più piccola del tessuto urbano una microstruttura costituita spesso da una piazzetta nella quale confluiscono i vicoli, circondata da edifici che hanno aperture verso uno spiazzo più grande (sheshi), che solitamente porta il nome dalla persona che vi abita.

Costume

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«Il costume di gala degli albanesi d'Italia, con le sue preziose stoffe di raso, broccato, di seta e oro, in una armonica combinazione di colori, con ricami preziosi, testimonia, come i canti, le prosperità dell’Albania quando gli esuli l’abbandonarono»

(Ernest Koliqi, 1964?[168])

Luigi del Giudice,Costume dellaVilla Badessa,Abruzzo (fine XVIII sec.)
Donna diSan Costantino Albanese,Basilicata (1799)
Luigi del Giudice,Costumi albanesi in Calabria (inizio XIX sec.)
Bartolomeo Pinelli,Uomo e donna del paeseChieuti Albanesi,Puglia (1816)
Michela de Vito,Costume di Villa Badessa (1820)
Saverio della Gatta,Costumi della Basilicata, donna ed uomo Albanesi (1828)
Uomo e Donne di Garaffa Albanesi [Caraffa di Catanzaro] (1828)
Achille Devéria,Colonies Albanaise in Calabre,Caraffa di Catanzaro (1840)
Donne Albanesi a Villa Badessa (1846)
Ettore De Maria Bergler,Donna di Sicilia in costume di Piana degli Albanesi (1933)
Donne diSanta Sofia d'Epiro (CS) in abito da sposa, inizi '900
Abito tradizionale Albanese delle donne di Piana degli Albanesi (PA), inizi '900
Fratelli Alinari, Giovine donna di Piana degli Albanesi, 1910 c.
Costume albanese diLungro (CS)
Gruppo folcloristico in costume maschile albanese aMongrassano (CS), anni '50
Costume tradizionale femminile albanese aSan Martino di Finita (CS)
Pasqua a Piana degli Albanesi, donne e uomini in costume tradizionale albanese, fine anni '50
Costume albanese femminile diContessa Entellina (PA) indossato dalle donne durante la visita del vescovo dell'Eparchia di Piana degli AlbanesiErcole Lupinacci (1986)
San Paolo Albanese, sposa e corteo nuziale

Il costume tradizionale costituisce ancora oggi per gliarbёreshë uno degli elementi distintivi della loro identità. Parlando di costume degli albanesi d'Italia ci si riferisce in maniera assolutamente esclusiva al costume femminile, poiché quello maschile è scomparso da secoli, sostituito ed evolutesi con le forme standardizzate dell'abbigliamento moderno, anche se dal dopoguerra, per iniziativa di privati, enti o dai vari comuni si è ripreso il costume maschile d'Albania.

Il costume degliarbёreshë rappresenta uno dei tre secolari pilastri dell'antica identità albanese trapiantata in Italia, insieme alla lingua albanese e al rito bizantino. Per la policromia e la preziosità dei tessuti, testimoniata dall'utilizzo dei ricchi ricami in oro e argento, il costume tradizionale è uno dei segni più evidenti della diversità e della creatività culturalearbёreshë. Esso accompagna la donna italo-albanese nei momenti più significativi della propria vita.

Quasi ogni comunità albanese d'Italia possiede un tipico costume albanese, altri li hanno persi completamente. Esso difficilmente è uguale alle altre comunità, può esser simile a quello delle comunità albanesi vicine, ma varia dalla zona di origine da cui provengono. Di certo ha particolari in comune, come ad esempio laKeza, ed è di base di foggia bizantino-medievale.

Di singolare bellezza è il costume tradizionale di gala, indossato dalle donne in particolari ricorrenze come ilmatrimonio o le festività della Pasqua, deibattesimi e del santo patrono. I costumi sono veri e propri capolavori artistici che ripropongono l'antica simbologia orientale, alcuni attraverso il ricamo.

Famosissimo per lo splendore e la bellezza è il costume tradizionalearbëresh di Piana degli Albanesi.

Interessanti sono i costumi tradizionali femminili diSan Costantino Albanese (costituito da un copricapo caratteristico, una camicia di seta bianca con merletti, un corpetto rosso con maniche strette ricamate in oro e una gonna su cui sono cucite tre fasce di raso bianche e gialle),Firmo (dal collo ampio e ricamato (mileti); una gonna lunga e ampia, plissettata e bordata), eSanta Sofia d'Epiro,San Demetrio Corone,Lungro,Frascineto,Plataci,Spezzano Albanese,San Basile,Vaccarizzo Albanese.

Costumi diSpezzano Albanese (CS)
Costumi diAcquaformosa (CS)
Santa Sofia d'Epiro (CS), comunità in festa, donne italo-albanesi nei tipici costumi femminili durante leVallje.
Costumi diCasalvecchio di Puglia (FG)

In linea di massima, con l'eccezione delle comunità della bassa valle del Crati, diSan Costantino Albanese,San Paolo Albanese (PZ),Caraffa eVena di Maida (CZ), dove, nella variante giornaliera, è ancora largamente indossato dalle persone anziane, sia pure in una versione notevolmente più corta di quella tradizionale, e di qualche rarissimo caso nelle comunità della presila greca, nel corso degli ultimi decenni, con un processo che si è accentuato soprattutto a partire dal secondo dopoguerra, il costume tradizionale è del tutto scomparso dall'uso quotidiano.

Ricco costume da sposa diPiana degli Albanesi (PA).

Non vi sono ancora studi approfonditi sui costumi di alcune comunità albanesi del catanzarese, di Puglia e del Molise, il cui costume è una ripresa dei modelli antichi secondo fonti scritte e iconografiche, e quello maschile su modello di quelli in uso presso gli albanesi d'Albania e dei Balcani.Ciò nonostante, nella maggior parte delle comunità italo-albanesi, e in particolare in quelle della provincia di Potenza, Cosenza e Palermo (ad es. Piana degli Albanesi), esso conserva un valore simbolico pregnante, al punto che ogni anno artigiani specializzati continuano a confezionarne un grande numero di esemplari di gala, commissionati dalle famiglie per le figlie adolescenti che si affacciano alla ribalta della società, e che li indosseranno in occasione delle grandi feste folcloristiche o semplicemente li conserveranno come testimonianza estrema di identità.

È verosimile che a elementi originali, che gliarbёreshë portarono con sé da oltreAdriatico eIonio, nel tempo si siano aggiunti alcuni elementi presi a prestito dai costumi della gente con cui i profughi vennero in contatto in Italia, e che, dalla rielaborazione dell'insieme, influenzata anche dalle mutate esigenze quotidiane, sia nata la foggia attuale dei costumiarbёreshë. Tali tesi, pur nella sua plausibilità, lascia aperti numerosi interrogativi, legati ad esempio, alla omogeneità della foggia del costume in aree a volte molto estese, alle relazioni tra i costumi degli albanesi d'Italia e quelli delle loro zone di provenienza oltre Adriatico all'epoca delle migrazioni e a quelle con i costumi delle comunità romanze, spesso grossi centri, su cui le comunitàarbёreshe gravitano.

Esistono varie tipologie, seppur i materiali di studio non sono molto numerosi. Illucano, aSan Paolo Albanese eSan Costantino Albanese (PZ), è una delle zone dove il costume tradizionale mostra ancora oggi la maggiore varietà e vitalità.

Laprovincia di Cosenza è quella che comprende il maggior numero di comunitàarbёreshe e, insieme alla zona di Piana degli Albanesi (PA), anche quella in cui il costume tradizionale ha conservato più a lungo la sua funzione e la sua vitalità.

Nonostante la prassi di seppellire l'abito nuziale con la sua proprietaria (il caso diSanta Cristina Gela), utilizzandolo come abito funebre, sono ancora numerosi gli esemplari relativamente antichi dell'abito di gala o di suoi elementi particolari, e molti sono anche gli esemplari che vengono confezionati ogni anno da artigiani specializzati delle varie areearbёreshe, che si attengono scrupolosamente al modello tradizionale.

L'abito tradizionale maschile è caduto in disuso in tutte le comunità, probabilmente, già nei primi tempi della diaspora e forse non è esistito un modello steriotipato comune. Pertanto si ha traccia in qualche rappresentazione pittorica per i luoghi di ultima fondazione, come per Villa Badessa in Abruzzo (XVIII secolo), con costumi maschili e femminili molto simili a quelli riscontrabili oggi in Albania (composto da calzoni di lana bianca, da un giubbetto anch’esso di lana, da una camicia bianca e da ghette fino al ginocchio. In testa il caratteristico cappello e alla vita una cintola per infilare le armi, con un gonnellino a pieghe,fustanella). Dal XX secolo c'e stata una generale ripresa dei costumi li dove il costume femminile ha tenuto le sue principali funzioni. Piana degli Albanesi ha sicuramente riproposto come prima, alla fine degli anni cinquanta, un costume maschile per esigenze sceniche, ispirandosi al mondo albanese dei Balcani e che potesse accordarsi anche cromaticamente a quello femminile. Da allora, in clima di ripresa etno-culturale e con più costanti rapporti con l'Albania, il costume maschile ha ripreso a essere utilizzato per le maggiori feste, a simbolo delle radici albanesi. Questo costume, in genere dei due tipi riscontrabili tra la zona ghega (brekt leshi) e tosca (fustanella), resta di grande importanza, se non per la ricchezza, almeno per il suo valore storico e tradizionale, pur se in “prestito” dalla tradizione culturale degli albanesi d’Albania.

In tutte le comunitàarbëreshe il costume tradizionale, femminile e maschile, rappresenta la volontà di affermare e rendere visibili l’identità collettiva e il senso di intima appartenenza dell’individuo alla sua collettività. Il costume, in questo senso, può essere definito come un indicatore dell’identità albanese, che diventa abito e come tale “indossato” e sfoggiato per riaffermare la storia e l’origine comune, i valori e i saperi condivisi, l’appartenenza allo stesso universo culturale.

Musica e canti

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Lo stesso argomento in dettaglio:Iso-polifonia albanese e Surdulina.
Moj e bukura Moré
O bella Morea

O e bukura Moré
si të lash e më nëng/ngë të pash.

Si të lash, si të lash
Si të lash e më nëng/ngë të pash.

Atje kam u zotin tatë
atje kam u zonjën mëmë
atje kam edhe tim vëlla

gjithë mbuluar nën dhe.

Ah.. Moj e bukura Moré

(Tra i più emblematici del repertorio profano, è il canto popolare più rappresentativo degli esuli albanesi d'Italia; nella pratica un vero e proprioinno nazionale[169][170][171].)

Canti e costumi diLungro durante la manifestazioneBukuria Arbëreshe aCosenza, inCalabria.
Il canto/inno "O mburonjë e Shqipërisë" (O scudo dell'Albania),Giuseppe Schirò,Canti Tradizionali ed altri Saggi delle Colonie Albanesi di Sicilia, Napoli 1907.
Musiche popolari albanesi cantate durante leVallje aCivita
Costumi e rapsodie albanesi diSan Benedetto Ullano.

L'oralità (gojarisë) è la caratteristica più lampante del popolo albanese d'Italia. La musica da sempre è uno degli strumenti più diretti e immediati con il quale il popoloarbëresh racconta sé stesso. Esso rafforza quel profondo senso d'identità e quell'innato orgoglio etnico rimasto immutato per secoli. Nelle canzoniarbëreshe c'è tutta l'essenza di un popolo, sfuggito dalla Penisona Balcanica e guidato dal condottiero Giorgio Castriota Scanderbeg, che andò ad abitare nelle terre dell'Italia centro-meridionale per sfuggire alla dominazione turco-ottomana.

I canti (këngat okënkat) degli albanesi d'Italia narrano dei fidanzamenti, dei matrimoni, delle ninnananne, dei lamenti funebri (vajtimet), ma anche dei suoi antichi eroi, della guerra contro il turco e dello sconforto per la Madrepatria perduta per sempre. C'è la gioia, la tristezza, l'orgoglio di un popolo fiero delle proprie radici e della propria diversità culturale. Canti struggenti o gioiosi, cadenzati da un ritmo veloce oppure lunghi e prolissi come interminabili nenie, in essi c'è tutta la storia di un popolo e di un'identità che costantemente rischia di andare perduta. La musica degli albanesi d'Italia riafferma la diversità culturale, rinsaldando i legami e la comune appartenenza di tutti gliarbëreshë con l'Albania.

Tra i canti, popolari e colti, più conosciuti e interpretati vi sono:O e bukura Moré[172][173][174],Kopile moj kopile[175][176],Kostantini i vogëlith[177],O mburonjë e Shqipërisë[178]. Negli ultimi tempi, legato a motivi prettamente mediatici, il cantoLule Lule mace mace è divenuto noto a livello sopranazionale.

La musica popolarearbëreshe presenta caratteristiche che l'avvicinano alle tradizioni musicali più antiche dei popoli delbacino del Mediterraneo. Le espressioni più autentiche del canto albanese d'Italia sono identificabili nella polifonia deivjershë[179][180], le cui diverse modalità di esecuzione sono descritte nell'ambito del ciclo dell'uomo. Ivjersh sono del tutto riconducibili all'isopolifonia albanese d'Albania, inclusa dall'UNESCO tra ipatrimoni orali e immateriali dell'umanità. L'isopolifonia fra gli italo-albanesi, oltre all'aspetto popolare, è diffusa anche a carattere sacro, ed è parte del loro patrimonio tradizionale, in modo particolare tra le comunità in Calabria[181]. Essa è lo strumento con cui la comunità italo-albanese racconta se stessa e la sua diaspora, riaffermando la discendenza comune e rinsaldando i vincoli identitari, rammemora i valori condivisi e condanna le infrazioni sociali, socializza il lutto (lip) e sottolinea le occasioni sociali d'incontro. In quanto espressione privilegiata dell'oralità, accompagna e spiega la dimensione individuale e collettiva.

Canti evalle tradizionali albanesi aGreci, inCampania.

Sul piano socio-antropologico la musica italo-albanese riproduce tutto il travaglio storico e psicologico del "Popolo della Diaspora", esplica il sistema valoriale e la dimensione emica dell'identità[182].

I canti e il sentire del popolo albanese d'Italia sono stati raccolti in linguaarbëreshe dagli archivi di etnomusicologia (AEM) delle varie accademie nazionali[183].

Da un punto di vista puramente musicale, le melodie sono molto legate alla propria musica liturgica bizantina. Esse hanno come caratteristica l'uso dell'Ison, una nota o una parte vocale bassa, usata nel canto bizantino e alcune tradizioni musicali correlate per accompagnare la melodia, arricchendo così il canto, non trasformandolo - in questo caso - allo stesso tempo in un brano armonizzato o polifonico.

Per gliarbëreshë hanno un ruolo importante, se non essenziale, i canti della propria tradizione liturgica. I canti bizantini di Piana degli Albanesi, mantenutosi sostanzialmente intatti dal tempo della diaspora albanese in Italia, fanno parte del Registro delle Eredità Immateriali di Sicilia (REI) e sono dal 2005 riconosciute patrimonio dell'UNESCO[184][185].

Dal 1980, ogni anno nel mese di agosto, nel comune diSan Demetrio Corone (CS), col patrocinio della Regione Calabria, la musica, il canto e le nuove sonorità degli albanesi d'Italia sono raggruppate ne "Il Festival della Canzone Arbëreshe" (Festivali i Këngës Arbëreshe), con l'obiettivo primario di valorizzare la lingua albanese e costituire un momento di aggregazione e richiamo per tutti gli italo-albanesi e, inoltre, con lo scopo di diffondere la cultura italo-albanese nella stessa Madrepatria[186].

Numerosi - in ognikatund/horë - sono i gruppi folcloristici che coltivano tradizioni musicali, cultura e canti polifonici della cultura albanese; non meno numerosi sono i gruppi corali delle varie parrocchie dellaChiesa Italo-Albanese sparse in Italia, che tramandano gli antichi inni religiosi bizantini.

Nella ricerca delle nuove sonorità e linguaggi musicali si sono formati gruppi e bande accomunati dall'utilizzo della lingua albanese e dalla voglia di comunicare e mantenere le sonorità e i balli tradizionali d'appartenenza, e tra questi si possono menzionare: iPeppa Marriti Band e gli Spasulati Band daSanta Sofia d'Epiro in Calabria, mentre in Sicilia i giovani Shega da Piana degli Albanesi. Alcuni sono musicisti professionisti che compongono e cantano sonorità albanesi: Silvana Licursi da Portocannone (CB); Ernesto Iannuzzi da Firmo (CS); Pino Zef Cacozza da San Demetrio Corone (CS); Anna Stratigò da Lungro (CS); Caterina Clesceri, Letizia Fiorenza e Pierpaolo Petta da Piana degli Albanesi (PA).

Arte

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Pittura

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Pinacoteca diSan Giorgio Albanese (CS)Calabria.
Museo delle Icone e della Tradizione Bizantina aFrascineto (CS) inCalabria.
Soffitto della Chiesa Madre diSan Costantino Albanese (PZ) inBasilicata.
Iconografo e mosaicista di Piana degli Albanesi (PA) in Sicilia.

Non è nota alla culturaarbëreshe una tradizione pittorica profana di antica data. Storicamente, grande importanza riveste la tradizione iconografica, che, estintasi nei centri albanesi sul continente, ha vissuto stagioni di grande splendore nelle comunità albanesi della Sicilia.

Mentre nelle comunità appartenenti all’Eparchia di Lungro o in quelle ormai passate al rito romano la tradizione era, fino a non molti anni fa, testimoniata unicamente dalle leggende relative alla fondazione dagli avi albanesi dei paesi, da immagini di antiche madonne bizantine sopravvissute nelle chiese, o dall’eredità basiliana della chiesa di Sant'Adriano in San Demetrio Corone, le collezioni di icone dell’Eparchia di Piana degli Albanesi (specialmente di Palermo, Piana degli Albanesi e Mezzojuso), costituiscono un capitolo di interesse nella storia dell’arte iconografica italo-albanese.

Grazie ai rapporti con i monasteri cretesi e con l'Albania (Ciamuria in Epiro), nelle comunità albanesi di Sicilia giunsero ed operarono numerosi iconografi certo-arvaniti. Sebbene non manchino esemplari notevoli di scuola cretese attribuibili al XVI secolo, la stagione di maggior produttività iconografica nelle comunità dell’Eparchia di Piana degli Albanesi, fu senz’altro il XVII secolo, al quale risalgono le opere attribuite al cosiddetto maestro dei Ravdà ed al cosiddetto maestro di Sant’Andrea, nonché le numerose icone dipinte dal monaco firmato Ioannikios, che avrebbe operato in due periodi successivi, intorno al 1630 e successivamente dal 1664 al 1680, ospite del monastero basiliano di Mezzojuso. Allo stesso secolo appartengono anche le mirabili opere di due iconografi cretesi rimasti finora anonimi, che non sembra, tuttavia, abbiano operato in Sicilia, ed una tavola pluritematica di Leo Moschos, esponente di una famiglia di iconografi molto nota nei territori veneziani e nella stessa Venezia. Dopo il XVII secolo anche in Sicilia la tradizione iconografica si affievolisce, e la pittura religiosa tende a far propri i caratteri dell’arte popolare ed i modi occidentali.

L'arte iconografica italo-albanese vive una stagione di grande risveglio negli ultimi decenni, nel quadro di un processo di riscoperta e di ristabilimento dell’autenticità della tradizione orientale che coinvolge con vigore tutta la Chiesa Italo-Albanese. La riscoperta della tradizione iconografica non si limita ad un lavoro di ricerca, di studio e di fruizione passiva del patrimonio ereditato, ma si traduce in maniera sempre più evidente in un'opera di riproposizione creativa, che nel rifacimento degli eredi ecclesiastici, ormai in fase avanzata in tutte le chiese dell’Eparchie, vede impegnati sia iconografi provenienti dalla Grecia, che iconografiarbëreshë ed a volte italiani, come artisti d’Albania, come Josif Droboniku, giunti in Italia con le grandi immigrazioni degli ultimi anni. Lo stesso monastero di Grottaferrata ha avuto ad inizio secolo una proficua scuola di pittura sacra neobizantina, diffusa anche nelle eparchie.

Presso l'Eparchia di Lungro interamente affrescate sono le pareti del santuario dei santi Cosma e Damiano, a San Cosmo Albanese, e della chiesa parrocchiale di Santa Sofia d’Epiro (CS), mentre soluzioni intermedie sono state scelte per gli altri edifici ecclesiastici. D’altra parte, nelle chiese di entrambe le Eparchie, numerosi sono gli esempi di pittura sacra occidentale sia nei temi che nei modi in cui questi vengono trattati. Le opere ricoprono, nella massima parte, un periodo che va dal 1600 al primo novecento e ricalcano i caratteri generali tipici della pittura del periodo relativo, sia per quel che riguarda le peculiarità delle scuole operanti localmente che le influenze delle grandi correnti dell’arte. Autori ne sono pittori di una certa notorietà, come Alviero Sozzi o Sebastiano Conca, entrambi esponenti del 1700 siciliano, o, più spesso, anche artisti locali rimasti anonimi.

Esistono localmente nelle varie comunità numerosi e specializzati iconografi, sia fra i religiosi che i laici.

Mosaico

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L'interno della Chiesa di Santa Macrina delleSuore basiliane italo-albanesi diPalermo (Sicilia)

Nelle chiese delle due Eparchie vive negli ultimi decenni una stagione di sviluppo l'arte del mosaico.

Particolarmente apprezzato sul piano artistico è il grande mosaico absidale raffigurante la Platitera, nella cattedrale di Lungro (CS), mentre le pareti della chiesa parrocchiale di Acquaformosa (CS) sono interamente ricoperte da mosaici.

A livello profano, numerosi sono gli artistiarbëreshë contemporanei, alcuni dei quali molto affermati in campo nazionale, come Franco Azzinari, da San Demetrio Corone (CS), di cui i colori di Ferruccio D’Angelo, da Civita (CS), e Costantino di Ciancio, da Marri (CS), dalle cui tele emergono con straordinaria plasticità, quasi sculture, singolari figure di donna o scorci di paesaggio. A livello sacro, affermato localmente è l'artigiano artista Spiridione Marino da Piana degli Albanesi (PA).

Cinema

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Gli italo-albanesi sono stati oggetto di studio documentaristico nei reportage italiani o stranieri, spesso albanesi nel periodo della dittatura comunista.

Sono stati presentati con il progetto Albasuite (2007) documentari sulla cultura albanese d'Italia (fra questiIl senso degli altri). Il cortrometraggio "Shkova" (2013) del registaarbëresh Daniele Farai, interamente in lingua albanese, finanziato dall’Assessorato alle minoranze linguistiche della Regione Calabria e prodotto dal Comune di San Basile, ha partecipato a vari Festival del cinema, come alle edizioni 2013 del “Mecal - Festival Internacional de Cortometrajes y Animación” di Barcellona, al “ShortShorts - Film Festival & Asia” di Tokyo, al “Sapporo - International Short Film Festival and Market” in Giappone e al “Silhouette Festival - courts métrages” di Parigi. Della regista Francesca Olivieri il lungometraggio in albanese/arbërisht dal titolo “Arbëria“ (2018), prodotto dalla Open Fields Productions, in collaborazione con le Regioni Calabria e la Basilicata, con il patrocinio dei Comuni di Oriolo, Acquaformosa, San Giorgio Albanese e San Demetrio Corone e inpartnership con la rete internazionale di imprenditori albanesi “Rida” e con la società di produzione lucana ArifaFilm, racconta l’eredità della cultura albanese e, in particolare, le comunità che abitano i piccoli borghi di Calabria e Basilicata.

Cucina

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Lo stesso argomento in dettaglio:Elisir San Marzano Borsci, Pettole e Lakror.
Illiquore Borsci S. Marzano (TA)
Il dolce nuzialeKulaçi aSan Costantino Albanese (PZ)
Il rinomato pane (buka) tipico diPiana degli Albanesi (PA)

Lagastronomia degli albanesi d'Italia (të ngrënit/ushqimi i arbëreshëvet t'Italisë) è sostanzialmenteMediterranea e si esprime nellatradizione più profonda albanese dai tempi della diaspora, con piatti e dolci diffusi similarmente in tutte le comunità in Italia. Non mancano delle inevitabili contaminazioni, ma si è in qualche modo mantenuta inalterata - almeno fino ai tempi più recenti - qualcosa di diverso, un difforme modo di lavorazione, l'associazione di un cibo a un particolare contesto e momento sociale o religioso, annoverando così piatti tipici e unici della cucinaarbëreshe.

Essa è del tutto completa, in quanto spazia dagliantipasti aidolci, dai primi ai secondi piatti, dalle zuppe alle minestre, dai piatti dicarne a quelli dipesce, dai contorni alleverdure. Un cenno particolare per le conserve, i farinacei e lefocacce, nonché per i dolci tradizionali, vero caposaldo della cucina albanese.

La cucina albanese in taluni paesi è molto semplice, ma saporita per gli aromi utilizzati nei piatti. Alcune ricette, estrapolate dal folto gruppo di soluzioni culinarie degli Albanesi d'Italia, sono: fra i primi piatti vanno segnalati iltumacë me tulë, tagliatelle con sugo di alici, mollica fritta e granella di noci; idromesat,pasta fatta con grumi di farina cucinati direttamente nei sughi; leshtridhelat,tagliatelle ottenute con una particolare lavorazione e cotte conceci efagioli. Tra i secondi in alcune comunità è molto utilizzata la carne di maiale; ottime le frittate come laveze petul di cicoria, cardi selvatici, scarola e cime di capperi. Iltepsi di Villa Badessa (PE) è una rivisitazione delbyrek albanese, farcito con spinaci, cipolle e pinoli, senza carne macinata. Nelle grandi ricorrenze c'è un grande uso deidolci, come ikanarikuj, grossi gnocchi bagnati nel miele, lekasolle megijze, un involtino pieno diricotta, lanucia, dolce con la forma di fantoccio con un uovo che raffigura il viso, in Basilicata iltaralji i qethur, ovvero il tarallo della sposa, e molti altri.

Caratteristico è il dire sia prima che dopo mangiato: "Ju bëftë mirë!" (Buon appetito!, lett. Buon pro vi faccia).

Note

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  1. ^Gli albanesi della diaspora (vedi sezione Storia: Migrazioni) hanno origine da un'Albania tardo-medievale, allora divisa in principati. I gruppi della seconda diaspora, oltre all'odiernaAlbania del sud, si possono inquadrare nei territori delle attualiMacedonia del Nord (confine con Ohrid) eGrecia (Ciamuria e Morea), originarie da famiglie albanesi provenienti dall'Albania che storicamente, a partire dall'XI secolo, si spostarono - per vari motivi - più nei Balcani meridionali occidentali, fondando numerosissime comunità.
  2. ^«[…] È indubbio che l'esodo e la fuga degli albanesi verso altre realtà territoriali si addensò nelle coste di un'Albania colpita pesantemente dal turco. I principati d'Albania, loro patria d'origine, ebbe a mancare delle migliori personalità e di una continuità con il passato.»Ernest Koliqi inShejzat (Le Pleiadi), 1961.
  3. ^ Gaetano Petrotta,Popolo, lingua e letteratura albanese (PDF), suunibesa.it.URL consultato il 14 marzo 2016(archiviato dall'url originale il 15 marzo 2016).
  4. ^abFiorenzo Toso,Lingue d'Europa. La pluralità linguistica dei Paesi europei fra passato e presente, Roma, Baldini & Castoldi, 2006, p. 90.URL consultato il 6 luglio 2015(archiviato dall'url originale il 30 ottobre 2014).
  5. ^Cultura e civiltà di un popolo.
  6. ^Ethnologue: Albanian, Arbëreshë, suethnologue.com.URL consultato il 29 ottobre 2014.
  7. ^abcMappa degli arbëreshë, suarbitalia.it.URL consultato il 21 aprile 2010(archiviato dall'url originale l'8 marzo 2010).
  8. ^abc Vincenzo Giura,Note sugli albanesi d'Italia nel Mezzogiorno (PDF)[collegamento interrotto] (PDF), susides.uniud.it.URL consultato il 6 luglio 2015.
  9. ^ Francesco Altimari e Leonardo Maria Savoia,I dialetti italo-albanesi: studi linguistici e storico-culturali sulle comunità arbëreshe, Roma, Bulzoni, 1994.
  10. ^abCensimento: le minoranze etniche e linguistiche, sufreeweb.dnet.it.URL consultato il 6 luglio 2015(archiviato dall'url originale il 20 febbraio 2012).
  11. ^ Antonio Piromalli,La letteratura calabrese, Cosenza, Pellegrini Editore, 1996, p. 179.URL consultato il 6 luglio 2015.
  12. ^Storia e cultura > Storia generale (pop-up), supianalbanesi.it.URL consultato il 21 aprile 2010(archiviato dall'url originale il 29 marzo 2010).
  13. ^Italo-Albanese Catholic Church of the Byzantine Tradition, sucatholic-hierarchy.org.URL consultato il 25 maggio 2020.
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  16. ^Il Monastero di Grottaferrata e gli Albanesi d’Italia, sujemi.it.URL consultato il 25 maggio 2020.
  17. ^Badia Greca di Grottaferrata e formazione culturale e religiosa degli arbëreshë, sucontessioto.blogspot.com.URL consultato il 25 maggio 2020.
  18. ^Il Rito Greco-Bizantino e gli Albanesi in Italia, sujemi.it.URL consultato il 25 maggio 2020.
  19. ^Legge 15 dicembre 1999, n. 482 "Norme in materia di tutela delle minoranze linguistiche storiche", sucamera.it.URL consultato il 15 dicembre 1999(archiviato dall'url originale il 12 maggio 2015).
  20. ^Una fonte del 1976 riporta, tuttavia, una popolazione complessiva, inclusi coloro che non parlano più la linguaarbëreshe, di 250.000 persone. Cfr.(EN) Meic Stephens,Linguistic Minorities in Eastern Europe, 1976.
  21. ^Cfr., per esempio, Marina Mazzoni,Porta d'Otranto: incontri di mare, luoghi e civiltà, suterrelibere.org, giugno 2000.URL consultato il 21 aprile 2010(archiviato dall'url originale il 16 novembre 2011). e Nicola Scalici,La memoria arbereshe in Carmine Abate, sulospecchiodicarta.unipa.it, "Lo specchio di Carta", Università degli Studi di Palermo.URL consultato il 21 aprile 2010(archiviato dall'url originale il 28 ottobre 2011).
  22. ^L'Arbëria è la denominazione dell'area geografica degliinsediamentialbanesi inItalia; tale termine, fino alXVII secolo, era diffuso per indicare i territori dell'attuale Albania, ora chiamata daglialbanesi dei BalcaniShqipëria.
  23. ^MOTI I MADH (Il "Tempo Grande") I riti arbëreshë della primavera - Proposta di candidatura UNESCO -, sufondazioneuniversitariasolano.it.URL consultato il 9 febbraio 2022.
  24. ^Ora News - Trashëgimia kulturore, arbëreshët duan ta ruajnë në UNESCO.URL consultato il 9 febbraio 2022.
  25. ^ALBANESI d'Italia, inTreccani.it – Enciclopedie on line, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana.URL consultato il 26 gennaio 2015.
  26. ^ Franca Pinto Minerva,L'alfabeto dell'esclusione: educazione, diversità culturale, emarginazione, Bari, Edizioni Dedalo, 1980, p. 12.URL consultato il 6 luglio 2015.
  27. ^ Dunja Melčić,Der Jugoslawien-Krieg: Handbuch zu Vorgeschichte, Verlauf und Konsequenzen, Springer-Verlag, 23 agosto 2007, p. 25,ISBN 978-3-531-33219-2.
  28. ^abLa minoranza albanese (arbëreshe) (PDF)[collegamento interrotto], sulibertaciviliimmigrazione.interno.it, Ministero Interno-Ufficio Centrale zone di confine e minoranze etniche-Ufficio minoranze linguistiche.URL consultato il 2 febbraio 2016.
  29. ^abcd Cattedra di Lingua e Letteratura albanese, Università della Calabria,Le origini della minoranza linguistica albanese (PDF), sualbanologia.unical.it.URL consultato il 21 febbraio 2016(archiviato dall'url originale il 3 marzo 2016).
  30. ^ Giuseppe Maria Viscardi,Tra Europa e Indie di quaggiù: chiesa, religiosità e cultura popolare nel Mezzogiorno, secoli XV-XIX, Roma, Edizioni di Storia e Letteratura, 2005, p. 375.URL consultato il 6 luglio 2015.
  31. ^Secondo la tradizione delle Chiese orientali, prima dell'avvento delle traduzioni nelle lingue locali e nazionali in epoca moderna, la lingua liturgica veicolare per tutti i popoli dell'Oriente cristiano è stata la lingua greca antica, così come è stata la lingua latina per la Chiesa d'Occidente. Questa tradizione è rimasta agli albanesi emigrati in Italia non toccati dal fenomeno delle traduzioni in lingua madre, seppure numerose sono state le traduzioni liturgiche nelle varie parlate albanesi, con l'adozione della lingua albanese nella liturgia degli italo-albanesi a partire dal XVIII secolo e l'introduzione ufficiale nel 1968, riconosciuta dalla congregazione per le Chiese orientali e la Santa Sede.
  32. ^Esistono diversi casi in cui la toponomastica delle colonie albanesi è collegata all'appartenenza religiosa greco-cattolica. Queste località sono soprannominate e note ai forestieri (gli italiani) in modo differente da quella in uso presso i suoi abitanti; alcuni esempi sono i comuni di Rota Greca (nota comeRrota dai locali), di Piana dei Greci, oggi Piana degli Albanesi (nota comeHora e t'Arbëreshëvet dai locali), etc. Le parrocchie e le chiese italo-albanesi sono spesso note ancora oggigiorno dagli italofoni come "Chiesa Greca" o "Chiesa dei Greci".
  33. ^ Rosolino Petrotta,L'Italia, l'Albania ed il Fascismo, Palermo, Cronache italo-albanesi, 1926.
  34. ^ F. Altimari e F. De Rosa,Atti del 3° Seminario Internazionale di Studi Albanesi (Acts of the 3rd Seminary of the Albanian Studies), Cosenza, Università della Calabria: Centro Editoriale e Librario, 2004.
  35. ^ Marika McAdam,Balcani occidentali, 2ª ed., Torino, Guide EDT/Lonely Planet, 2009, p. 53.URL consultato il 6 luglio 2015.
  36. ^(EN) Paul Duncan e John Ferro Sims,Discovering the hill towns of Italy, Editore C. Potter, 1990, p. 44.
  37. ^"Pur chiaro che gli albanesi d'Italia non sono "greci", né ritualmente né etnicamente, la mancata chiarezza a volte dell'identità porta a sminuire l'importanza unica della Chiesa italo-albanese o Arbëreshë quale veramente Ortodossa. Gli albanesi d'Italia sono il resto di quella Chiesa illirica, di tradizione costantinopolitana/rito bizantino, sempre, in comunione con Roma. È risaputo che solo con la crisi iconoclasta l'Illirico, la Calabria e la Sicilia furono violentemente staccati da Roma e legati a Costantinopoli. Infatti, queste tre province ecclesiastiche non seguirono l'imperatore Leone III nell'eresia, ma rimasero iconoduli insieme al Papa. Sicilia e Calabria ritornarono a Roma coi Normanni, mentre l'Illirico rimase sospeso, ma sempre con la nostalgia di Roma. GliArbëreshë, eredi di tanta storia, videro nell'Unione di Firenze e nell'opera di Giorgio Castriota l'occasione propizia per il definitivo loro assetto in Italia (Ortodossi con Roma). Come già il Monastero di Grottaferrata, poi unito agli italo-albanesi dalla storia. C'è un patto non scritto tra gli italo-albanesi e la Sede Romana, i quali lo rispettano e ne chiedono reciproco rispetto." Zef Chiaramonte Musacchia,La Chiesa Arbëreshe e l'Albania: gli apostoli del passato, i profeti del futuro (Kisha Arbëreshe dhe Shqiperia: apotujit e së kaluarës, profetët e së ardhmes), in: Atti del Congresso “Kristianizmi ndër Shqiptarët ". Tiranë. Konferenca Ipeshkёvore, 2000.
  38. ^Andriulli, G.A. Le Colonie Albanesi d'Italia. Perugia, 1912.
  39. ^Il panino si chiama “U ghiegghiu”, l’ira del papas Lanza: «Cambiategli il nome», subottegaeditoriale.it.URL consultato il 24 gennaio 2023.
  40. ^Gli italo-albanesi in un denso testo di Storia, di Cultura e di Economia, sucosenzachannel.it.URL consultato il 2 luglio 2019.
  41. ^Eqrem Cabej, tesi di dottorato sulla parlata di Piana degli Albanesi:Italoalbanische Studien, Wien 1933, p.43 & Francesco Solano, cf. l'articolo apparso sulla rivista arbëreshe "Zjarri", San Demetrio Corone 1974, p.15.
  42. ^E vërteta e origjinës së Danny DeVito, albanologu: Gjyshja nuk i fliste gegërisht, geg është etnonim - RTV OrÄ, YouTube.com
  43. ^Gutta cavat lapidem. Indagini fraseologiche e paremiologiche, subooks.google.it.URL consultato l'8 dicembre 2023.
  44. ^Questi detti erano diffusi in tutto il meridione d'Italia li dove è presente la comunità albanese. Cfr. Capalba, F. Di alcune Colonie Albanesi della Calabria Citra. Napoli, 1919.
  45. ^Maria Francesca De Miceli,I manoscritti "danesi" di Andrea Dara, ed. Sciascia, Caltanissetta 2004.
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  62. ^La città di New Orleans negli USA ha una grande comunità di italo-albanesi. Spesso, ove ci siano italiani, ci sono alcuniarbëreshë. Gli americani italo-albanesi sono spesso indistinguibili dagli italo-americani per essere stati assimilati nella comunità italo-americana. Originariamente erano riuniti in associazioni e avevano una propria parrocchia assistita dai sacerdoti dalle Eparchie Italo-Albanesi. Solo poche associazioni sono superstiti ad oggi, come ad esempio "Contessa Entellina Society of New Orleans", "Arbëreshë Heritage Association (Italo-Albanian in America)" o "Arbëreshë Sacramento".
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  68. ^I recenti immigrati d’Albania, perfettamente integrati nei centri Albanesi d'Italia, si trovano in una situazione molto diversa da quella dei secoli passati: la politica di annichilazione della religione del regime comunista ha portato a volte forme di indifferentismo religioso che formano un contrasto stridente con l’attaccamento degli Italo-Albanesi alle radici della propria fede; inoltre, spesso le forme arcaiche mantenute dalla linguaarbëreshe creano talora ostacoli linguistici (anche nella comprensione dei riti) agli Albanesi appena giunti in Italia.
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  123. ^Vedi gli scritti di PapàsDemetrio Camarda, che non avendo un alfabeto a cui attingere si basò su quello della liturgia bizantina per i suoi studi sulla lingua albanese. In Albania era anche ampiamente seguito l'alfabeto latino per scrivere l'albanese, con parole createad hoc richiamanti l'illirico; più raramente era utilizzato l'alfabeto greco antico, il cirillico o il turco, varianti queste decadute.
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  137. ^Con il primo Sinodo della Chiesa Italo-Albanese, nel dopoguerra, si è deciso di prendere in adozione ufficialmente la lingua albanese nelle pratiche liturgiche e di uniformare le diverse parlate, ove possibile, sotto un'unica forma "standard" (simile a quella in uso già dagli ortodossi albanesi negli USA e in Albania).
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  140. ^Ecco un elenco completo delle comunità albanesi passate al rito latino: Andali, Barile, Campomarino, Caraffa, Carfizi, Casalvecchio, Cerzeto, Chieuti, Ginestra, Greci, Marcedusa, Maschito, Montecilfone, Pallagorio, Portocannone, Santa Caterina Albanese, Santa Cristina di Gela, San Martino di Finita, San Marzano di San Giuseppe, San Nicola dell'Alto, Spezzano Albanese, Ururi, Vena di Maida, Zangarona.
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  144. ^Numerosissime sono le figure di spicco della cultura e spiritualità albanese d'Italia che hanno studiato nei due Seminari. Tra i più importanti:Luca Matranga,Nicolò Figlia,Antonio Brancato,Giovanni Tommaso Barbaci,Giulio Variboba,Nicolò Chetta,Pietro Pompilio Rodotà e tanti altri, tutti scrittori ecclesiastici.
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  158. ^Ma sempre Albanesi mantenetevi e conservate la nostra lingua con cura e con affetto, come cosa sacra, come il migliore fra i doni di Dio, e così anche i costumi che ci lasciarono gli antenati, le tradizioni e i sentimenti.
  159. ^Pasolini për arbëreshët: “Një mrekulli antropologjike”
  160. ^Il contributo degli scrittori italo-albanesi di oggi nel coltivare la lingua albanese letteraria di G. Shkurtaj, in "Le comunità albanesi d'Italia", Atti del II Convegno internazionale di studi sulla lingua albanese. Fisciano, 4-6 novembre 1990.
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  162. ^Parate storiche che rievocano le gesta eroiche del condottiero albaneseGiorgio Castriota Scanderbeg sono ad esempio abituali a Barile, Ginestra e Maschito in Basilicata, Lungro in Calabria, San Marzano di San Giuseppe in Puglia.
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  169. ^La composizione si suole far risalire al tempo della diaspora albanese del XV secolo; è autenticamente popolare, tramandata oralmente e comune a tutti gliarbëreshë. Trattasi di unvajtimë, che in albanese è un lamento funebre, melanconico. In pochi versi, con toni molto lenti e struggenti, vi si esprime il dramma ed il dolore di chi è costretto ad abbandonare, cacciato dall'odio e dalla violenza, patria ed affetti: "O bella Morea, da quando ti ho lasciato più non ti ho visto. Li ho lasciato mio padre. Li ho lasciato mia madre. Li ho lasciato anche mio fratello, tutti sepolti sotto terra. O Morea, O Albania."
  170. ^La prima testimonianza scritta di questo canto è nel manoscritto "Il Codice Chiutino" di PapàsNicolò Figlia diMezzojuso (PA), edizione del1708 e stampato aChieuti (FG) in Puglia.Nel 1775, PapàsNicolò Chetta diContessa Entellina (PA) compone il "Tesoro di notizie su de' Macedoni", opera nella quale, per la prima volta, vengono citati alcuni versi della "Bukura Morea" in ottonario e assenza della rima, che sono le due principali caratteristiche della poesia orale italo-albanese.In seguito il materiale chieutino venne pubblicato nel 1866 dal filologoarbëresh PapàsDemetrio Camarda diPiana degli Albanesi, nel libro “Appendice al Saggio di Grammatologia Comparata Sulla Lingua Albanese”. In questa opera il testo della canzone è scritto in lingua albanese, però, non essendo stato ancora scelto un alfabeto comune albanese, fu usato l’alfabeto greco antico. SuccessivamenteMichele Marchianò diMacchia Albanese (CS) pubblicò un manoscritto contenente il canto "E Bukura More", all'interno dei "Canti popolari albanesi delle colonie d'Italia" (Foggia, 1908).Secondo il contemporaneoGiuseppe Schirò di Maggio, "O e Bukura Moré", prima di subire la rielaborazione ideologizzata del tardo romanticismo, «faceva parte dei canti delle Russalle o feste patrie antiche» e veniva eseguito, soprattutto dagli Albanesi di Sicilia, in occasione di alcune ricorrenze rituali.A Palazzo Adriano era cantato sulla Montagna delle Rose (Mali i Trëndafilëvet) verso la fine della primavera, ogni anno a giugno; nello stesso periodo a Mezzojuso veniva intonato sulla cima di una delle montagne Brinjat che sovrasta il paese; a Contessa Entellina veniva eseguito sulla sommità della montagna che domina Santa Maria del Bosco e a Piana degli Albanesi, nei giorni di Pentecoste, ai piedi della montagna della Pizzuta dove sorge la chiesa dell'Odigitria. Per il fatto che il canto veniva eseguito dall'alto di una montagna rivolta verso Oriente, in un periodo «che non va prima di Pasqua e oltre la fine della primavera», nonché per il fatto che esso celebrava la morte dei congiunti più intimi sepolti nella Madre-Patria albanese abbandonata, rientrando nel ciclo dei canti delle Russalle. È agevole concordare con l'ipotesi dell'albanologo Francesco Altimari diSan Demetrio Corone (CS) secondo cui "l'origine di 'O e Bukura More' debba essere ricondotta alla tradizione con la quale nell'antichità, nei territori della Illiria, verso la fine della primavera, venivano commemorati i defunti".
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  186. ^Giulio Baffa,Storia del festival della Canzone Arbëreshë[1].

Bibliografia

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Voci correlate

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Collegamenti esterni

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V · D · M
Minoranze inItalia
Minoranze linguistiche storicheAlbanese ·Catalana ·Croata ·Francese ·Franco-provenzale ·Friulana ·Germanica ·Greca ·Ladina ·Occitana ·Sarda ·Slovena
Comunità storicheArbëreshë(Arbëreshë di Sicilia) ·Arpitani di Puglia ·Cimbri ·Croati(Croati di Trieste,Croati del Molise) ·Lombardi di Sicilia ·Serbi di Trieste ·Sloveni ·Tabarchini ·Veneto-pontini
Minoranze diffuseCamminanti ·Ebrei italiani (Ebrei di San Nicandro) ·Rom(Rom abruzzesi,Romaniska,Khorakhanè,Rom romeni) ·Sinti
Minoranze d'immigrazione recente
V · D · M
Immigrazione in Italia
EuropaAlbanesi ·Bosniaci ·Britannici ·Bulgari ·Croati ·Francesi ·Kosovari ·Macedoni ·Moldavi ·Polacchi ·Romeni ·Russi ·Serbi ·Sloveni ·Spagnoli ·Svizzeri ·Tedeschi ·Turchi ·Ucraini
AfricaAlgerini ·Capoverdiani ·Congolesi ·Egiziani ·Eritrei ·Etiopi ·Ghanesi ·Ivoriani ·Marocchini ·Nigeriani ·Senegalesi ·Somali ·Togolesi ·Tunisini
AmericheBoliviani ·Brasiliani ·Cubani ·Dominicani ·Ecuadoriani ·Paraguaiani ·Peruviani ·Uruguaiani
AsiaBangladesi ·Cinesi ·Filippini ·Indiani ·Nepalesi ·Pakistani ·Srilankesi
V · D · M
Italia (bandiera)Lingue e dialetti d'Italia
Legislazione italiana a tutela delle minoranze linguistiche
Gruppo galloitalico
PiemonteseAlessandrino ·Astigiano ·Biellese ·Cairese ·Canavesano ·Cuneese ·Langarolo ·Monregalese ·Novarese Occidentale ·Valsesiano ·Vercellese
LigureFinalese ·Intemelio (Brigasco) ·Novese ·Savonese ·Spezzino ·Tabarchino
EmilianoBasso mantovano (Guastallese) ·Bolognese ·Carrarese ·Ferrarese (Comacchiese) ·Lunigianese ·Mantovano ·Modenese (Carpigiano ·Mirandolese ·Frignanese) ·Parmigiano ·Piacentino (Bobbiese) ·Reggiano
LombardoOccidentale (Milanese ·Comasco ·Lodigiano ·Varesotto ·Brianzolo ·Novarese ·Lecchese ·Monzese ·Lomellino) ·Orientale (Bergamasco ·Bresciano ·Cremonese ·Cremasco ·Alto mantovano) ·Alpino
AltriRomagnolo ·Gallo-piceno (Senigalliese) ·Gallo-italico di Sicilia ·Gallo-italico di Basilicata · Dialetti liguri-piemontesi (Altarese) · Dialetti lombardo-emiliani (Tortonese ·Pavese ·Oltrepadano)
VenetoBisiacco ·Centrale ·Coloniale (Goriziano ·Pordenonese ·Triestino ·Udinese) ·Gradese ·Settentrionale(Lamonese ·Primierotto) ·Veneziano (Chioggiotto) ·Veronese ·Pavano
Lingua italiana
edialetti toscani
Italiano regionale (meridionale ·settentrionale ·siciliano ·sardo) ·Italiano popolare ·Biturgense ·Gallurese ·Lucchese(Viareggino) ·Massese ·Sassarese ·Versiliese ·Capraiese
Gruppo mediano
UmbroPerugino ·Tifernate ·Viterbese
Marchigiano centraleAnconitano ·Jesino ·Osimano
AltriLaziale centro-settentrionale (Alatrense ·Marinese) ·Romanesco ·Sabino (Aquilano)
Gruppo meridionale intermedio
AbruzzeseAbruzzese orientale (Teramano) ·Marchigiano meridionale (Ascolano) ·Teatino
CampanoBeneventano ·Cilentano ·Irpino (Arianese) ·Laziale meridionale (Sorano) ·Napoletano
PuglieseAndriese ·Barese ·Foggiano ·Lucerino
LucanoArea appenninica lucana ·Area apulo-lucana ·Area Lausberg (Marateota) ·Metapontino
AltriMolisano
Gruppo meridionale estremo
SicilianoOccidentale (Palermitano ·Agrigentino (Bivonese) ·Pelagio) ·Pantesco ·Centrale ·Orientale (Catanese) ·Sudorientale ·Messinese ·Eoliano ·Reggino
AltriSalentino (Brindisino ·Leccese) ·Cilentano meridionale ·Cosentino ·Catanzarese
SardoCampidanese (Cagliaritano) ·Logudorese
Gruppo retoromanzo
LadinoBadioto ·Gardenese ·Fassano ·Livinallese ·Ampezzano ·Noneso ·Solandro ·Cadorino
FriulanoOccidentale ·Centro-orientale (Orientale) ·Carnico ·Tergestino ·Muglisano
Altrelingue romanzeDialetti apulo-salentini (Tarantino) · Dialetti ladino-veneti (Agordino ·Zoldano) · Dialetti lombardo-veneti (Trentino (Pinetano)) ·Francese (francese valdostano) ·Francoprovenzale (Faetano ·Valdostano) ·Occitano (Guardiolo ·Vivaro-alpino) ·Catalano algherese ·Lingue giudeo-italiane (Giudeo-piemontese ·Bagitto)
Lingua tedescaWalser ·Bavarese (Cimbro ·Mocheno ·Sappadino ·Saurano ·Sudtirolese ·Timavese)
Lingue slaveSloveno (Resiano ·Po nasen) ·Croato molisano
Altrelingue indoeuropeeAlbanese d'Italia ·Dialetti greco-italioti (Grecanico ·Grico) ·Romanì (Romaniska)
Lingue dei segniLingua dei segni italiana
Lingued'immigrazione recenteAlbanese ·Arabo ·Bengalese ·Cinese ·Inglese ·Polacco ·Serbocroato ·Spagnolo ·Rumeno ·Russo ·Ucraino
† =lingua estinta
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